Viviamo in infiniti mondi paralleli

Salgo la scala di legno che mi porta nel mio antro nel sottotetto; qui sono stipati i miei libri. C’è odore di carta e di resina. Dal lucernario si diffonde la luce; la mia poltroncina mi aspetta e io mi prendo il libro che avevo lasciato sulla scrivania; uno dei tanti che ho iniziato e che a turno, giorno dopo giorno riprendo in mano, a seconda dell’umore, dello stato del mio livello di curiosità per un argomento o per un altro, e che comunque in  tempi variabili, leggo sempre  fino alla fine, di solito. Sono una mole considerevole di materiale, ma a me non sembrano troppi, mai.

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Sono oggetti che ho raccolto nel tempo, lasciando che le onde di interesse mi portassero verso un’autore o verso un’altro, verso una corrente o verso un’altra, verso un epoca, o verso un’altra. Molti sono libri che nessuno legge più; libri che sono ritenuti vecchi, di quelli passati di moda insomma, e che mai si ritroverebbero in una vetrina di una libreria qualsiasi, di quelle odierne. Probabilmente si potrebbe trovarne qualcuno in qualche scaffale posto in alto in una vecchia fumetteria, o su una bancarella di libri usati… anzi no, usatissimi. Però poi penso, che anche gli stessi libri, tutti i libri che oggi si trovano freschi di stampa nelle moderne librerie, sono anch’essi oggetti già vecchi e che stanno passando di moda, e lo fanno in un modo repentino, velocissimo, per il semplice fatto che sono dei libri, appunto, e non dei file, delle banche dati, dei prodotti multimediali.

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Ora, lungi da me voler mettere in campo moti nostalgici che, finché una libreria esiste e io un libro posso ancora comprarmelo, non hanno motivo reale di esistere, però questa fase di passaggio dal cartaceo al multimediale inevitabilmente mi fa rendere conto che vivo fra mondi paralleli, diversissimi, eppure per certi versi fra loro simili. E non sono solo due mondi paralleli, ovvero quello cartaceo e quello multimediale, ma sono moltissimi mondi… un’infinità di mondi.

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Uno di questi, quello che la mia generazione conosce forse meglio, è il mondo calmo, silente e lento che ritrovo nella solitudine del mio sottotetto, fatto di polpastrelli che si inumidiscono sulla lingua per poi posarsi lievi sull’angolo di una pagina, sollevarla, girarla, mentre gli occhi seguono il sospiro dato dalla prosecuzione di un ragionamento che si sta inseguendo, o cercando di seguire, e dalla curiosità di capire dove quel ragionamento vuole andare a parare. E del ragionamento si sente l’odore, che è quello del sottotetto, ma anche quello dell’inchiostro, della cellulosa del legno delle travi e della carta che riempie gli spazi circostanti.

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E’ il mondo del dubbio e dell’incomprensione, del tempo necessario per riposare lo stesso polpastrello sull’angolo in alto a destra della stessa pagina, per poi girarla nuovamente, questa volta a ritroso, e poi posare gli occhi sul paragrafo che ha portato incertezza, perplessità e che ha instillato la necessità di capire meglio, di rimaneggiare nel concreto quei caratteri, quella cellulosa, quelle frasi, finché il concetto un po’ alla volta si dipana e la mente riesce a creare un filo logico. Allora, in quel mondo, il libro sembra diventare un oggetto un po’ più leggero e maneggiabile, la mano che lo tiene si sente rinfrancata da quel piccolo passo di comprensione e si sente anche più riposata, salda, con il pollice che fa capolino nel solco di rilegatura e le altre dita che si dispongono un po’ meglio sulla copertina, per riprendere da dove si era lasciato. Ecco, uno dei mondi in cui vivo è questo e, confesso, è il mondo che ho sempre amato moltissimo e che, confesso di nuovo, mi è stato di conforto e rifugio nei momenti di maggiore incertezza.

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Poi ci sono tutti gli altri mondi, quelli ai quali tutti, chi più e chi meno, è stato costretto suo malgrado o con suo grande sollievo, a seconda della generazione alla quale appartiene, ad adeguarsi; sì, perché il passaggio è avvenuto, è stato repentino, spesso quasi violento. Tutto è partito dall’era informatica, che è stata il primo approdo ai mondi altri; poi è arrivata la Rete. Ecco, la Rete è ciò che ha aperto miriadi di varchi spazio temporali, ovvero ha fatto quello che fino a pochi anni fa sarebbe stata considerata mera fantascienza. La Rete connette le menti, le epoche, i luoghi esattamente come se non ci fossero distanze, come se il tempo fosse un tutt’uno; una sorta di amalgama di connessioni sinaptiche diverse, sensazioni diverse, epoche diverse, luoghi diversi e quindi anche logiche e prospettive diverse. La diversità è un valore, specie se non puoi più farne a meno.

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In tutta questa diversità esistono altrettanti e infiniti mondi diversi, tanti quanti si potevano intuire nei libri quando si leggono e leggevano ragionamenti altrui, ma con la madornale differenza che adesso, in questi nuovi mondi, i ragionamenti possono essere creati e condivisi in tempo reale. Ecco, questa è la rivoluzione, il reale cambiamento. Se quando ero adolescente e leggevo Salgari avessi potuto scrivergli una mail (non sarebbe stato realmente possibile, perché io sono nata nel 1974 e lui è morto nel 1911, suicida a 48 anni) e magari in breve tempo avere una sua risposta, e poi riscrivergli di nuovo per controbattere alla sua mail e in due minuti decidere di passare su Skype e fare una video chiamata parlando dei sui racconti, dei suoi romanzi, ecco… se questo un tempo fosse stato possibile, presumo che io sarei stata una delle adolescenti più felici della terra.

l_1272_Affamato-come-una-tigre-Andrea-PerinDal Libro di cucina Andrea Perini – Affamato come una tigre

Però rendiamoci conto, l’impossibile nemmeno la Rete riesce a realizzarlo e far rivivere i morti per fare una video-chiamata, per ora, sembra essere ancora un’attività impossibile; però la Rete può connettere chi ha letto Salgari e può fare in modo che lui, in un certo senso, riviva nella condivisione della SUA visione del SUO mondo, attraverso la condivisione fra chi lo deve ancora leggere e vorrebbe leggerlo, la condivisione fra chi lo critica e lo disprezza, la condivisione fra chi lo ama alla follia e lo sa a memoria (anche se è difficile che oggi qualcuno sappia qualsiasi cosa a memoria, penso…) e via dicendo. E così è per molti autori e artisti del passato. Per gli intellettuali (quelli veri e rari) e per gli artisti (quelli veri e rari) contemporanei invece, mi sa che dovremo aspettare che siano morti per renderci conto del loro valore; la storia insegna. Quindi niente, Skype in tal senso è pressoché inutile.

Ma detto questo, la potenza delle masse sta nell’opportunità della condivisione, perché è questo lo strumento di crescita per eccellenza. E’ la rete permette di condividere, è un’opportunità immensa; questo concetto l’ho già affrontato in passato, ma mi pare sia il caso di riprenderlo, perché è di vitale importanza, io penso. Da quel che vedo, specie per quanto riguarda la mia generazione, molti non sono ancora usciti dal sottotetto e non si sono ancora resi conto che si dovrà necessariamente uscirne; forse perché in realtà non ci pensano nemmeno ad adeguarsi all’accelerazione tecnologica. E’ fastidioso il cambiamento, specie se sembra andare contro natura, contro i nostri stessi ritmi circadiani. Però questo ci espone a dei rischi che vanno al di là del disagio dovuto all’adeguamento forzato, perché non adeguarsi implica un’arretratezza che espone al mondo, e ai mondi, nuovo/i. Il vintage va di moda e ha molto successo ultimamente e ci sarà un motivo; che sia perché il passato risulta sempre più rassicurante del presente?

