La riserva penitenziaria naturale

La riserva penitenziaria naturale

STILEMINIMO

Nella penombra di un’alba offuscata da nubi pesanti e dall’aria raffreddata dall’incombere di una tempesta imminente, ho provato una strana sensazione stamane, come quando si cammina per sentieri sconosciuti, lassù sulle montagne, o qui fra i boschi ripidi e frastagliati di rocce impervie, e all’improvviso il sole viene coperto da un’onda leggera di nebbie che si fanno via, via sempre più fitte e si rimane stupiti da quanto poco ci mette la Natura a cambiare idea.

Lo stupore incalza come una cantilena con un’infinità di strofe sempre nuove quando ci si addentra su percorsi boscati che non si conoscono. Niente assomiglia a niente che già non si conosca, in definitiva; un larice aggrappato alla roccia non è mai un semplice larice, l’ago di un abete che sembra piangere rugiada fresca non è mai “solo” l’ago di un abete ed il movimento di una megaforbia cullata dai refoli che salgono dalle…

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L’illusione

Mentre riguardavo questo capolavoro mi sono resa conto che è stato realizzato un anno dopo la mia nascita; e ho pensato che da allora, a differenza di ciò che illustra l’autore votando l’opera ad un rassicurante lieto fine, non è che le cose sono migliorate molto. La “denuncia artistica” di Back del ruolo soverchiante di un progresso ammaliante, aggressivo e votato in senso unilaterale alla tecnologia e ad un intrattenimento volto all’assopimento delle coscienze, ha effettivamente portato alla perdita di libertà per un numero sempre più importante di esseri umani; tuttavia non c’è stata mai un’inversione di tendenza concreta, reale.

Questo corto animato è un lavoro semplice, poetico, importante, ma mi chiedo quanti si rendano realmente conto che è anche una denuncia di ormai più di quarant’anni fa e che da allora  le nostre condizioni di vita non sono per nulla cambiate, tutt’altro; semmai per molti aspetti sono peggiorate. Siamo ancora nella fase buia, temo; quella dove il sole non illumina il mondo e dove il pensiero è meccanico e per nulla creativo, perché inconsapevole!

Sì, sono tempi bui, questi, eppure la nostra condizione è limpidamente illustrata in questa dolcissima e nel contempo illuminante opera d’arte. Nella sua semplicità Frédéric Back, (che ricordo è l’autore del film d’animazione “L’uomo che piantava gli alberi”), con il suo inconfondibile stile colmo di colore e poesia, cercò di mettere in guardia le coscienze, e in questi quarant’anni le coscienze che cosa hanno fatto? Hanno continuato a dormire. Stanno ancora dormendo, distratte dal nulla mediatico, dal superfluo, dall’affanno di vivere una perenne notte emotiva colma di ansie che si contorcono su se stesse, nell’ eterno e vano tentativo di trovare il bandolo della matassa.

Il vuoto terrorizza, perché la maggior parte di noi non sa come colmarlo; ce lo siamo dimenticati nelle distrazioni fatte di schermi liquidi che rimandano luci artificiali e fredde.

Eppure, mi sono detta, se qualcuno allora, e altri prima e dopo di lui hanno saputo creare piccole-grandi opere come, e/o simili a questa, un po’ di speranza rimane in fondo al cuore; perché so che come e simili a Frédéric Back ve ne sono stati e ve ne saranno altri… forse non tantissimi, ma ci sono, ci saranno. In questo io confido.

Credo che dobbiamo molto a chi sa creare pensiero e arte, perché anche questa è Bellezza e come dico spesso nei miei post, a costo di risultare retorica, credo fermamente che se un riscatto ci sarà per l’essere umano, questo dovrà necessariamente passare per quella sensibilità creativa che produce “Arte” e quindi “Pensiero” nel senso più alto del termine. Finiranno questi tempi bui prima o poi, e tutti abbiamo il dovere di lavorare affinché questo avvenga presto. In fin dei conti, in ognuno di noi c’è Bellezza, se non altro perché, che noi ne siamo consapevoli o meno, e a prescindere dal merito o non merito che questo comporta per ognuno di noi, anche l’essere umano è Natura.

