Per chi odia la lentezza

Non amo chi corre! Non ho mai sopportato chi fa le cose di fretta e personalmente vado con la dovuta calma in tutto ciò che faccio, perché trovo che il mondo è pieno zeppo di cose da guardare, da capire e di cui rendersi conto. Mi hanno sempre detto che la mia lentezza assomiglia a una forma latente di pigrizia; non è vero! La mia lentezza è paragonabile a uno studio costante, assiduo e attento di tutto ciò che mi accade attorno. Io non sono lenta, io osservo. Ma questo è poco produttivo e non è accettato dal sistema e da chi reputa la produttività direttamente proporzionale alla quantità di lavoro prodotto, omettendo di valutarne la qualità. In famiglia i benpensanti mi hanno biasimata per anni perché non provo il minimo senso di colpa a causa della mia lentezza. E se è per questo mi hanno biasimata per anni anche perché non ho mai provato il minimo senso di colpa per niente in particolare. Ci hanno provato, per anni e in gruppo, ma a me proprio sto fatto del senso di colpa non mi andava di assimilarlo, perché capivo che era uno strumento di manipolazione. A me non è mai piaciuto farmi insegnare come devo sentirmi e come devo pensare. Quindi niente senso di colpa perché mi prendo il giusto tempo per vivere, spiacente. Eppure lo sanno tutti che correre in continuazione ha qualche cosa di malato! lo sanno, perché poi si fanno di ansiolitici, di tranquillanti e di altra porcheria rincoglionente. Si fanno di pillole perché non ce la fanno a correre in continuazione! E non ce la fanno perché correre in continuazione non è a misura d’uomo! E’ come chiedere a un leone di mangiare l’insalata, o come chiedere a una macchina che va a benzina di bruciare gasolio! Ci puoi mettere tutti gli additivi che vuoi, ma prima o poi si ferma. Io di gente scoppiata ne ho vista tanta, non so voi… e prima di scoppiare non è che facevano una gran bella vita; Tutt’altro! Se volessi essere cinica fino in fondo, potrei dire che chi deve sentirsi in colpa perché non rispetta se stesso e la vita che gli appartiene, preservandola in buona salute con dei ritmi umani, non sono io, ma chi corre fino a scoppiare!!!

Accadeva in quei giorni di primavera inoltrata…

Eh no, non vi racconto delle storie d’amore giovanili e delle spensieratezze con sentor di romanticismo, tutt’altro! Mi ricordo di quando per me la primavera era fonte di costante ansia e preoccupazione; io ero placidissima e molto grata ai mesi invernali e già da fine settembre e inizio ottobre cominciavo a ringraziare il ciclo stagionale, perché mi portava verso la quiete e la calma, ma la Primavera no, non mi piaceva per niente!! Intendiamoci, non sto parlando delle bellezze della natura, questo è ovvio! Su questo fronte la Primavera è una meraviglia e come tutte le altre stagioni ha le sue particolari meraviglie! No, no; io parlo del lavoro in campagna, dell’agitazione che piano piano si sentiva crescere in casa, quando mia madre si alzava prestissimo per andare a mungere le vacche e già era di cattivo umore perché pensava che doveva andare a ripulire i prati dalle ramaglie prima che l’erba crescesse troppo, per dirne una.

Il suo pessimo umore non era un segreto per nessuno; lei ce lo spiegava nei dettagli qual era il motivo e io l’ho memorizzato bene, da un’anno all’altro, per molti anni, finché ho vissuto nella casa dei miei. Il motivo era questo: perché lei poi doveva anche occuparsi di quattro figli e di dieci vacche e le manze e di andare a prendere il pane, portare il latte al casello per venderlo, dar da mangiare ai cani e alle galline, occuparsi un po’ della casa, del pranzo e insomma…. tutti quei prati da pulire e una serie di altre cose che non sto qui a raccontarvi, la rendevano davvero sempre perennemente di pessimo umore! E mia madre quando era di pessimo umore, non era rassicurante, ma proprio per nulla, ve lo assicuro!