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Purtroppo siamo già fuori fase da un bel po’ di tempo; nel nostro Paese sicuramente è così. Forse ci siamo dimenticati di aggiornarci addirittura da quando le macchine nel corso della rivoluzione industriale settecentesca hanno cominciato a sostituirsi a noi. Il cambiamento e l’innovazione tecnologica risultano innaturali per le menti umane, questo è pacifico; per fortuna siamo dotati di una certa capacità di adattamento che, nel caso specifico però, ci porta a una prova estrema.

L’uomo è necessariamente limitato dalla condizione fisiologica che gli è propria e fingere che questo non sia un fattore importante non so se è utile e sano. L’innovazione tecnologica, insomma, ha ritmi e tempi che il corpo umano, cervello compreso, il più delle volte disconosce, o cerca di disconoscere. Non parliamo poi dei risvolti psicologici di quello che sta accadendo… non entro nel merito, perché non ne sono competente, se non nella misura in cui le ripercussioni psicologiche ricadono anche sulla mia persona.

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Insomma, io riconosco le potenzialità immense della Rete e della tecnica, ma mi rendo anche conto delle problematiche, dei potenziali danni e dei pericoli che queste comportano per la mia persona, per la specie umana e per il Pianeta. Detto questo, io, come tutti, cerco di barcamenarmi, di capire, di adeguarmi e di trovare nei risvolti positivi di tutto ciò che la quotidianità sempre più iper-tecnologica mi porta a vivere, con ritmi che sento perfettamente non mi appartengono. Per fortuna c’è il risvolto positivo in tutto questo… anche se la mia gastrite (che mi passa solo quando salgo nel sottotetto) spesso cerca di non farmelo notare.

Risvolti positivi: i mondi paralleli di cui parlo, a parer mio, sono una fonte infinita di Conoscenza; io la vedo anche in quest’ottica, per forza di cose. E’ come se io, e tutti noi, avessimo a disposizione tutti i sottotetti ricolmi di libri della Terra. E se è così, ed è anche così, allora per me va bene, ci sta (non che il mio parere sia richiesto e dovuto, per carità), però…

Fermo-Sala-del-Mappamondo-foto-scattata-da-Massimo-Litrini-Il-Martino-ilmartino.it-MArt-Arte-e-Cultura-Sala del mappamondo della biblioteca di Fermo

Il punto focale è però sempre lo stesso e può sembrare scontato: le opportunità immense che può fornire la Tecnica e la Rete vanno sfruttate nel migliore dei modi, ovvero per diffondere Cultura, Conoscenza e di conseguenza consapevolezza. Va però preso anche atto che sono potenzialmente anche delle armi a doppio taglio, perché uno strumento che può raggiungere chiunque e fornire informazioni in merito a qualsiasi cosa, può essere usato per scopi anche poco nobili ed etici che con la Cultura e la Conoscenza non hanno molto a che vedere, questo è pacifico.

Risvolti negativi e potenzialmente negativi: Pensiamo all’utilizzo del Web da parte di pedofili e trafficanti d’armi, ai traffici umani di persone, di organi e alle peggio nefandezze di cui l’essere umano è capace. Al peggio, quando si parla di specie umana, non c’è mai fine.

LIBYA-armi-copertinaImmagine dal sito www.remocontro.it

Lungi da me fare l’allarmista o la catastrofista; non ci penso proprio, ma la responsabilità che tutto questo comporta per ogni singolo elemento “sano” e connesso alla Rete, richiede che si maturi in tempi veloci una consapevolezza e una mole di conoscenze tale da tamponare derive negative nell’utilizzo dei mezzi multimediali; le porcherie elencate sono già una realtà da combattere e demolire. Le responsabilità che tutti abbiamo vanno nella direzione della difesa di noi stessi e dei soggetti più vulnerabili, come i bambini o i giovanissimi, gli anziani, le persone in buona fede che soccombono a truffe, penso alle vittime di ciberbullismo, alle attività di psico sette che mediante il web reclutano soggetti deboli, alla pornografia illegale e via dicendo… Mi fanno letteralmente ribrezzo anche quelli che sfogano aggressività e frustrazioni con una violenza inaudita nei commenti, fatta di parole, certo, ma non per questo meno devastante e da condannare, tutt’altro!

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Non so quanto ce ne rendiamo conto, ma la responsabilità di vigilare in tal senso è di tutti; noi che vogliamo un accesso libero e consapevole ai mezzi multimediali abbiamo e dobbiamo imparare a gestire anche questi aspetti e segnalare siti e attività dubbie a chi di competenza. La Polizia Postale esiste per questo e in questo modo si fa anche prevenzione, per noi e per i più vulnerabili.

Perché i mondi paralleli del web in cui noi tutti oggi viviamo, non sono sempre lindi, puliti e tranquilli come i nostri sottotetti ricolmi di libri, purtroppo. Dobbiamo tendere anche a questo tipo di consapevolezza. E si può fare; la parte “sana” del web che è la maggioranza dell’utenza,  per fortuna si sa organizzare e in tal senso sta già facendo il suo buon lavoro e questo è importante, fondamentale. Facciamo che i mondi virtuali paralleli ai quali ci dobbiamo adeguare siano dei luoghi belli dove potersi muovere in sicurezza e libertà; facciamoli crescere in modo sano e rendiamoli costruttivi, utili, belli, sani e sicuri. Forse in questo modo renderemo migliori anche i nostri mondi reali e magari riusciamo ad invertire una tendenza che fino ad oggi ci sta portando ad una ormai consapevole e stupida autodistruzione.

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E bando alle retoriche e alle frasi fatte, però la Rete e il Web è a questo che dovranno servire; a correggere i nostri errori prima che sia troppo tardi e a migliorare i nostri mondi, virtuali o meno, per lasciare dei luoghi belli da vivere a chi verrà dopo di noi; non delle cloache piene di porcherie, virtuali e reali.

A me piacerebbe che i nostri mondi paralleli somigliassero a questo dolcissimo sorriso, ad esempio:

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Dal sito www.ildonodellavita.it

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Legalità, Verità e Giustizia

La domenica pomeriggio del 19 luglio 1992, esattamente 27 anni fa, io probabilmente stavo lavorando nel ristorante di famiglia, presumibilmente assonnata e stanca dopo un sabato notte passato a gironzolare per i locali delle vallate, o in qualche discoteca in compagnia della mia banda di amici  adolescenti.

Avevo 18 anni nel 1992 ed il mondo, la vita ed il futuro in generale mi sembravano tutte cose complicate, ma tutto sommato a portata di mano; me lo ricordo che ero felicemente incosciente, un po’ spaventata, perché consapevolmente ignorante; in una parola vivevo avvolta dalla noia dei doveri famigliari (dovevo lavorare e facevo un lavoro che non mi piaceva) e dalla classica inquietudine post-adolescenziale della quale, forse, oggi mi rendo conto, non mi sono mai davvero liberata. In un modo diverso, ma inquieta lo sono tutt’ora, sempre; una condizione scomoda, ma forse non del tutto negativa.

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Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Antonio Caponnetto.

Nello stesso momento in cui io cercavo di trovare un senso del tutto nei fondi di caffè che servivo nel locale di famiglia, quella domenica pomeriggio, alle 16 circa, a 1500 km di distanza e di fronte al civico 21 di Via Mariano D’Amelio a Palermo, una 126 imbottita di esplosivo veniva fatta saltare in aria, uccidendo sei persone.

Morirono in quell’esplosione il Magistrato Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta:  Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo, risvegliatosi in ospedale dopo l’esplosione e in gravi condizioni.

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Il Giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta morti in Via D’Amelio il 19 luglio 1992.

I nomi delle persone che morirono in quella strage vanno elencati e imparati, vanno detti guardando la foto dei loro volti e questo va fatto spesso, perché queste persone vanno ricordate e va ricordato il sacrificio che fecero, il motivo per il quale morirono.

