Il bastimento a tre piani

Da: “Fiabe italiane”di Italo Calvino

C’erano marito e moglie poveri che stavano in campagna. Nacque loro un bambino ma non avevano nessuno nel vicinato che gli facesse da padrino. Andarono in città, ma non conoscevano nessuno e senza padrino non lo potevano far battezzare. Videro un uomo avvolto in un mantello nero sulla porta della chiesa e gli dissero: – Buon uomo, ci fate da padrino a questo figlio? – 

L’uomo disse di sì e il battesimo fu fatto.

Usciti di chiesa, lo sconosciuto disse: – Ora devo fare il regalo al mio figlioccio. Ecco questa borsa; servirà per allevare il bambino e dargli un istruzione. E qui c’è una lettera che gli darete quando saprà leggere -.  Il padre e la madre rimasero stupiti, e prima che trovassero parole per ringraziare l’uomo e per chiedere chi era, egli se n’era digià andato.

La borsa era piena di monete d’oro e servirono a mandar a scuola il bambino. Quando ebbe imparato a leggere, i genitori gli diedero la lettera; ed egli lesse:

Caro figlioccio,

torno a riprendere possesso del mio trono dopo un lungo esilio e ho bisogno di un erede. Appena letta questa lettera mettiti in viaggio e vieni a trovare il tuo caro padrino, il Re d’Inghilterra. Post scriptum: in viaggio guardati bene dall’accompagnarti con un losco, uno zoppo ed un tignoso.

Il giovane disse: – Padre, madre, addio, devo andare a trovare il mio padrino, – e si mise in viaggio. Dopo aver camminato qualche giorno incontrò un viandante che gli disse: – Bel giovane, dove andate?

– In Inghilterra.

– Anch’io: viaggeremo insieme.

Il giovane lo guardò negli occhi; aveva un occhio che guardava levante e uno ponente, ed egli pensò che era il losco da cui doveva guardarsi. Si fermò con un pretesto e cambiò strada.

Trovò un altro viandante seduto su una pietra.

– Andate in Inghilterra? Faremo il viaggio insieme, – 

disse e alzatosi cominciò a zoppicare appoggiandosi al bastone.

“Questo è lo zoppo”, pensò il giovane, e cambiò strada ancora.

Incontrò un altro viaggiatore, che gli occhi li aveva sani, le gambe anche, e quanto a tigna, aveva la più folta e netta testa di capelli neri che si fosse mai vista. Così, siccome era anche lui in via per l’Inghilterra, viaggiarono insieme. A sera si fermarono in una locanda e vi presero alloggio. Ma il giovane, che non si fidava, consegnò la borsa con il suo denaro e la lettera per il Re al locandiere perché gliela custodisse. Nella notte, mentre il giovane dormiva, il compagno si alzò, andò dal locandiere e si fece dare la borsa, la lettera e il cavallo. Al mattino il giovane si trovò solo, senza un soldo, senza lettera e appiedato.

– E’ venuto stanotte il vostro servitore, – gli disse il locandiere, – a prendere tutta la vostra roba. Ed è partito…

Il giovane si mise in strada a piedi. A una svolta, vide il suo cavallo legato a un albero in un prato. Andò per prenderlo ma da dietro all’albero saltò fuori il compagno della sera prima armato di pistola. – Se hai cara la vita, – disse, – devi farmi da servitore e fingere che sia io il figlioccio del Re d’Inghilterra – . E in così dire si tolse la parrucca nera: il suo cranio era tutto ricoperto di tigna.

Partirono, il tignoso a cavallo e il giovane a piedi, e così arrivarono in Inghilterra. Il Re accolse a braccia aperte il tignoso credendolo il suo figlioccio, mentre il vero figlioccio fu assegnato alle scuderie, come mozzo di stalla. Ma il tignoso non vedeva l’ora di disfarsene e un giorno che il re gli disse: – Se potessi liberare mia figlia, prigioniera di un incantesimo in un isola, te la dare in sposa; ma tutti quelli che sono partiti per liberarla sono morti, – lui gli propose: – Provate a mandarci il mio servitore, lui certo sarà capace di liberarla.

Il Re fece chiamare subito il giovane e gli chiese:

– Tu sei capace di liberare mia figlia?

-Vostra figlia? – disse il giovane. – Ditemi dov’è Maestà!

E il Re: – Guarda che se torni senza averla liberata ti taglierò la testa.