 

 

 

Vite brevi

A maggio/giugno nascono i cuccioli di capriolo, i così detti “bambi”. Le femmine di capriolo ne partoriscono uno, a volte, e più raramente, due. Appena nati le madri li leccano e poi li allattano. I piccoli di capriolo sono molto vulnerabili appena nati; i predatori come volpi, mustelidi carnivori vari, cani liberi, rapaci e via dicendo, sono tutti potenziali pericoli mortali per i piccoli “bambi”.

cucciolo

Per questo motivo le madri lasciano i piccoli ben nascosti fra l’erba e si allontanano da loro per nutrirsi e poter poi tornare ad allattarli; paradossalmente la presenza delle madri vicino ai piccoli caprioli appena nati potrebbe essere un ulteriore pericolo, perché attirerebbero l’attenzione di potenziali predatori. Un capriolo appena nato e scoperto da un predatore ha probabilità pressoché nulle di cavarsela. Per questo le madri li lasciano nell’erba da soli e ben nascosti e si avvicinano a loro solo per allattarli. In questo modo i piccoli di capriolo possono crescere con minori probabilità di venire predati.

Questa è la natura; ciò che a noi può apparire crudele e snaturato (l’abbandono, seppur momentaneo, di un cucciolo da parte della madre) per i caprioli è in realtà una strategia di sopravvivenza. Il problema è che noi queste cose spesso non le capiamo, o semplicemente non le conosciamo, e pare nulla, ma le conseguenze di questo tipo di “non conoscenza” spesso ha risvolti disastrosi.

Moltissime persone che durante le loro escursioni hanno la “fortuna” di trovare un piccolo “bambi” fra l’erba, nella maggior parte dei casi si avvicinano, lo accarezzano (i piccoli hanno come loro unica arma di difesa il mimetismo e l’immobilità e nemmeno se toccati si muovono) e quando vedono che questo non si muove, scatta quell’istinto protettivo nei confronti del cucciolo che segnerà inevitabilmente la sua morte, o nel migliore dei casi, una vita triste in cattività, se “l’amante degli animali” di turno, preso da compassione e spirito di protezione si spinge a raccogliere il cucciolo “per portarlo al sicuro”.

piccolo

Queste sono tutte azioni da non fare assolutamente! I cuccioli vanno lasciati stare e si deve assolutamente evitare di avvicinarsi al luogo dove sono rannicchiati, perché se la madre sente l’odore di esseri umani o di animali domestici nelle immediate vicinanze del cucciolo, o peggio, addosso al suo piccolo, è sicuro che lo abbandonerà davvero e definitivamente, smettendo di allattarlo. Come si può intuire, il risultato è la morte certa del piccolo.

Men che meno lo si deve raccogliere!!

E questo è uno dei problemi gratuiti che noi esseri umani creiamo e che questi miti animali selvatici devono affrontare nel periodo delle nascite, ma non finisce qui; in realtà il problema maggiore per i piccoli rannicchiati fra l’erba non sono i predatori, ma ancora una volta noi esseri umani; a maggio giugno, infatti, tutti i contadini sanno che viene falciato il fieno. Si entra nei prati con le lame falcianti e si percorre tutta la superficie con le lame a terra; ora, secondo voi, cosa può capitare ad un animale rannicchiato fra l’erba che ha come unica strategia di difesa il mimetismo e l’immobilità?

Beh, so che avete intuito ciò che accade a centinaia di piccoli di capriolo (ma questo è purtroppo anche il destino di molti piccoli di cervo) quando si entra nei prati e nei campi con i mezzi agricoli in estate, ma a costo di sembrare troppo cruda ed esplicita ve lo voglio raccontare nei dettagli, perché trovo sia un modo barbaro di lavorare e perché è bene che l’indifferenza venga smossa con dei resoconti dettagliati.

