Goldrake e Mazinga coltivavano il dubbio; forse ne sono certa!

Personalmente credo di avere la vocazione dell’ottimista disillusa. Di mio sono sempre stata una che ci crede, ma non troppo, a volte non abbastanza… dopo una certa età forse non ci credo per niente, non davvero…così, per scaramanzia, perché non si sa mai. Crederci troppo è tanto poco saggio come non crederci per niente. Mi barcameno nella via di mezzo, quella che spesso smarrisco addentrandomi nelle selve oscure, ma, in fin dei conti, chi non si perde non sa poi trovare soddisfazione nel ritrovarsi. A me sta bene così. Le certezze mi creano diffidenza, mentre il dubbio mi sta simpatico.

E allora ci sguazzo, nei dubbi, forse troppo, ma cerco di non darlo a vedere, che un minimo di senso di sicurezza è necessario farlo passare al prossimo, altrimenti ti prendono poco sul serio; nel peggiore dei casi potrebbero prendermi per matta. Non che mi creerebbe particolari scompensi se i miei simili mi prendessero per matta; sarebbe la conferma che sono sulla strada giusta, presumo. Tutto ciò che esula dalla regola prestabilita mi ha sempre trasmesso un’innata simpatia. Lo so, c’è un non so che di sovversivo in tutto ciò, ma non ci posso fare niente.

Anche in Natura, per dire, quelli che a noi che La osserviamo sembrano essere degli “errori”, delle dissonanze, degli strappi alla regola, in definitiva, se ben ci si pensa, non sono altro che Natura, e questo è tutto. Ma noi abbiamo un cervello che per funzionare ha bisogno di classificare, di riordinare, di prestabilire dei limiti entro i quali far girare gli impulsi da una sinapsi a un neurone e da un neurone alla sinapsi successiva, e allora, quando ci capita che qualche elemento nel nostro vivere esula dall’ordinato e dall’ordinario, la crisi si affaccia beffarda.

La paura; è la paura la prima sensazione che si fa strada quando dobbiamo affrontare qualche cosa che ci è ignoto, che esula dai confini prestabiliti che noi, o qualcun altro per noi, abbiamo predisposto. Non intendo il tipo di paura buono, quella che istintivamente ci mette nelle condizioni per evitare un pericolo incombente e reale. Parlo della paura subdola e strisciante, invisibile; quella che ti fa lavorare di fantasia, elaborando complessissime elucubrazioni (le famose seghe mentali) castrando sul nascere ogni nuova idea o visione delle cose. Se poi si ha la sfiga di incappare in consimili che la paura se la coltivano aggrappandosi alle solite e noiose certezze inconfutabili che hanno sentore di dogmi indiscutibili, allora il pantano si fa davvero profondo, melmoso e soffocante.

Ecco, dopo attenta analisi, agli albori della mia propensione all’incontenibile, problematica e patetica logorrea imbevuta di inestricabili dubbi amletici, ho concluso che questo tipo di paura è  estremamente dannosa per il buon cammino in questa valle da molti ritenuta oscura, ma per me poi nemmeno tanto oscura, da parte della sottoscritta, perché non porta a nessun risultato buono e a nessun risultato cattivo. Intendo dire che limita la crescita, la sperimentazione, che è causa di involuzione, di staticità, di regressione. Tutte ròbe che non mi interessano.

E allora da un po’ di anni ho deciso che sta ròba c’era un solo modo per levarmela di torno. Memore delle innumerevoli puntate delle più blasonate serie di cartoon anni ottanta dove il bene soffre molto e a lungo, ma alla fine sconfigge SEMPRE il male, ad un certo punto, immersa in quello stato di totale e sublime immedesimazione in fiabe, storie, e favole che si sperimenta (purtroppo) solo in quella particolare e meravigliosa età infantile, ho deciso che sarei stata l’eroina della mia esistenza, che mi sarei messa la maschera dell’Uomo Tigre, che mi sarei infilata nella testa di Mazinga Zeta e mi sarei messa ai comandi, che sarei diventata una dea sulla scia delle avventure di Pollon, che mi sarei innamorata di un cane come Spank e che avrei affrontato a neuroni nudi e una volta per tutte l’avversario numero uno, ovvero ME Medesima con tutti i miei limiti e le paure annesse e connesse.