Dico questo perché oggi ho fatto una prova, un esperimento sociale, chiamiamolo così; ho detto a dei miei colleghi (ho smesso di servire caffè da tempo e ora lavoro nella pubblica amministrazione) che oggi cadeva la ricorrenza dei 27 anni di Via D’Amelio. Non ho aggiunto altro e sono rimasta in attesa di una risposta… che però non è arrivata. Il risultato del mio esperimento mi ha fatta cadere in uno stato di tristezza  e malinconia profondissime… e ho ancora adesso, a distanza di ore, un groppo in gola. Lo sconforto è infinito e ho fatto grande fatica a dissimulare questo stato d’animo; nessuno di loro sapeva che cosa fosse la Strage di Via d’Amelio e quando ho spiegato di che si trattava, si sono affrettati a cambiare discorso.

E’ gente della mia generazione, nata fra gli anni 60 e 80, eppure di queste cose pare non abbiano mai sentito parlare, o forse “semplicemente” non ricordano, chissà…

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La strage di Via D’Amelio 1992

Pochi mesi prima dell’uccisione di Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta, il 23 maggio, in un altro attentato morì Giovanni Falcone con la moglie, anche lei magistrato, Francesca Morvilllo, gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Vi furono 23 feriti, fra i quali gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza. Falcone era grande amico e collega di Borsellino, ma di lui vorrei parlare in un altro momento e dedicandogli la dovuta attenzione. C’è però da dire che la fine comune che fecero i due magistrati è da ricollegarsi al lavoro che condussero nell’ambito del Maxi Processo condotto dal Pool Antimafia di Palermo, dei quali facevano parte entrambi e che fu importante ed estremamente efficace all’epoca, nella lotta contro Cosa Nostra. Non son cose che si possono mettere da parte, non vanno dimenticate ed i motivi sono molti e tutti serissimi e importantissimi.

Ritornando quindi al mio piccolo esperimento sociale, questa è l’Italia di oggi, 27 anni dopo;  è il Paese che NON sa e che NON ricorda. Questo è il Paese della NON MEMORIA e della NON legalità; è il Paese dell’indifferenza nei confronti di chi ha dato la vita per rendere il mondo in cui viviamo un mondo migliore e per difenderci dalla violenza e dalla prepotenza delle mafie. Questo è esattamente il mondo in cui le mafie trovano terra fertile per prosperare!!

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Paolo Borsellino diceva che della mafia bisogna parlare, che ne vanno spiegate le dinamiche, che vanno chiariti gli interessi occulti e le spinte che muovono le organizzazioni mafiose, che va spiegato che cos’è il clientelismo dei partiti, che cos’è la corruzione, che cos’è la collusione e che vanno messi bene in mostra i potenziali legami che possono crearsi fra mondo politico, mondo imprenditoriale e mafia, perché tutti questi soggetti operano sui territori in cui viviamo e spesso si muovono in parallelo, quando non si intrecciano in modo subdolo e, se si tratta di mafia e organizzazioni criminali camorriste o n’dragheta, ovviamente agendo in modo contrario ad ogni principio di legalità.

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La forma di ignoranza che aleggia ovunque a tal proposito e l’assenza pressoché totale del senso di legalità fra i miei contemporanei è proprio quello che lo stesso Paolo Borsellino confidava che non si verificasse mai più nel nostro Paese. Lui si recava nelle scuole e favoriva in tutti i modi lo sradicamento della cultura mafiosa attraverso la divulgazione di una conoscenza del fenomeno mafioso, e di una presa di coscienza capillare fra i giovani delle dinamiche che ne sono alla base, perché era convinto che in questo modo non ci sarebbe stato un ritorno a quel substrato culturale fatto di ignoranza. Le mafie prosperano nell’ignoranza, questo è risaputo.

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Il giudice capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo nel 1979 Rocco Chinnici; fondò il Pool Antimafia di cui fecero parte Borsellino e Falcone. 

Beh, se Paolo Borsellino oggi fosse stato con me in quell’ufficio, avrebbe capito che di lavoro da fare ce n’è ancora tantissimo e che addirittura, forse, oggi se ne sa ancora meno di quanto se ne sapeva negli anni 80 quando, sotto il fuoco degli attentati stragisti, l’Italia si teneva suo malgrado informata e la gente, forse per mera paura, un po’ cercava di capire da dove venivano quelle bombe e perché per le strade c’erano tutti quei morti ammazzati.

Lascio qui di seguito il link  di un video che spero con tutto il cuore qualcuno si prenda il tempo di guardare fino in fondo, anche se esula dai canonici cinque minuti di attenzione che siamo abituati a dedicare ai video su youtube, per poi passare subito a qualcos’altro. E’ un documento importante e serve un po’ per capire l’argomento e conoscere davvero il problema, e un po’ per rendersi conto dello spessore morale e umano della persona che era Paolo Borsellino.

Si tratta di una “lezione” tenuta da Paolo Borsellino in un istituto di formazione di Bassano del Grappa. E’ un video per noi forse un po’ faticoso da guardare, perché siamo abituati a cose brevi, molto meno impegnative e tecnicamente più pulite e scorrevoli, ma considerando che è stato registrato nel 1989, e vista la portata morale e umana di quanto il giudice Borsellino trasmette, possiamo anche soprassedere sulle pecche tecniche di audio e riprese e fare lo sforzo di guardarlo fino in fondo. Vi prego di fare questa “fatica”, se potete.

Questi video ed altri documenti andrebbero divulgati nelle scuole ed andrebbe spiegato bene ai ragazzi chi è Paolo Borsellino e chi è Giovanni Falcone; bisognerebbe parlare delle loro vite, del loro lavoro, di quanti mafiosi hanno fatto rinchiudere, di quante vite hanno salvato e bisognerebbe parlare di chi come loro sono morti per la Giustizia, per il bene comune e per amore della Legalità e della Verità. Ad oggi non è stata fatta ancora chiarezza su chi sono i reali responsabili della loro morte. Di certo la mafia in questo caso ha agito su mandato e per interesse di altre “entità”; Borsellino lo aveva capito e probabilmente è per questo motivo che venne ucciso subito pochi giorni dopo Falcone. Parlerò in un altro momento dei depistaggi delle indagini e della ormai famosa “Trattativa Stato-Mafia” che sembra essere il vero ostacolo affinché si possa fare chiarezza, arrivare alla Verità e fare Giustizia in merito.

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Ritengo che conoscere bene personaggi come Falcone e Borsellino sia fondamentale oggi, perché c’è un grande bisogno di maturare una coscienza civica e morale; in un mondo caotico e confuso come quello odierno, che galleggia su instabili e manipolate onde mediatiche, costruito su relazioni virtuali, esigenze superflue, valori fasulli che inseguono oggetti inutili e bisogni fittizi, ecco, quando si cerca un punto fermo e salvifico in un marasma come questo, io credo che i valori che ci hanno lasciato Uomini come Borsellino, Falcone e altri come loro, possano essere davvero dei riferimenti solidi e fermi; un modo per sapere in che direzione è più sano dirigersi, insomma.

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Nel video che trovate nel link che ho messo sopra, Borsellino non parla di cose del passato; ogni argomento che lui spiega (nonostante la complessità dell’argomento) in modo chiaro e semplice nel relativamente lontano 1989, ogni sua parola è più che mai attuale e questo dovrebbe farci riflettere. Borsellino andò a Bassano, come in molte altre scuole italiane a parlare ai ragazzi di mafia, perché già allora si sapeva che la criminalità organizzata investiva i suoi capitali al Nord e perché lui sapeva benissimo che la diffusione di informazioni chiare in merito al problema mafioso nelle scuole e nelle università, ostacola l’espansione di attività criminali. Mi consola il fatto che in rete e nelle scuole qualche buon esempio di buona volontà in tal senso c’è anche oggi.