Questo fatto era fonte di un’ansia riflessa ed è rimasta tale, come se fosse una specie di imprinting che affiora ogni anno. Non sono mai riuscita a liberarmene davvero e in Primavera divento guardinga e mi scatta la tensione tipica delle bestie in allerta. Niente di romantico nella mia visione delle bucoliche giornate primaverili, dunque; per me in primavera comincia la caccia, e io faccio la parte della lepre.

E intendiamoci, io la temevo, ma la capivo anche benissimo mia madre; la capivo e mi agitavo anch’io, perché i lavori li conoscevo, capivo la sua stanchezza, il nervosismo, il tempo che non bastava mai! Perché noi mica avevamo chi ci aiutava! Noi si faceva tutto da soli; anche noi bambini dovevamo fare la nostra parte di lavoro e no, non era divertente. Io cominciavo a sentirmi ansiosa già nel mese di febbraio, quando la luce cominciava a cambiare, le giornate si allungavano per davvero ed i pascoli cominciavano ad affiorare da sotto la neve; osservavo mia madre di nascosto e mi chiedevo quando sarebbe ricominciata la giostra infernale, le urla e le imprecazioni che volavano un po’ ovunque quando la stanchezza non permetteva più di ragionare…. me lo chiedevo con un senso di preoccupazione crescente e inevitabilmente, anch’io diventavo cupa, forse più di lei.

Non so se anche voi avete davanti agli occhi il volto di vostra madre quando ci si trovava in mezzo alla gente e vi guardava con uno sguardo truce di avvertimento, come a dire:” Occhio a come ti comporti, perché se fai un passo falso poi facciamo i conti a casa!!” Ecco, io quando penso a mia madre, rivedo sempre quello sguardo; una specie di accusa preventiva, giusto per farti capire che aria tira, anche se ancora non hai fatto nulla di male. La sensazione, anche adesso, è di reverenziale timore che a tratti sfocia in concreta e reale paura.

E in primavera, quello era lo sguardo di mia madre, e se lo teneva sulla faccia per tutta l’estate, fino ad autunno inoltrato, quando si spargeva il letame nei prati, con la forca, a mano, lungo i pendii irti e facendo fatica a stare in piedi. Io me la ricordo che portava il letame sulle spalle in salita, in una gerla rossa di plastica; me la ricordo e mi ricordo il suo fiato corto, gli occhi fissi a terra, il sudore che le imperlava la fronte ed il solito sguardo di accusa sulla faccia quando capitava che gli occhi si incrociassero. Io capivo che per essere un po’ più utile avrei dovuto essere un po’ più come lei, ma proprio non ce la facevo, e sapevo di non essere come lei, sapevo che non sarei mai stata all’altezza della situazione.

Io ero quella strana, l’ultima rompicoglioni nata femmina e molto probabilmente per sbaglio, dopo altre due figlie femmine e un solo maschio, capirai!! Una zavorra ai fini della produttività lavorativa, praticamente… perché non ero nemmeno tanto efficiente nei lavori, visto che ero la più piccola e anche la più lenta, la più “pigra”, come mi definivano un po’ tutti in famiglia. Ed è vero: io sono sempre stata troppo lenta, in tutto quello che facevo; camminavo troppo lentamente, mi fermavo a pensare troppo a lungo quando non ce n’era assolutamente alcun bisogno, dormivo troppo e troppo a lungo, non mi arrabbiavo abbastanza, non mi scomponevo abbastanza, non ero all’altezza di un gioco di gruppo perché preferivo giocare da sola, e per i miei fratelli ero quella “da mettere da parte”, fino all’ultimo; anche adesso, non è cambiato nulla. Ad un certo punto è una questione di “meriti”. Qualcuno potrebbe dire che è ingiusto tutto questo; in realtà io non l’ho mai pensato. Ho sempre pensato che se gli altri mi trattavano in questo modo, certamente avevano le loro buone ragioni, solo che io non ho mai capito quali sono, quindi il limite è comunque mio, non loro. Anche perché l’atteggiamento non era sporadico, era diffuso e questo mi dava la conferma che in me c’è necessariamente qualcosa di “strano”. E allora va bene così; tutti abbiamo dei limiti e ci conviviamo meglio se ce ne facciamo una ragione. Io me ne sono fatta una ragione quando ero molto piccola, tutto qui. Non è mai stata una bella sensazione, il senso di inadeguatezza voglio dire, ma ad un certo punto ha cominciato a far parte della mia vita come qualcosa di scontato. Ma poi le cose sono cambiate.