Ho visto zampe maciullate, spezzate, penzolanti e carni e tendini tagliati dalle lame; e ho visto grandi occhi neri e liquidi sbarrati dal dolore e dal terrore; ho sentito minuscoli cuori battere all’impazzata quando raccoglievo piccoli corpi martoriati e ancora vivi; ho visto il sangue e l’agonia di minuscole creature che hanno la sola colpa di essere nati in luoghi dove la presenza dell’uomo è troppo vicina; ho visto tutto questo e mi sono chiesta che senso abbia. MI sono chiesta a quale punto di civiltà è arrivata la nostra specie se il prodotto è questo.

dolce

E ho pensato a chi sa essere indifferente e non prende posizione fra le fila di chi potrebbe pensare a delle concrete misure di prevenzione e farle applicare. Io quando vedo queste cose, quando vedo che da un anno all’altro il rito macabro si ripete, mi chiedo dove stanno quelli che hanno la responsabilità di tutelare i cuccioli; è una morte atroce quella alla quale vanno incontro!! L’azione delle lame non è quasi mai letale; i piccoli che vengono tagliuzzati agonizzano a lungo prima di morire e se un predatore li trova, per loro è una fortuna, perché è l’unica possibilità che hanno perché le sofferenze finiscano in fretta. Un capriolo tagliuzzato da una lama falciante non urla; forse è per questo che nessuno ci fa caso.

bambi

Da come l’uomo tratta gli esseri che lo circondano si può capire il livello di civiltà alla quale siamo arrivati; in fin dei conti, in nome della tecnica e del progresso, ciò che facciamo agli esseri viventi che popolano il nostro quotidiano, non è molto dissimile da ciò che noi infieriamo a noi stessi come specie. Basta pensare a come spesso vengono trattati i bambini, o i vecchi. Trovo ci sia una scarsissima dose di intelligenza in tutto questo, e di conseguenza un bassissimo livello di evoluzione, lo devo dire.

Ritengo che per preservarci come specie dovremmo cominciare ad avere un po’ più di umiltà nel cuore e dovremmo smettere di pensare che le nostre azioni nefaste non avranno mai delle conseguenze. Essere indifferenti ai problemi che causiamo alla Natura in nome del nostro egoismo e della nostra ignoranza equivale ad essere indifferenti ai problemi che causiamo a noi stessi, alle generazioni che verranno. Occorre guarire dalla stupidità, dall’indifferenza e dall’egoismo; è necessario.

Le foto sono prese dal web.(https://it.pinterest.com/source/creynoldsphoto.blogspot.com -https://it.pinterest.com/source/simply-boho.tumblr.com)

Dopo un anno, ritorno a scrivere

Non mi ero resa conto che fosse passato tutto questo tempo!!! Un anno, anzi, di più… dall’ultima volta che ho pubblicato su questo blog, intendo dire.

Penso che quando si ha qualcosa da dire valga la pena condividere, ma penso anche che quando non si riesce a trovare la concentrazione sufficiente per poter condividere con la dovuta dedizione e attenzione, allora forse è meglio lasciar perdere. E’ una questione di rispetto nei confronti di chi mi segue e ha la pazienza (è proprio il caso di dirlo) di decifrare i miei scritti.

E chissà se c’è ancora qualcuno che avrà la pazienza di seguirmi e di decifrare le mie esternazioni… chissà…

Ho rimandato fino ad ora, pensando che sarebbero arrivati tempi più sereni e tranquilli che mi avrebbero permesso di concentrarmi meglio dedicandomi come vorrei a questo progetto, ma così non è stato. Il momento burrascoso pare si debba protrarre ancora per un bel po’ di mesi e così ho pensato che se aspettavo ancora per riprendere in mano quel che un anno fa avevo cominciato, il momento giusto in realtà non si sarebbe ripresentato proprio più, o comunque sarei andata troppo in là nel tempo per dargli un senso di continuità.