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La mafia spiegata ai bambini

Guarda caso, è proprio di oggi la notizia che trovate a pagina 6 del SOLE 24 ORE, la quale riporta i risultati della relazione della Direzione Investigativa Antimafia (DIA); dalla relazione si evince che proprio in Lombardia c’è la percentuale più alta di tutta Italia delle operazioni finanziarie sospette: 19.752 operazioni per la precisione, a fronte delle 17.860 della Campania, delle 10.639 del Lazio, delle 9.812 dell’Emilia Romagna e delle 6.151 della Sicilia. Questo per rispondere a chi sostiene che la mafia prospera solo nel meridione; non è così: la mafia investe dove ci sono i soldi e dove può usare dei prestanome insospettabili, ed i soldi nel nostro Paese si trovano al nord, quindi allegri (si fa per dire), ce n’è per tutti e tutti dovremmo essere vigili e attenti!!

Nell’articolo di cui sopra, il giornalista Marco Ludovico, sottolinea come una micro-cultura mafiosa sia cresciuta in tutto il Paese, sfruttando l’insensibilità e la sottovalutazione; bene, a fronte di ciò ci tengo a dire che il piccolo esperimento sociale di cui ho parlato poc’anzi, è stato fatto prima che io leggessi questo articolo e come vi ho già raccontato, se l’ insensibilità e la sottovalutazione di cui si parla nell’articolo avevano bisogno di conferme, io nel mio piccolo ne ho avute, ed amare.

Ludovico dice poi che la diffusione della mafia al nord sta avendo vita facile anche perché NON C’E’ ALLARME SOCIALE e questo ha anestetizzato le coscienze; è un po’ quel che diceva Borsellino in una sua intervista che rilasciò due giorni prima di morire: “la percezione collettiva dell’attività mafiosa si ha solo quando ci sono i morti.” Quando la mafia prospera lo fa nel silenzio. Beh, pare non sia cambiato molto in quasi trent’anni… ma sapendolo, qualcosa noi tutti dovremmo fare. Parlarne è importante, è un primo passo perché si prenda coscienza, perché i morti di mafia come Borsellino, Falcone e altri con e come loro, non siano morti invano.

Quando impazziscono le stelle

A volte ho la sensazione che i punti di riferimento, quelli che fungono da faro o da stella polare nei momenti di tempesta non esistano più; mi capita… mi prende questo dubbio atroce che forse le stelle si muovano in vortici confusi stravolgendo le galassie, e i fari in riva al mare siano tutti spenti, le bussole impazzite.

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Una sensazione di smarrimento totale che ti toglie la terra da sotto i piedi, la percezione dello spazio svanisce, le dimensioni e le forme delle cose cambiano in continuazione… è terribile!!

Un po’ come quando in una giornata limpida esplori sentieri in alta montagna che non hai mai percorso, di quelli che perlopiù son ricavati fra la vegetazione dal passaggio frequente degli animali selvatici, quelli che si inoltrano invisibili fra i rododendri e aggirano con labirinti contorti le mughete.

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Non sono percorsi segnati sulle mappe ufficiali, non ci sono segnaletiche, non ci sono punti di partenza e tanto meno punti di arrivo; sono solo delle tracce che ti permettono di muoverti su un terreno impervio e difficile. A volte mi sento così, presa da una faticosa esplorazione che procede seguendo istinto e intuito e poi, come se la sensazione di smarrimento non bastasse, all’improvviso si leva un nebbia fitta, un muro d’aria bianca che non ti permette di capire dove ti trovi, da dove arrivi, dove devi andare… non so se mi sono capita.

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Una brutta sensazione, insomma… mi succede.

E poi all’improvviso la nebbia si alza, mi guardo attorno, vedo i versanti delle montagne, vedo il cielo e il sole, i costoni di roccia, un larice colpito dal fulmine, la chiazza di rododendri che segue la valletta e mi rendo conto della mia posizione, mi rendo conto delle direzioni e realizzo in pochi attimi e in modo esatto il percorso utile per andare avanti. Ecco, quando succede questo poi mi sembra che nulla possa più fermarmi; sono allegra, felice e riprendo il cammino.

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Ebbene, di provare questo tipo di smarrimento e di ritrovarmi con sollievo fuori dalla nebbia mi accade ogni tanto, non spesso… mi succede sopratutto quando lavoro, quando tutto sembra chiudersi attorno come un muro di nebbia e non riesco a vedere nessuna via d’uscita; ne esco leggendo, di solito… o camminando, perché camminare aiuta a pensare. O magari mi porto da leggere mentre raggiungo un posto particolare fra i boschi. Il mio lavoro ultimamente non mi porta più a camminare fra i boschi; da un anno a questa parte, in virtù della mia condizione di appartenente al genere femminile , le menti eccelse che gestiscono il mio ambiente lavorativo mi hanno relegato a una scrivania e non è una bella sensazione… direi che è una sensazione di merda, ecco. E anche se non dovrei essere io a dirlo, non penso di aver fatto nulla per meritarmelo… tutt’altro.

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Sono un po’ claustrofobica e non mi piacciono i luoghi chiusi, non mi sono mai piaciuti, mi rendono ansiosa e di pessimo umore, non riesco a concentrarmi e mi infastidiscono gli odori, le luci dei neon, le voci troppo forti, gli odori delle stampanti, dei profumi eccessivi che si portano addosso alcune colleghe… nei luoghi chiusi è così, non si può allontanarsi per stare un po’ meglio, si sta in gabbia. Ho scelto di non fare un lavoro che mi faccia stare al chiuso, ho faticato per ottenerlo, proprio perché nei luoghi chiusi sto fisicamente male. Però a volte i benpensanti decidono per te e le soluzioni sono due: o fai una vita di merda e ti adegui, magari ammalandoti un po’ alla volta, o cambi lavoro. Credo che per me la seconda soluzione sia la più appropriata.

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Contro gli autoritarismi

Gli autoritari non ascoltano, impartiscono… e pensano di poter “gestire”, e intanto perdono credibilità e ad ogni nuovo passo si rendono sempre un po’ più ridicoli; ma finché le menti spente non se ne accorgono, gli autoritari mantengono il potere. Una mente spenta può confondere un “uomo ridicolo” definendolo “originale e di carattere… uno che sa il fatto suo!”.

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Immagine presa dal web tratta dal film “Il Dittatore”.

Gli autoritari li riconosci subito: hanno il pessimo vizio di impartire ordini e pretendono di avere sempre le verità in tasca, ostentano certezze e raramente hanno dubbi; non sanno chiedere, discutere, non conoscono confronto, empatia e ignorano il concetto di “visione dell’altro”; la comunicazione avviene attraverso un monologo: l’autoritario parla e impartisce ordini e gli altri, tutti e sempre, ascoltano.

Pyongyang, Kim Jong Un dirige il primo congresso del Partito dei Lavoratori

Immagine del dittatore nord coreano Pyongyang presa dal web da un articolo de “Il fatto Quotidiano”.

Gli autoritari a lungo andare (purtroppo ci vuole sempre troppo tempo) si fanno terra bruciata attorno, e pensano che le distanze che gli altri prendono siano dovute al fatto che loro “si sanno fare rispettare”. Gli autoritari confondono il timore ed il disprezzo che li circonda con il rispetto.

Iran, ancora proteste a Teheran. A morte il dittatore

Immagine presa dal web del presidente  iraniano Ahmadinejad

Gli autoritari parlano, e molto, e ancora… usano frasi ad effetto che le masse seguono a bocca aperta e cervello chiuso e quando gli autoritari hanno finito i loro monologhi auto referenzianti, si illudono di aver convinto tutti… in realtà han convinto i cervelli più svegli che gli autoritari non hanno mai imparato ad ascoltare e a ragionare.