Ok,ok, può sembrare patetico… forse perché siamo adulti e per un adulto lo sembra. Ma se ci si pensa, non è poi così ridicola sta cosa.

Non sto qui a elencare le battaglie perse, i momenti in cui il colpo segreto dell’avversario sembrava proprio avere la meglio, i patimenti e gli sbattimenti per arrivare ad usare le lame rotanti nel modo giusto e al momento giusto, le angherie subite da parte del o della, o dei cattivi, sporchi bastardi di turno. Tutti sanno benissimo in che cosa consiste il peggio di un’esistenza umana, se non altro perché ognuno conosce il suo personalissimo peggio e a tutti pare che a nessuno possa capitare un peggio peggiore del proprio, quindi, onde evitare di cadere nel patetico alla Dolce Remì, sorvoliamo.

Mi interessa invece parlare di quando alla fine di inenarrabili puntate che duravano spesso anche degli anni accumulati ad altri anni durante i quali le disavventure sembravano non avere mai fine, alla fine arrivavo alla vittoria, ovvero alla sconfitta del nemico con la conseguente salvezza del mondo intero… del mio mondo, ovviamente.

A salvare il resto del mondo, quello che ci accoglie tutti, ci vogliono moltissime altre puntate e moltissimi altri sbattimenti, inenarrabili fatiche e patimenti da parte di moltitudini di guerrieri che combattono il buio, ovvero l’ignoranza e la paura. Ecco, per salvare l’umanità da se stessa, ci vorrebbero tutte le storie, tutti i libri e tutti i film che le menti umane hanno prodotto nei secoli (parlo di quelli che valga davvero la pena vedere e leggere); una ròba stile Guerra dei Mondi, per capirci… una ròba alla Tolkyen… ma molto più epica, cruenta, estesa e probabilmente spaventosa e inenarrabile… e forse ancora non basterebbe.

Qualcuno ci sta lavorando e nel mio piccolo, con i limiti che sono propri del mio personaggio, io pure cerco di fare il mio. Salvo il mio mondo dalle certezze inconfutabili per salvare il resto del mondo dalla paura. E’ così che farebbe Goldrake, forse!

Ma quello che davvero volevo dire con questo delirio partito sul serioso, ridicolo andante e sfociato nel nostalgico comix con moto, è che nel momento stesso in cui ho deciso che io dovevo trasformarmi nella super eroina di turno e combattere, oltre ai missili rotanti, mi sono procurata altre armi ed è stato allora che ho cominciato a divertirmi davvero. Tutto il resto è preambolo, e anche piuttosto noioso.

Perché è così che va e Capitan Harlock insegna; se smetti di temere la paura, allora la paura smette di corteggiarti e tu smetti di sbavare litrate di insofferenza sui cuscini gommosi della noia. L’arma migliore in assoluto per garantirsi delle piccole, a volte invisibili, ma non per questo meno significative, vittorie quotidiane è la Conoscenza.

Esistono guerrieri che hanno la vocazione di insegnare in modo efficace e sublime l’arte di questa guerra; lo fanno nel loro modo specialissimo e così sanno sconfiggere il buio e la paura. Io ne ho conosciuti alcuni; sono stati pochi, ma fondamentali. A loro devo la parte più buona del gusto che oggi ha la mia vita. A loro va la mia gratitudine. E un po’ di gratitudine va anche a quelle menti che a suo tempo hanno creato i cartoon anni 80 ed a tutti i creativi che colorano il mondo di intelligenza e Bellezza.

Stupore

A volte, in primavera, i giorni sono così lunghi e belli e colmi di luce forte e leggera, e di attimi incredibilmente pieni che mi stupisco di quanta energia sappiamo spendere perché tutto questo vivere di bellezza non ci soverchi all’improvviso, togliendoci il fiato, la capacità di vedere, di sentire. Vado a dormire pensando alla meraviglia dell’alba che mi attende, forse.