E così eccomi qui, a riprendere il filo, o quantomeno a cercare di provarci. E non è facile… non essere noiosa e scontata, intendo. Non lo è mai, ma lo è ancora meno quando si è tanto arrugginiti come lo sono io ora. Mi scuso con quanti capiteranno qui, per caso o per vecchi contatti mantenuti e si ritroveranno questa tiritera.

Ma in definitiva, volevo solo dire che mi piace l’idea di rimettermi un po’ alla tastiera sperando sinceramente che ne esca qualcosa di buono, nonostante me e nonostante tutto.

Il coraggio

Ci vuole molto coraggio per vivere la felicità, quando questa si presenta alla porta e ancora non la si era mai potuta veramente conoscere prima.

Pare abbia un volto terrificante, tanto spaventoso da renderla irriconoscibile; e così c’è chi preferisce tenere la porta chiusa, e rimanere rintanato, al sicuro, entro le solite cupe quattro mura grondanti  di tristezza.

Mentre fuori il sole fa scoppiare le gemme di gioia, e tutto è imprevedibile e meraviglioso… e trovo strano che solo in pochi, di tutta questa gioia, se ne curino.

 

Le illusioni

Cadono dagli alberi e non fanno rumore, raccolgono l’aria a piene mani e se la depongono in grembo, e così si fanno corpuscoli d’acqua che galleggiano nel vuoto e prima o poi si posano lente fra i pensieri.

Si nutrono di luce e di nebbie, stese dalle ali degli aironi che dipingono l’aria a grandi pennellate eleganti; si sollevano e svaniscono con i voli dei rapaci, disegnando cerchi ampi di azzurro per spaziare silenziose da un angolo all’altro del cuore.

Si posano furtive fra i rami e si aggrappano saldamente alle pelli sottili delle betulle, si lisciano le piume di seta e si dispongono ordinate a formare una logica consequenziale di ipotetici eventi.

Niente è reale, eppure tutto è straordinario.

Sulla sincerità del mondo non c’è da fare affidamento, ma sull’infinita illusione che ci è concessa dalla magnificenza delle cose della Natura, si può gioire senza riserve.

Passo dopo passo

Accade, capita così; una volta arrivati, prima che le linee si facciano vive, accade a volte che si comprima l’attenzione in uno sfondo d’alba rosea e asciutta di neve.

E che a quel che si vede, si respira e si vive, si rassegni il ritmo del cuore.

A volte, da una pace che fa eco ovunque una volta che il passo ti porta sulla vetta, e che s’assorbe nello scorrere profondo e caldo che sotto pelle piano si calma, ci si lascia sedurre con gratitudine.

E ci si lascia scivolare nel respiro della terra che dorme, ma vive, e vibra nel silenzio dei riverberi gelidi e cristallini;

la terra, che invita al gioco l’anima, mentre quella si assesta, stagione dopo stagione, passo dopo passo, come a rinascere nella pausa minima fra un istante e l’altro e ogni volta si rispecchia nel lago fermo del profondo, un po’più allegra, un po’ più grande, e un po’ più bambina.

Accade, a volte, che nell’aria della notte, i pappi che s’involano in pieno inverno, giocano ancora con la Luna, mentre i semi già caduti sonnecchiano e si rigirano fra i cuscini dell’attesa.

E poi delle volte accade che il respiro che da quassù si fa pulviscolo d’aria e polvere di neve, copre le costellazioni dei cervi nelle notti ferme, mentre quelli si muovono lenti in geometrie gerarchiche e prudenti lungo i sentieri dei versanti boscati.

La musica che vibra nel silenzio, protetta dalle pareti rocciose, non ha prezzo.

E accade che fra una pausa di meraviglia e l’altra, rinasca la gratitudine, e quella avvolge l’invisibile finché il buio si spegne, e piano cerca di entrare nel mondo morbido, nel vortice nell’inconoscibile che si sveglia, nel tempo che non è tempo.

Basta l’illusione di una rappresentazione studiata dall’Universo in mio personalissimo onore, per farmi ridere dell’ingenuità che, in quanto essere minimo, mi è propria.