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Teodoro Obiang Nguema Mbaso, presidente dittatore della Guinea Equatoriale; immagine presa dal web

Gli autoritari non trovano soluzioni, perché cercano solo vie per aumentare il proprio potere e la propria visibilità, ma non per risolvere i problemi. La soluzione dei problemi è finalizzata al mero mantenimento del potere e non viceversa.

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Erdogan, il dittatore turco; immagine presa dal web.

Gli autoritari si pavoneggiano e si circondano di leccapiedi, perché quando si è poca cosa è solo nel confronto con l’elemento umano falso e interessato, che ci si può illudere di essere qualcuno.

Gli autoritari, non si fidano di nessuno, tranne che degli adulatori ed anche di quelli con molte riserve, perché non sanno fidarsi di se stessi. Son più sereni se qualcuno li rassicura; non importa se falsamente o sinceramente. Gli autoritari ostentano forza e sicurezza e spesso sono sotto, sotto degli insicuri e il più delle volte dei pavidi. Un potente insicuro e pavido è estremamente pericoloso.

Gli autoritari hanno spesso paura del diverso e dell’imprevisto e per sentirsi meno vulnerabili, in un clima di totale sfiducia mettono in atto strategie di controllo superflue e dannose, ottenendo come risultato astio e rancore; è questo l’unico motivo per il quale si adattano alle nuove tecnologie, perché in cuor loro sono restii alle innovazioni, ma la tecnologia può essere un valido supporto per ottenere un maggior controllo nei confronti dei subalterni e delle masse.

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“Il grande dittatore” di Charlie Chaplin; immagine dal web.

Gli autoritari hanno spesso paura anche del cambiamento e si aggrappano con tutte le loro forze ai tradizionalismi, a vecchie idee collaudate e a contesti che si rifanno a schemi rigidi e ben definiti; sono ovviamente onnipresenti negli ambienti militari e negli ordini religiosi. Non importa se tali idee e tali contesti in un mondo in repentino cambiamento sono inefficaci e inattuali; il consenso è più facile ottenerlo spacciando vecchie idee per volontà di innovazione.

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I tre dittatori del passato (?) Immagini prese dal blog “Il riccio e la volpe”

Gli autoritari devono tenere tutto sotto controllo ed è per questo che vogliono che i subalterni mantengano sempre e comunque un basso profilo. Sono costretti a circondarsi di gente preparata, ma favoriscono le preparazioni specializzate e mirate, in modo che nessuno abbia una visione d’insieme tale da divenire pericoloso per l’autoritario.

Gli autoritari creano dissidi e contrasti interni fra i loro sottoposti, perché il “divide et impera” è la regola prima e più efficace per ogni sistema autoritario che intende controllare le masse o i subalterni. Se un nemico non esiste, gli autoritari lo creano. Questo avviene a diversi livelli e ne sono un esempio le molteplici “guerre fra poveri” che si verificano oggi, come si son sempre verificate nella Storia meno recente.

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Immagine presa dal blog “L’uomo qualunque”.

Gli autoritari hanno paura di ciò che non capiscono e non sono mai felici della crescita professionale e personale dei collaboratori; nessuno deve “sapere e conoscere” più di loro. Mantenere le masse nell’ignoranza è la seconda regola base perché un sistema autoritario abbia successo.

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Immagine presa dal blog “Come Don Chisciotte”

Gli autoritari non accettano critiche dai “sottoposti” o da chicchessia, perché accettare critiche implica il dover fare i conti con se stessi e questo costa una fatica che quasi mai gli autoritari sono disposti a fare; in realtà non gli interessa minimamente. La critica e la sincera autocritica non è contemplata dagli autoritari, MAI! Nessuno spunto di cambiamento e crescita è accettato. Il fine di ogni loro decisione è mantenere il potere, punto.

Gli autoritari hanno bisogno di falsi riconoscimenti, perché una vita votata all’apparenza è giusto che venga compensata con premi di facciata. I riconoscimenti di facciata danno immensa soddisfazione agli autoritari, perché servono ad ostentare il potere nei confronti dei cervelli spenti, reale o fasullo che sia.

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Immagine dal film “il dittatore”; dal web.

Gli autoritari vivono di consenso e lo ottengono coltivando menti spente e depresse, infarcite di slogan, luoghi comuni e frasi fatte; la strategia più efficace per spegnere le menti è quella che crea bisogni fasulli e vende soluzioni a basso costo, non importa se concretamente realizzabili o meno. Gli autoritari esistono in funzione del consenso e del potere che ne deriva.

Gli autoritari spesso si riempiono la bocca di frasi ad effetto e una di queste può essere la seguente:” essere autorevoli non significa essere autoritari!” ma gli autoritari predicano bene e razzolano sempre male.

Gli autoritari non possono essere sinceramente onesti e coerenti, mai; perché mettere in atto ciò che predicano con l’unico fine di ottenere consenso, implicherebbe una presa di coscienza… e gli autoritari, quelli veri, la coscienza l’hanno persa fra gli affanni di controllo, l’ambizione di apparire e le beghe di potere.

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Cleopatra e Cesare da “Asterix e Cleopatra”

Gli autoritari sono dannosi tanto per il singolo, quanto per la collettività, in qualsiasi ambito operino, ed il danno che creano il più delle volte non è riparabile, se non in tempi molto lunghi e a costo di immani fatiche e ad opera di chi ne subisce le conseguenze.

Gli autoritari possono anche essere potenzialmente intelligenti, ma sono destinati a cadere rovinosamente travolti dall’inevitabilità degli eventi, perché in un mondo liquido e in costante e repentino cambiamento, le strutture mentali rigide, spaventate e tradizionaliste non possono trovare un solido appoggio.

Tutti gli autoritari prima o poi sono destinati a soccombere anche perché le coscienze dei cervelli spenti, prima o poi raggiungono un limite di sopportazione, consapevole o meno. Raggiunto tale limite, gli autoritari vengono deposti… spesso per lasciare spazio ad altri autoritari. E’ una questione di involuzione umana, questa, e non consola chi la deve subire.

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Immagine di “Commodo”, dal film “Il Gladiatore”; immagine dal web.

E’ per questo che le menti spente dovrebbero fare lo sforzo di riaccendersi, perché il peggio che potrebbe accadere agli autoritari è perdere il consenso ed il potere che ne deriva, ma il peggio che può accadere a chiunque ha a che fare con gli autoritari è subirne la prepotenza più o meno subdola e più o meno violenta. Nessuno dovrebbe subire! Nessuno, mai!!

Le menti si accendono quando le televisioni sono spente, quando ci si parla guardandosi negli occhi e con il telefonino fuori portata, quando i discorsi intendono andare ben più in là e ben più in profondità di una frase fatta e del solito luogo comune e quando per farsi capire, per risolvere i problemi e per chiedere giustizia, si usano il rispetto (di se stessi e dell’altro), le parole (l’arma più efficace e potente) ed il buon senso.

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Vignetta presa dal Blog “Kaos 66”

In poche parole, da parte di chi ci guida, a tutti i livelli, tutti dovremmo pretendere rispetto onestà e coerenza e a nostra volta dobbiamo mettere in campo rispetto, onestà e coerenza; se manca questo, mancano le basi. Raramente i media passano questo messaggio… e dubito che qualcuno sia arrivato senza annoiarsi alla fine di questo mio post.

Se di queste cose si vuol sentir parlare, occorre andare a cercarle con il lanternino nei meandri della rete o negli scritti di poeti e letterati del passato. Gli intellettuali di oggi, poi, se così vogliamo chiamarli, si guardano bene dal parlare di queste cose… ne va del loro potere e della loro visibilità, e Pasolini lo disse senza fronzoli già un bel po’ di anni fa; se oggi tutti subiamo, dovremmo quantomeno chiederci perché, ma per poterci chiedere perché, dobbiamo prima renderci conto che stiamo subendo.