Il giovane andò al molo, e guardava le navi partire e non sapeva come raggiungere l’isola della Principessa. Gli si avvicinò un vecchio marinaio con la barba fino ai ginocchi: – Sta’ a sentire, – gli disse, – fatti fare una nave a tre piani.

Il giovane andò dal Re e si fece armare una nave a tre piani. Quando la nave fu in porto pronta a salpare, ricomparve il vecchio marinaio: – Adesso, – disse, – fa’ caricare un piano di croste di formaggio, un altro piano di briciole di pane, e il terzo di carogne putrefatte.

Il giovane fece fare i tre carichi.

– Adesso, – disse il vecchio, – quando il Re ti dirà: “Scegli quanti marinai vuoi” tu di’: “Me ne basta solo uno”, e sceglierai me – .  Così fece e tutta la cittadinanza era a veder salpare la nave con quello strano carico e con un equipaggio composto d’ un solo uomo, e per di più vecchio cadente.

Navigarono tre mesi, e dopo tre mesi, nella notte, videro un faro ed entrarono in un porto. Non si vedeva nulla a riva: case basse basse, un muoversi come di nascosto, e finalmente una voce disse: – Che carico portate?

-Croste di formaggio, – rispose il vecchio marinaio.

-Buono, – dissero da terra, – è quel che fa per noi.

Era l’Isola dei Topi, e tutti i topi erano i suoi abitanti. Dissero: – Compriamo tutto il carico, ma danari per pagare non ne abbiamo. Però ogni volta che avrete bisogno di noi, non avrete che da dire: “Topi, bei topi, aiutatemi voi!” e noi arriveremo subito ad aiutarvi.

Il giovane e il marinaio buttarono la passerella e i topi vennero a scaricare velocissimi le croste di formaggio.

Partiti di là, arrivarono di notte a un’altra isola.

Nel porto non si vedeva nulla, peggio che in quell’altra. Non c’era né casa né albero che s’alzasse da terra. – Che carico avete? – sentirono dire, dal buio.

-Briciole di pane, – disse il marinaio.

-Buono!- risposero. – è quel che fa per noi!

Era l’isola delle formiche, e tutte formiche erano suoi abitanti. Neanche loro avevano denaro per pagare, ma dissero:- Quando avrete bisogno di noi, basta che diciate: “Formiche, belle formiche, aiutatemi voi!” perché noi accorriamo dovunque voi siate.

E si misero a scaricare le briciole di pane, avanti e indietro per le funi dell’ormeggio. Poi la nave ripartì.

Arrivarono a un’ isola tutte rocce altissime che calavano a picco sul porto. – Che carico portate? – gridarono di lassù.

-Carogne putrefatte!

-Buone! – dissero. – è quello che fa per nopi, – e grandi ombre nere calarono sulla nave.

Era l’Isola degli Avvoltoi, abitata da quegli uccelli rapaci. Scaricarono la nave portandosi via le carogne a volo, e in cambio dissero che al richiamo: “Avvoltoi, begli avvoltoi, aiutatemi voi!”, sarebbero sempre accorsi in loro aiuto.

Dopo altri mesi di navigazione, arrivarono all’isola dov’era prigioniera la figlia del Re d’Inghilterra. Sbarcarono, attraversarono una lunga caverna, e sbucarono davanti a un palazzo, in un giardino. Venne loro incontro un nano. – è qui la figlia del Re d’Inghilterra? – domandò il giovane.

-Venite a domandarla alla Fata Sibiana, – disse il nano, e li introdusse nel palazzo dal pavimento d’oro e dalle pareti di cristallo. La fata Sibiana era seduta su un trono di cristallo e d’oro.

-Sono venuti re e principi con tutti i loro eserciti, – disse la Fata Sibiana, – per liberare la Principessa, e tutti sono morti.

-Io ho solo la mia volontà e il mio coraggio, – disse il giovane.

-Ebbene, – disse la Fata, – dovrai passare tre prove. Se non ci riuscirai non farai più ritorno. Vedi questa montagna che mi nasconde il sole? Domattina quando mi sveglio voglio avere il sole in camera. Devi riuscire ad abbattere la montagna entro questa notte. 

Il nano portò un piccone e condusse il giovane ai piedi della montagna. Il giovane diede un colpo di piccone e il ferro si ruppe. “Come faccio a scavare?”,  si disse, e gli vennero in mente i topi dell’isola. – Topi, bei topi, – chiamò, – aiutatemi voi!