Che a dormire sotto le stelle

Che a dormire sotto le stelle, quando la Luna è sola e sottile ed i grilli han chiamato caldo per tutto il pomeriggio, beh, non si sbaglia mai. Ad aspettare il risveglio dei boschi non si perde mai niente e si ritorna sempre ed ogni volta contenti, con il canto dell’alba dentro e gli occhi stanchi,  ma colmi di quella luce che fa nascere il giorno e rende l’animo quieto ed i sensi grati. E partire alla sera per vegliare di notte e attendere il canto del Re all’alba ha sempre quel sentore di magico e fantastico,  come se la notte dei boschi regalasse il mistero che cerco di giorno, ma che di giorno non è  possibile vedere mai, perché la luce lo nasconde, mentre la notte, lei, lo fa nascere e lo rende visibile. Sono grata alla libertà delle veglie di primavera, al dovere di conoscere per proteggere, all’aria fredda che mi è  permesso respirare con le resine ed i silenzi ed il canto dell ‘ allocco.  Senza penso spesso che  potrei anche  morirne.

Dal libro VII° dei profeti dell’antitempo

…di quando Stileminimo cominciò a dare forma a un seppur minimo tributo alla bellezza.

STILEMINIMO

Pareva che la bellezza fosse ovunque e bastava cercarla, allenare l’occhio ed il cuore a vederla per poi goderne con i sensi tutti, facendosi rapire dalla forza di una melodia imponente che la natura spandeva per chi ne sapeva coltivare il senso.
Era necessario il talento dell’imitazione per riprodurla ed averla accanto, vicina, poterla toccare con levità e carezzarla con occhi rapiti.
Si fecero grandi le arti e si diedero significati alle forme, alle linee, ai colori, agli animali, alle piante tutte, così che l’alloro e la palma ed il giglio ed il rosso delle rose, il verde tenero dei salici, l’oro del grano avessero parole che ne dicessero all’infinito, spieando altre forme, altri colori, altro sentire, altra Natura e Bellezza.
Venne poi il predicatore, che delle stesse parole fece uso diverso e non lesse la Natura, ma la corruzione, l’abominio, l’oscuro tramare ed il peccato e furono sue le…

View original post 174 altre parole

Il coraggio

http://m.youtube.com/watch?v=quu2VK5bQuQ#

Quando non conosci le risposte, cercale nella natura.

Non scrivo mai a caldo,  dopo aver appena visto un film, o letto un libro. Non lo faccio perché solitamente ho bisogno di metabolizzare, di capire, di razionalizzare. Nel caso di questo film però la carica emotiva positiva che mi ha lasciato mi impone di dire e di condividere.

LA FORZA DELL’UNO è un film di John G. Avildsen del 1992. Non l’avevo mai visto e se non fosse accaduto ora e per caso, mi sarei persa un bellissimo film. Penso spesso questa cosa quando la vita mi fa dei regali di questo tipo; fa venire voglia di scoprire tutta la bellezza che ancora non si conosce. In tal senso è una fortuna essere ignoranti come la sottoscritta.

Ma senza divagare oltre, il film parla della situazione in Sud Africa durante il periodo dell’ apartheid ed è tratto dall’omonimo romanzo di Bryce Courtney del 1989 e che adesso mi è venuta una gran voglia di leggere.

Il protagonista è un bambino inglese che nasce e cresce in Sud Africa nel periodo fra gli anni del dopoguerra quando,  a partire dl 1948, venne istituito l’apartheid.

Il film non solo rende chiare le condizioni della popolazione nera durante il regime,  ma  specie nella prima parte e sulla scia della voce narrante del protagonista bambino, racconta con una delicatezza e nel contempo con grande forza ed efficacia emotiva un Africa che per i suoi segreti ed i suoi paesaggi è magicamente pura, nonostante tutto.