Gargoyle

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Il mio Gargoyle 

I gargoyle sono dei mostri messi a protezione delle cattedrali gotiche; le proteggono dagli spiriti maligni; sono un ammonimento, delle sentinelle brutte e cattive, ma neanche poi tanto, che vigilano sul tempio. La funzione invece più pratica è data dal fatto che sono anche dei doccioni che servono per convogliare e scaricare l’acqua del tetto; il nome deriva infatti dal latino “gurgulium”, ovvero da “gola” dalla quale, in questo caso, esce l’acqua. Sono interessantissimi come tutto ciò che è mostruoso e incute timore e sono efficacissimi come sentinelle perché inquietano parecchio; sono un monito nei confronti di chi ha cattive intenzioni, perché in alcuni casi sono davvero terribili a vedersi!! Me ne sono dipinto uno e me lo sono appeso sopra il letto, così, a difesa mia personale. E ovviamente proprio perché son terribili mi stanno molto, molto simpatici. In un certo senso la funzione di protezione della  cattedrale è doppia, perché evitano che l’acqua scorra lungo le facciate rovinandole e tengono lontani gli spiriti malevoli, anche quelli dei frequentatori delle cattedrali, quindi se qualche spirito malevolo sta leggendo questo post, è avvisato!! Meglio se non entra nelle cattedrali o a casa mia, perché ci sono i Gargoyle che li fanno a pezzettini!!!

La leggenda vuole che quando la cattedrale è minacciata, loro si animano, prendono vita e attaccano!!!  🙂 Si dice anche che si animano durante la notte, perché è di notte che avvengono gli attacchi più pericolosi da parte delle forze delle tenebre. Su sto fatto avrei qualcosa da dire, perché da quel che vedo per esperienza personale, i mostri  più pericolosi io li incontro di giorno quando vado a lavorare, mentre di notte mi capita rarissimamente, ma non voglio fare la pignola.

Le sculture di mostri o di personaggi antropomorfi grotteschi si trovano un po’ dappertutto sugli edifici sacri antichi, dall’Asia agli Stati Uniti, dall’Inghilterra alla Grecia e sono presenti in maniera continuativa dall’epoca classica a quella moderna. Nell’immaginario sacro e pagano, i mostri di questo tipo avvicinano l’anima alla dimensione degli inferi, delle ombre e delle parti recondite della psiche e pare che questi personaggi incarnino (parlando di marmi e pietra, usare la parola ” incarnare” è inappropriato, ma non mi viene un’altra parola) il ruolo del guerriero della soglia, quello che se ne sta lì a vigilare affinché il nostro personale inferno, o subconscio, o lato d’ombra, non prenda il sopravvento e ci faccia sbarellare più del consentito. I gargoyle sostituiscono i farmaci stabilizzatori dell’umore ed i barbiturici e non hanno effetti collaterali, insomma.

Le immagini grottesche erano particolarmente presenti nell’immaginario medievale e in epoca romanica e successivamente gotica e  venivano utilizzate per decorare cattedrali e chiese, ma sono un po’ diverse dai gargoyle, che come si è detto, oltre che decorativa hanno anche una funzione pratica specifica; le grottesche sono sculture di umani deformati in pose a dir poco strane, e vorrei dedicarci un bel post una volta o l’altra, perché ne vale la pena! Le grottesche sono intrecci di figure antropomorfe, vegetali e di animali fantastici, (quindi J.K. Rowling non ha inventato niente), in forme bizzarre e che hanno il più delle volte un importante significato simbolico.

Anche nel caso dei Gargoyle, per chi non lo sapesse, c’è una serie animata realizzata dalla Disney e andata in onda dal 1994 al 1997 in Canada e Stati Uniti e riproposta anche in Italia nel 1996 all’interno del mitico programma per bambini “Solletico” e si chiama appunto “Gargoyles”. Qui un piccolo assaggio.

I Gargoyle sono delle figure mitiche che si dice risalgano addirittura all’antico Egitto e poi all’età ellenistica; basti pensare alle chimere, ai grifoni e ai centauri, alle sfingi e ai leoni dalle cui bocche esce l’acqua (ma allora, le fontane con figure animali e leoni e via dicendo, con l’acqua che esce dalla bocca, sono dei gargoyle anche quelle?!), mentre in Giappone vennero usati i doccioni con la testa di tigre e il corpo di pesce. I Gargoyle possono assumere connotazioni positive o negative, a seconda del significato che gli si vuole conferire, ma è normale, perché come detto prima, sono personaggi a confine fra il demoniaco e l’umano (non è ben chiaro se la connotazione negativa derivi più dal demoniaco o dall’umano… che molto spesso coincidono) e mi sa che è per questo che hanno sempre affascinato l’uomo fin dall’antichità… e comunque a “me mi” affascinano anche oggi, specie il lato  mostruoso e demoniaco, perché è il meno banale e noioso, questo è il fatto.

DALTANIOUS

Io sono nata nel 1974, quindi quando ero bambina negli anni ’80, in televisione (che allora guardavo perché ne valeva la pena), davano tantissimi cartoni animati giapponesi e fra questi primeggiavano quelli che avevano come protagonisti dei robot straordinari guidati da degli umani. Da Mazinga a Goldrake, da Jeeg Robot d’Acciaio a Daitarn 3 a Trider G7 e Daltanious. Ecco di quest’ultimo ho amato tutta la serie, ma in particolare mi piaceva pazzamente la sigla che cantavo in continuazione a squarciagola per la gioia dei miei compagni di scuola che, loro malgrado, mi dovevano sopportare anche sul pullman che mi veniva a prendere e mi portava a scuola mentre mi esibivo in sguaiate performance canore. Ebbene per la gioia di tutti i nostalgici amanti di manga, cartoon e fumetti, fortunatamente in rete si trovano tutte le sigle dei cartoni animati di allora e fra queste c’è ovviamente anche la sigla di Daltanious!!! Ebbene, ci credete che ancora oggi se mi capita di risentirla, per almeno una settimana poi non riesco a smettere di cantarla? Proprio ci provo un gusto fisico!! Vi metto il link, così potete capire di che parlo.

Sigla di Daltanious

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Questa sostanza canora che fin da quando ero un’infante mi dà un’ assuefazione cronica, apriva e chiudeva le puntate della serie (a volte le sigle di chiusura e di apertura di uno stesso cartoon erano diverse), e s’intitola, udite udite: Daltanious, giusto per non avere dubbi. E’ stata scritta da Franco Migliacci, sulla musica di Massimo Cantini e con l’arrangiamento di Alessandro Centofanti, eseguito dai Superobots alias Superband alias Roking Horse e cantata da Rino Martinez. I superobots cantarono moltissime sigle dei carton di quegli anni e insieme a Cristina Davena, i Cavalieri del re e pochi altri, penso fossero fra i più popolari cantanti di sigle televisive per bambini.

La serie di Daltanious è di 47 episodi dei quali credo di non averne perso nemmeno uno. Li trovate in rete su youtube e ovviamente ve li consiglio.

Quel che accomuna i manga di questo tipo ed i cartoon’s che da essi vennero tratti, sono i principi di giustizia, lealtà e amicizia che volevano esserne alla base. Il fatto che i buoni si sapeva perfettamente chi erano ed i cattivi anche, e sto fatto che la lotta era sempre quella del bene contro il male, del giusto contro l’ingiusto e delle forze della luce contro le forze delle tenebre, non lasciavano dubbi: gli eroi da imitare erano quelli buoni, punto! Perché i buoni soffrivano e noi bambini soffrivamo con loro, ma alla fine vincevano sempre.

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Questo è Daltanious in tutto il suo splendore. Mi sono chiesta in età più adulta se tutte quelle croci rosse che ricordano tantissimo le croci templari, nonché la spada brandita a mò di Arcangelo Michele fossero casuali… mah… tant’è che i principi che Daltanious incarna somigliano parecchio a quelli che porta avanti l’angelo guerriero di origine cristiana, per non parlare del leone sul petto, che sappiamo tutti è un altro simbolo cristiano e in particolare di uno dei 4 evangelisti. Ci sarebbe da ragionarci su e magari lo farò con chi è interessato a questi aspetti legati al simbolismo.