Non aveva finito di dirlo che una marea di topi si mise a brulicare sulle pendici della montagna, e la ricoperse tutta fin sulla cima, e tutti scavavano e rodevano e zampettavano via la terra, e la montagna si sfaldava, si sfaldava…

L’indomani la Fata Sibiana si svegliò ai primi raggi del sole che entravano nella sua camera. – Bravo, – disse al giovane, – ma non basta -. E lo condusse nei sotterranei del palazzo. In mezzo al sotterraneo, in una sala alta come una chiesa c’era un immenso mucchio di piselli e lenticchie tutti mischiati. – Bisogna che entro stanotte mi dividi i piselli dalle lenticchie, facendo due mucchi separati. E guai se lasci una lenticchia nel mucchio dei piselli, o un pisello nel mucchio delle lenticchie.

Il nano lasciò un lucignolo di candela, e se ne andò con la Fata. Il giovane rimase di fronte al gran mucchio, col lucignolo che stava per spegnersi e mentre si domandava come avrebbe potuto un uomo compiere un lavoro così minuto, gli vennero in mente le formiche dell’isola. – Formiche, belle formiche, – chiamò, – aiutatemi voi!

Appena pronunciate queste parole, tutto l’enorme sotterraneo formicolò di quelle minuscole bestioline, che si disposero attorno al mucchio e, con ordine e pazienza, le une trasportando i piselli, le altre le lenticchie, ammucchiarono due cumuli divisi delle due specie.

-Non sono ancora vinta, – disse la Fata quando vide il lavoro compiuto. – Ora t’aspetta una prova ben più difficile. Entro domani all’alba dovrai portarmi un barile pieno d’acqua di lunga vita. 

La sorgente dell’acqua di lunga vita era in cima a un’altissima montagna, popolata di bestie feroci. Impossibile pensare di salirci, e più impossibile ancora andarci con un barile. Ma il giovane chiamò: – Avvoltoi, begli avvoltoi, aiutatemi voi! – E il cielo fu nero di avvoltoi che scendevano a larghi giri. Il giovane attaccò al collo di ciascuno un’ampolla e gli avvoltoi volarono in lunghissimo stormo fino alla sorgente sull’alta montagna, riempirono ognuno la sua ampolla, e rivolarono fino dal giovane a rovesciare le ampolle nel barile che egli aveva preparato. 

Quando il barile fu riempito, si sentì un galoppo di cavalli: la Fata Sibiana fuggiva e dietro le correvano i suoi nani, e dal palazzo saltò fuori felice la Figlia del Re d’Inghilterra dicendo: – Finalmente sono salva! M’avete liberata!

Con la Figlia del Re ed il barile dell’acqua di lunga vita, il giovane tornò sulla nave dove il vecchio marinaio l’aspettava per levar l’ancora.

Il Re d’Inghilterra scrutava ogni giorno il mare con il cannocchiale, e quando vide avvicinarsi un bastimento con la bandiera inglese, corse al porto tutto contento. Il Tignoso quando vide il giovane sano e salvo con la figlia del Re, per poco non morì di rabbia. E decise di farlo assassinare.

Mentre il Re festeggiava il ritorno della figlia con un grande pranzo, due tristi figuri vennero a chiamare il giovane, dicendo d’una questione urgente. Il giovane senza capire li seguì; giunto nel bosco, i due figuri, che erano sicari del Tignoso, trassero i coltelli e lo scannarono.

Intanto, al pranzo, la figlia del Re stava in pensiero perché il giovane era uscito con quei tristi figuri e non tornava. Andò a cercarlo e, arrivata nel bosco, trovò il suo cadavere pieno di ferite. Ma il vecchio marinaio aveva portato con sé il barile dell’acqua di lunga vita e vi immerse il cadavere del giovane: lo videro saltar fuori più sano di prima, e così bello, che la figlia del Re gli gettò le braccia al collo.

Il Tignoso era verde dalla bile. – Cosa c’è in quel barile? – domandò.

-Olio bollente,- gli rispose il marinaio.

Allora il Tignoso si fece preparare un barile d’olio bollente e disse alla Principessa: – Se non amate me mi uccido – . Si trafisse col pugnale e saltò nell’olio bollente. Restò bruciato, sull’istante, e nel salto gli volò via la parrucca nera e si scoperse la testa tignosa.

-Ah! Il Tignoso! – disse il Re d’Inghilterra. – Il più crudele dei miei nemici. Finalmente ha trovato la sua fine. E allora tu, valoroso giovane, sei il mio figlioccio! Tu sposerai mia figlia ed erediterai il mio regno! – E così avvenne. 

 

 

 

 

 

 

 

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