È però anche un film che rende ben evidenti le situazioni politiche e le ideologie malate che portarono alla segregazione della popolazione nera, non risparmiando la cronaca di violenze perpetrate e subite. Lo consiglio a tutti, assolutamente, e spero che chi non l’ha ancora visto e vorrà vederlo, possa trarne emozioni analoghe alle mie, perché  mi son piaciute tanto. ☺

Prima della battaglia

Chiamate il cacciatore e ditegli di andare a sondare le idee di quella testa che si sta raffreddando all’ombra dei pini! È necessario capire se ci si può fidare, se le sinapsi son degne di nota o hanno necessità di manutenzione. Che si verifichino le connessioni e le propensioni e si facciano rapporti dettagliati in merito alla pedina da collocare. Chiamate il pastore con i cani e ditegli di contenere il gregge, di definire il perimetro, di collocare il recinto. State attenti alle conseguenze e ricordatevi dei budget letali che devono essere consegnati; non fate cazzate,  non create pedine moleste,  scomode, refrattarie e ingestibili. Prevenite movimenti inconsueti e portatevi l’attrezzatura per le lobotomie. Create un prato all’inglese rasato ad arte; che si veda bene oltre la collina e che non vi siano vie di fuga non controllabili. Piazzate l’attrezzatura nei siti strategici, appostatevi e attendete. Seguiranno ulteriori disposizioni.

Sono una miscredente

Io sono una miscredente, mi si dice… eppure io credo.

Credo nel colore, fatto di una sola luce e delle luci fatte di colori che diffondono verdi su cieli opachi; credo nella stasi di un attimo inesistente, negli aghi dei pini, perfetti e dipinti da mani invisibili e nelle crune sottili come filamenti di stami e levigate come semi dispersi nell’acqua.

Credo nella riservatezza e nell’insonne bellezza delle rose canine.

Credo nella parsimonia, nell’elargizione della giusta misura, nel ritmo silenzioso e ondulato dei refoli di vento a quote inarrivabili.

Credo nel colore di una piuma e nello sfumare sottile di un occhio che s’illumina fra un frammento di cielo e la coltre verde di un sipario di profumi.

Credo nel distacco, nell’indifferenza che mi salva l’animo e l’umore; credo nel saper non sentire, per sentire tutto e ancora più forte.

Credo nella terra asciutta, negli scalini fatti di radice, zolla, muschio, profumo e acredine.

Credo nella forma sinuosa degli anfratti sotto corteccia, nelle caverne millimetriche e nelle tane ad umidità costante.

Credo nel movimento invisibile di microscopici disegni; credo nella ritrosia dei felini, nella bontà dei canidi, nella ferocia di chi si nutre di ciò che sa essere il suo unico pasto.

Credo nella Morte e anche nella Morte venero la Vita.

Credo nelle stelle che non conosco, che sono infinite e credo nel mio infinito non conoscere.

Credo nel buio, nel canto delle civette, nel volo silenzioso dei rapaci notturni e nelle evoluzioni spettacolari dei balestrucci nell’ora del crepuscolo.

Credo nella terra che calpesto, nell’erba tagliente che mi scivola sotto i palmi quando la via è irta e credo nella fatica, nel ritmo del mio respiro e nella stagione oscura, come credo nella stagione colma di luce.

Credo nell’aria profumata dopo la pioggia, nella luce che filtra fra le coltri d’arcobaleni.

Credo nel mio non saper dire e nell’accumulo di variabili fantastiche fra le sinapsi della mia mente; credo nella mente e nelle ragnatele sottili che mi legano al mondo.

Credo in ciò che amo e che so vedere e poi credo soprattutto in ciò che non vedo e che fin troppo riesco a sentire.

Credo nel silenzio, nella solitudine perfetta, nella storia non scritta e in quella mai detta.

Credo nell’anima del tutto che aleggia nell’esperienza ancestrale del mondo.

Credo nel limite e nel confine fra ciò in cui credo e ciò che non conosco e credo di essere felice di poterlo e volerlo ancora cercare.

Oggi credo così e credo che domani crederò in modo diverso, perché credo nel diritto di ragionare, di cambiare parere e di raccontarmela e di vivermela come mi pare.

E.G.