Tuttavia, tornando un po’ all’epoca di allora, mi ricordo che ti immedesimavi e ti incazzavi proprio di pancia con gli alieni Akron, perché erano evidentemente nel torto, erano brutti, brutti e cattivi, cattivi e non vedevi l’ora, di puntata, in puntata che il bene e la giustizia prevalessero e vincessero una volta per tutte sul male e sulla cattiveria di quegli alieni venuti per distruggere la terra!! Perché lo sapevi che sarebbe finita così, e cioè che l’arcangelo… heeem… che l’eroe avrebbe vinto, ne avevi la certezza… era solo questione di tempo. Funzionava così all’epoca, era tutto molto semplificato e tu crescevi pensando che anche il mondo fosse semplice semplice, che c’erano i buoni e i cattivi e che tu per essere come Daltanious dovevi essere buona, e potevi contare sugli amici, che erano tutti leali e pronti ad aiutarti e su molte altre persone buone come te che con te combattevano una battaglia comune, perché non contemplavi nemmeno l’idea di essere qualcosa di diverso da questo, non c’erano alternative; solo così avrebbero vinto i giusti e i buoni e anche tu ne saresti uscita vincitrice.

E invece poi cresci e ti rendi conto che essere buoni non paga molto e che non è vero che ti porta a vincere, perché la bontà ti porta a stare indietro, a soffrire moltissimo e a chiederti dov’è che stai sbagliando. A un certo punto ti vengono i classici dubbi da ingenua adolescente, ecco. Ti vien da pensare che se vuoi uscirne, non dico vincitrice, ma almeno viva, devi essere molto più cazzuta e stronza di un alieno Akron, perché il mondo  è colmo di insidie e ambiguità e non c’è molta chiarezza fra il bene e il male e fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Sarebbe bello, ma non è. Te lo figuravi così da piccola, vedendolo attraverso gli occhi dei supereroi, ma ti hanno mentito, forse perché è giusto che ai bambini si insegnino le cose giuste da pensare e da fare e si spera che poi la vita non sia troppo bastarda con loro. Almeno posso dire che finché ci credevo che la giustizia era ciò che tutti gli umani perseguivano come principio primo, e la luce vinceva sempre sulle tenebre, stavo da dio e tutto sommato è durato per un periodo abbastanza lungo, dài. E’ stato bello, e mi piace ricordarlo… quel mondo fatto di buoni principi. Il punto critico è stato quando ho scoperto che gli alieni Akron sono fra noi… per questo cerco di tranquillizzarmi ogni tanto, cantando la mia sigla preferita.

Vi lascio anche il testo… e se ve lo imparate a memoria, magari possiamo cantarlo insieme un giorno 😀

Daltanious
Daltanius… Daltanius… vai…
per Daltanius che compare giu’
e il nemico non esiste piu’
e’ Daltanius che ci aiutera’
super-balestra, frecce, spada, lame, boomerang
odia gli stupidi
aiuta i deboli
dagli invasori ci difendera’
lui si sacrifica
lo sa che è l’ultima
speranza dell’umanita’
extraterrestre via
da questa Terra mia
togli le zampe o ce le lascerai
ti spacca in quattro lui
ci fa una croce su
e tu non ci sei piu’
per Daltanius che compare giu’
e il nemico non esiste piu’
e’ Daltanius che ci aiutera’
non s’arrende mai, è troppo forte
non è nato ancora chi lo battera’
ha in mente Kento e va
con le astro-gambe va
e il suo leone in petto ruggira’
tutto disintegra
quando gli girano
le lame boomerang
trappole, agguati, trabocchetti, imboscate lo circondano
mostri giganti e striscianti serpenti, è in pericolo
Daltanius non si fermera’
e’ troppo forte e vincera’…
odia gli stupidi
aiuta i deboli
dagli invasori ci difendera’
lui si sacrifica
lo sa che è l’ultima
speranza dell’umanita’
extraterrestre via
da questa Terra mia
togli le zampe o ce le lascerai
tutto disintegra
quando gli girano
le lame boomerang
per Daltanius che compare giu’
e il nemico non esiste piu’
e’ Daltanius che ci aiutera’
non si arrende mai, è troppo forte
non è nato ancora chi lo battera’
per Daltanius che compare giu’
e il nemico non esiste piu’
e’ Daltanius che ci aiutera’
non si arrende mai, è troppo forte
non è nato ancora chi lo battera’
per Daltanius che compare giu’
e il nemico non esiste piu’
e’ Daltanius che ci aiutera’
non si arrende mai, è troppo forte
non è nato ancora chi lo battera’…
Compositori: Francesco Franco Migliacci / Fabio Massimo Cantini
Testo di Daltanious © UNIVERSAL MUSIC PUBLISHING RICORDI SRL.

 

 

Come dissacrare la “Legge Del Nulla Imperante” divertendosi un sacco!!

“NON DISTINGUERTI!!!”

Sono queste le due parole d’ordine implicitamente dettate dai social.

E tutti obbediscono, più o meno inconsapevolmente. Tutti, o quasi… forse si salva qualche bloggher, qualche you tuber… per il resto, tutto si uniforma alla “Legge del Nulla Imperante”, perché quando tutto è piatto e uniforme, quando tutto corrisponde a tutto, allora tutto si azzera in se stesso; una legge non scritta, subdola e implicita, ma precostituita, assoluta, entrata in vigore parecchio tempo fa, oramai, e che i social hanno avuto la forza di amplificare all’ennesima potenza. Eppure se c’è una cosa che i social paradossalmente mi permettono di fare, è proprio dissacrare questo principio che sembra insindacabile, inamovibile e inviolabile… lo faccio a modo mio, nonostante la “Legge”.

Cerco di farlo come lo fanno altri… non molti, ma ce ne sono… e spero siano sempre di più!!

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Una storia – Gipi – Ediz. Coconino Press Fandango

L’uniformità alla quale i social ci vogliono portare, e in buona parte ci hanno già portati, è una forma abnorme di pensiero, del tutto innaturale, o forse no… forse, parlando di noi esseri sociali, il bisogno di uniformità si rifà agli istinti più reconditi dell’animo umano: alla paura del giudizio, della solitudine, dell’abbandono… e per questo, in fin dei conti, appartiene fin troppo alla natura umana. Ma tutto ciò che ha a che fare con la paura atavica, impedisce la crescita, esigenza di uniformità compresa. Il fumetto, il raccontare storie con le immagini è un inno al “diverso”, quello che spaventa tanto, ma che in una storia raccontata in questo modo, alla fine risulta  estremamente gradevole e insegna che le paure sono nella nostra testa e in fin dei conti possono essere elaborate e spazzate via da una pennellata di colore e da una risata.

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L’immagine è di Igort ed è presa da Oblomov Edizioni 

La necessità di “non distinguersi troppo” si insinua nelle menti con il falso intento di essere a sua volta apparentemente dissacrante e rivoluzionario, portando un falso valore assoluto a quella smania adolescenziale (che nel caso dei social rende impossibile crescere) di apparire, di esserci ad ogni costo, di fare parte del gruppo, di stupire fino a sfiorare il ridicolo… tanto da costruire personalità altre, finte e parallele, tanto da calare poi il nuovo personaggio nel reale cadendo in una sorta di delirio border line, come se non ci fosse più un confine fra il fasullo ed il vero, come se le sub personalità più o meno psicotiche di ognuno dilagassero a piacimento nell’etere, libere poi di riversarsi in un caos quotidiano di confusa incertezza.

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L’immagine è presa dalla graphic novel “Maus”.

Ed è tutto voluto, parrebbe. Da chi? Da chi sa che nel caos non c’è ragione, non c’è lucidità, non c’è capacità di discernimento. E chi non sa distinguere il vero dal falso è un ottimo servo, perché lascia decidere il padrone. E’ un’ atteggiamento molto più comodo e non comporta responsabilità.