Eppure, a volte, la magnificenza di questa rappresentazione diventa davvero mia, perché il mio riconoscerla entra a farne parte.

E allora, a volte, mi capita; fra un sorriso invisibile e vero, e l’alba che sfiora i rami spenti, capita che io respiro forte, e ad ogni respiro, ringrazio.

E’ così che dormono i frassini?

Quando si sta a guardare l’acqua di un torrente, e il suo scorrere fra i pani appuntiti di ghiaccio ed i massi levigati, con la schiena appoggiata al tronco sicuro di un frassino, beh, a volte e senza che lo si sappia il cuore si lega; non fa male, però la direzione, inevitabilmente, impercettibilmente si sente che cambia.

Se si àncora il cuore a una linea, dando a questa una direzione sconosciuta, questa, forse, prima o poi approda ad un infinito ignoto, inconoscibile; ma supponiamo che per un qualsiasi frangente di imprevedibile dissesto, gli eventi si spostino di un millesimo di grado… l’ignoto infinito al quale si approda sarebbe forse diverso dall’infinito ignoto al quale si sarebbe approdati qualora tale impercettibile spostamento non fosse mai avvenuto?

E quello spostamento impercettibile, quel millesimo di grado che farebbe variare il percorso nel suo complesso e scostare anche di molto un ipotetico, irrealizzabile punto di approdo perso nell’infinito (è un ossimoro? Sì, forse lo è… l’infinito non ha punti di approdo… a meno che non si intenda l’infinito stesso come un unico, immenso punto d’arrivo… che inevitabilmente coincide con il punto di partenza, quindi…)… si diceva, quell’eventuale spostamento minimo esiste di per se, o ha origine da una causa?

E’ imputabile a un battito un po’ più deciso, come se il cuore prendesse o perdesse quota al variare della velocità con il quale pulsa, o che altro? Come se tutti i nostri cuori si muovessero come fanno gli stormi degli uccelli quando si preparano a migrare.

Sì, insomma, nel caso degli spostamenti impercettibili che interessano gli ancoraggi del cuore, le forze che li determinano, e che di conseguenza determinano la direzione delle nostre esistenze, sono spontanee o vi sono delle leve che ne condizionano, facilitano o ne limitano l’innesco? E se vi sono, quante e quali percepiamo davvero, mentre quante e quali non sappiamo nemmeno che tirano i fili invisibili dei moti dell’animo?

Non so… un po’ come se vi fosse (e forse vi è) l’accumulo di un’energia in un punto indefinito nel profondo ed il conseguente rilascio in concentrazioni variabili in uno o più altri punti indefiniti; un po’ questo, intendo. Una sorta di caotico ordine banalmente e inevitabilmente primordiale.

E se questo avviene ed è percepibile, anche le percezioni sono causa di variazioni ulteriori?

E tutti questi movimenti che somigliano ai caleidoscopi ed ai prismi dove i colori caldi e morbidi si lasciano tagliare nettamente e poi sfumare in colori algidi e spezzettati, e gli stessi giochi d’acqua che sciolgono e rarefanno, per poi definire e sfumare in curve di vortici perfetti, da dove prendono origine? O forse non vi è necessità di un’origine, dato che tutto potrebbe essere l’origine di se stesso?

No, me lo chiedo… perché i frassini a parer mio, è di questo che meditano quando son spogli come adesso, e protesi sui torrenti a gustare il sonno di questi crepuscoli invernali.

O forse sono i nodi sciolti che avvolgono il cuore a confondersi con le liane spoglie e arruffate del luppolo, e così anch’esse si perdono a cercare appigli, dondolando nel blu cobalto che si spegne sullo sfondo del giorno, mentre i frassini, in realtà, placidamente, se la dormono e basta… e io è così che vorrei dormire.

Penso tuttavia che le mie elucubrazioni, inevitabilmente e a prescindere dalla specie botanica sotto la quale o nei pressi della quale i malcapitati lettori può darsi si siano nel frattempo venuti a trovare, al sonno più o meno da frassino, qualcuno, senz’altro lo hanno saputo portare.