Citazioni da “L’etologia” di Konrad Lorenz

Ad un certo punto del suo libro sull’etologia, ovvero sulla scienza da lui fondata che studia il comportamento animale con il metodo dell’analisi comparata, Konrad Lorenz cita il botanico Fritz Knoll. Cinquant’anni prima della pubblicazione del libro di Lorenz (la prima edizione è del 1978), Knoll scrive: “…per poter mettere a punto l’esperimento sugli animali che servono all’ecologia delle fioriture, lo sperimentatore deve, innanzitutto, acquisire una conoscenza approfondita delle abitudini di vita generali degli animali da studiare. Ciò si può ottenere solo con un’osservazione prolungata e rigorosa delle piante nel loro ambiente naturale e della relativa fauna. Solo dopo una tale preparazione si deve passare all’esecuzione di un esperimento. Anzitutto sarà bene eseguire gli esperimenti progettati, per quanto possibile, nella località naturale dei fiori studiati e dei loro insetti. Certi esperimenti per cui non è adatto l’ambiente originario, verranno eseguiti all’aperto in altri luoghi, più consoni al caso. Infine per quegli esperimenti che devono essere eseguiti in condizioni molto particolari, ci si potrà servire del laboratorio e delle sue apparecchiature. Gli esperimenti di laboratorio, se messi a punto sensata mente e con tutta la critica necessaria, spesso ci permettono di raggiungere gli ultimi dettagli di un fenomeno particolare, che, nell’ambiente naturale, troppo articolato, si sono sottratti a una chiara comprensione.”

Ecco, questo dice Kroll citato da Konrad. Nel mio piccolo ho interpretato il tutto come segue: per risolvere un mistero della Natura, il primo passo da fare è osservarlo con grande attenzione e altrettanta pazienza. Il secondo è quello di provare a formulare delle ipotesi. Il terzo è quello di verificare le ipotesi formulate attraverso un lavoro sperimentale sul campo e se necessario in laboratorio. Questa parte è forse la più importante… voglio dire che K. Lorenz sottolinea il fatto che è fondamentale la conoscenza del contesto in cui l’oggetto di studio si viene a trovare ed altrettanto importante è un’osservazione “non invasiva”. Il quarto è quello di avere il coraggio di essere critici in merito ai risultati ottenuti e all’occorrenza metterli in discussione riprendendo ad osservare con attenzione e pazienza. Questo metodo, a mio modesto parere, al di là della ricerca in etologia, insegna anche ad agire con cautela, coltivando il senso critico nei confronti del proprio operare. Mica è poco, mi pare. In definitiva insegna ad avere la giusta umiltà quando ci si pone davanti alle incognite della Natura e in un certo senso, della vita in genere. Ecco, a me tutto questo ispira grande fiducia e lo volevo dire. Tutto qui.

La corsa

La punta dell’iceberg, le primule calpestate, il sentore di voluttà pregnante in ogni respiro, in ogni battito di ciglia. Non aver nulla da perdere per poter arraffare, scalpitare, sgomitare, annaspare, mordere e possibilmente sopraffare. Il calcolo, l’esplosione di ego tronfi, la lanugine di teste ammuffite e infanzie compressa nella carta vetrata dell’ambizione; ammasso neuronale amorfo, virulento, sfatto e friabile come funghi pronti a scoppiare in atomiche di spore sinaptiche infette. Creazioni in 3d di mascheroni infernali e prediche da pulpiti incarnati, piastrelle lucide di ceramiche fini, ammanchi occultati con le carte da parati decorate da arabeschi di menzogne, sfere che comprimono firme e in sostituzione del credo digitale, punte comprovanti e identità rilasciate nei cessi della buona creanza. Terreni asfittici e sterili raspati e arati dai tacchi degli impazienti, dalle forme mostruose delle orme grondanti liquidi organici dispersi nell’etere. Lo scorrere di polpastrelli su schermi a cristalli liquidi, l’affanno delle urla soverchiate da psicofarmaci silenziosi e immersione nella feccia compressa dei social famelici e nei succhi corrosivi di una digestione virtuale che rutta e sporca e lacera esistenze. Datemi un mezzo per potermi allontanare, un po’ di particelle di idrogeno da immergere ad alta quota nell’azzurro del mare capovolto. Immergersi nel pulito del non umano e respirare una prima volta ancora. Fermare la corsa, accasciarsi, morire, putrefarsi e rinascere, vivi, questa volta.