Ebbene, forse non c’è proprio nulla da ridere in tutto questo, ma non posso nemmeno pensare che la soluzione sia dare spazio all’orrore che il vuoto imperante potrebbe fare nascere negli animi di chi ancora è parzialmente, o in rari casi, del tutto senziente. Non che io sia del tutto immune… nessuno probabilmente lo è, ma almeno ci provo. E allora sono giunta alla conclusone che il miglior modo per affrontare la situazione sia renderla divertente; è un modo per combattere la battaglia, per non farsi sopraffare da un senso di depressione e tristezza che dilaga fin troppo e ovunque.

Lo si può fare; il divertimento è un’arma potente, perché schiaccia chi risucchia energia e rinvigorisce gli spiriti e, diciamocelo, di spiriti spenti che hanno estremo bisogno di rinvigorirsi ce ne sono in giro fin troppi.

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Non è semplice, perché tutto ciò che ci circonda tende a vampirizzarci, a toglierci energia: dalla violenza imperante e fine a se stessa che vediamo nell’80 % dei video grammi televisivi (il resto sono spot che ci spingono all’accumulo di oggetti perlopiù inutili), alle notizie catastrofiche che ci martellano il cervello dal primo mattino fino a un minuto prima di addormentarci;

dalle immagini brutte degli edifici che ci circondano, al degrado umano che riempie le città di porcheria chimica (il dilagare delle droghe anche in città che fino a ieri erano ritenute parzialmente pulite, ha come scopo primo il rincoglionimento delle masse… visto che la religione non tira più, si è passati alla distribuzione massiccia dell’oppio vero e dei suoi derivati, dei quali anche gli insospettabili oramai fanno largo uso);

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 Immagine di Andrea Zanardi

dalla stupidità e dall’egoismo imperanti in ogni contesto sociale, a partire dal più piccolo ufficio di periferia fino ai contesti famigliari, sgretolati dal falso senso di libertà fomentato dal sacrosanto e adolescenziale (si fa per dire) rifiuto di responsabilità;

dalla smania di competizione e arrivismo maligno, ai giochetti ipocriti di potere che prendono esempio dal peggio che i social producono;

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Al di là del bene e del male – Illustrazione di Ciro Fanelli

dalle prevaricazioni gratuite al bullismo, fino ad arrivare alla violenza più truce, compresa quella psicologica e subdola trasposta nel quotidiano, come se fosse cosa normale, come se fosse un’immagine come le tante che ogni giorno ci accompagnano da un maxi schermo pervasivo malevolo e grottesco che ci insegue in ogni dove; Il Grande Fratello della feccia imperante!

E così le persone stesse che ci circondano nel quotidiano sono vittime e carnefici, sono spugne di violenza e di quel nulla di cui parlavo poco sopra; spesso sono questo: degli inconsapevoli vampiri energetici che cercano un refolo di energia ovunque possano risucchiarla, perché tutto attorno a loro contribuisce a svuotarli. Larve umane in cerca di sostanza che riempia il vuoto imperante. E quindi preferisco la solitudine, lo ammetto; è una questione di sopravvivenza.

E’ forse questo il motivo per il quale da anni (quasi 20 ormai) rifuggo facebook e ho buttato la televisione, mentre una delle mie passioni, oltre ai libri, sono i fumetti, quelli di un tempo, come quelli attuali, quelli che escono a puntate e quelli d’autore e in forma di romanzo illustrato che ti leggi in una notte, perché vuoi sapere dove vogliono andare a parare, come va a finire… esattamente come fai con i romanzi belli, quelli fatti di “sole parole”, come faresti con i classici della letteratura, perché spesso una bella storia illustrata ti porta nello stesso mondo nel quale ti porterebbe un classico, solo che lo fa in un modo diverso, fatto di immagini e parole.

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Immagine tratta da “Blankets” – scritto e illustrato da Craig Thompson

E’ un modo per resistere, per boicottare il risucchio energetico dilagante e virulento. Certo a volte non basta, specie se si è costretti a vivere in contesti stretti, dove le persone sono vuote loro malgrado, e  a loro volta sono in cerca perenne di energia gratuita.

Però i fumetti, come i libri, come la pittura, come i boschi, le montagne e la natura, sono un serbatoio sempre a disposizione, quindi questo rincuora, è salvifico; ed è forse perché faccio parte di quella generazione che ha imparato a guardare al mondo attraverso le immagini, più che attraverso le parole, che leggere una graphic novel è spesso molto più allettante e non meno appassionante che leggere un romanzo tradizionale; ed essendo più semplice, appare più leggero, per nulla faticoso ed estremamente divertente. E’ un modo fantastico per battere un sistema che usa le immagini per vendere fuffa e disperazione con le sue stesse armi!! L’arte del’immagine messa a servizio dell’umanità! Suona bene, no?!! Specie se si pensa che fino ad oggi il simbolo, l’immagine, sono stati usati in larga misura per soggiogare le masse.

Milo Manara racconta Caravaggio, presentato secondo volume

Caravaggio- La tavolozza e la spada – disegnato e scritto da Milo Manara

Il mondo dei fumetti è sconfinato e fortunatamente è colmo di talenti assoluti, sia attuali che del passato, che producono un tipo di Cultura con la “C” maiuscola e anche se in Italia non siamo messi benissimo in termini di promozione dell’editoria fumettistica, c’è gente seria che ci sta lavorando e questo dà fiducia.

Infatti di fiducia in queste persone di talento ne ho da vendere e cerco di fare il pieno a cadenza regolare; me la conquisto con le Sturmtruppen di Bonvi, con i Peanuts di Schulz, con i supreroi della Marvel, con Tex di Calep con il Dylan Dog di Scalvi, con i manga giapponesi, con i graphic novel di Gipi e Fior, con gli albi di Manara e di Igort, con le meraviglie di Zao Dao, con Zanardi, con Blankets di Craig Thompson, con Maus di Art Spiegelman e centinaia e centinaia di altri immensi e meno immensi, ma tutti meritevoli di essere letti, riletti, visti e rivisti!

il soffio del vento tra i pini

Il soffio del vento tra i pini – Illustrato e scritto da Zao Dao – Edizioni Oblomov

La “legge del nulla imperante”, per me ha le ore contate… o quantomeno si deve privare per forza di cose, di tutte quelle ore che la gente dedica a leggere un fumetto.

Di primo mattino…

Di primo mattino, quando ancora tutto è parzialmente quieto, le atmosfere di stagione arrivano al centro del petto con un intensità che poi, nel corso del giorno, va lentamente a sfumare, e in certi frangenti arriva a spegnersi, come fanno le braci coperte da troppa cenere pesante.

E ogni stagione ha la sua atmosfera, il suo odore, la sua luce, il rumore particolare fatto di mille suoni particolari; di primo mattino tutto questo è avvolgente e a volte soverchiante, ma se ti trovi lontano dai centri abitati, non è fastidioso e mai eccessivo, è leggero e nel contempo imperante rispetto a tutto il resto.

L’inizio di un nuovo ripetersi di cicli più lunghi e lenti trova il suo apice nell’inizio di altri cicli più brevi e repentini; la vita è come una spirale che si dilata fra mille altre piccole spirali che prendono origine ognuna dallo stesso, unico punto cardine. Di primo mattino puoi sentire il vortice e puoi capire l’istante e qual’è il punto esatto in cui ti collochi, qual’è il centro del tuo vortice personale.

Ed è in quei rari momenti di appartenenza che in certo senso ti polverizzi in mille microparticelle e ti senti dispersa e nel contempo sai esattamente qual’è il tuo posto, dove devi stare, come devi starci e per quanto tempo. Vale la pena svegliarsi presto e porre attenzione alle atmosfere di stagione.