Ad un certo punto, proprio in una giornata di primavera, mi è venuta la curiosità di capire il perché mi è successo e mi succede tutto questo; mi sono chiesta perché preferisco vivere nel mio personalissimo mondo, mentre il mondo che interessa a tutti, per me spesso non riveste alcun punto di attrazione. Mi sono chiesta perché ho delle reazioni che agli altri appaiono incomprensibili e perché in molti casi, non sopporto situazioni e stimoli ambientali che per i più non solo sono neutri o indifferenti, ma a volte addirittura piacevoli.

Per rendere qui le cose più chiare, riporto le domande più generali che mi sono fatta in unagiornata di primavera:

1. Mi sono chiesta perché non sopporto i rumori forti e improvvisi, non sopporto il rumore degli pneumatici sulla ghiaia o di una sirena , anche se in lontananza, il rumore di un elicottero; mi sono chiesta perché ho sempre odiato la musica tecno, anche quando io adolescente negli anni 80 andavo in discoteca e uscivo dopo venti minuti per vomitare, ma non perché bevevo, ma perché il rumore assordante mi faceva venire la nausea.

2. Mi sono chiesta perché non sopporto le luci al neon o qualsiasi luce troppo forte.

3. MI sono chiesta perché non sopporto le persone che parlano a voce troppo alta e tutti insieme e troppo velocemente; o perché non sopporto quando mi interrompono nel bel mezzo di una riflessione o perché non so gestire bene una conversazione con più di una persona per volta. Intendiamoci, io so recitare benissimo la parte e nessuno si accorgerebbe mai che sto usando frasi fatte o luoghi comuni per riempire i vuoti.

4. Mi sono chiesta perché non sopporto i luoghi affollati e ovviamente detesto i centri commerciali e tutto ciò che ci assomiglia! Un centro commerciale è un concentrato di rumori forti, di luoghi chiusi e affollati, di luci assurde! capirai! Di conseguenza mi sono chiesta perché odio fare shopping e perché i camerini mi mettono un’ansia fobica essendo senza finestre con grandi specchi al neon e perché odio tutti i luoghi chiusi senza finestre in generale.

5. Mi sono chiesta perché detesto che la gente parli mentre sto pensando e perché di conseguenza amo stare beatamente settimane da sola e senza parlare, immersa nei miei pensieri, nei miei boschi e nei mie libri; mi sono chiesta perché preferisco leggere e scrivere anziché parlare e ascoltare chi parla. Mi sono chiesta perché sono incapace di capire esternazioni di sarcasmo (questo sconosciuto) e perché spesso mi dicono che sono una “povera ingenua”. Mi sono chiesta perché in una conversazione spesso mi sfugge il senso, perché fatico a leggere un’espressione di un volto, ma spesso mi salvo perché recepisco perfettamente la minima modulazione di voce e, non so come, so interpretarla e costruirci una logica. A volte non ci azzecco e allora mi guardano con quell’espressione che oramai fa parte dell’archivio sotto il nome di “sconcerto”. Beh, a fronte di tutto ciò, alla fine mi sono chiesta perché l’unico rumore che mi fa stare veramente bene è quello delle montagne deserte e dei boschi isolati.

6. Mi sono chiesta perché capisco perfettamente qualsiasi animale, compresi i rettili, da come si muovono, da come mi guardano o da come stanno fermi; mi sono chiesta perché a volte li sento addirittura “parlare nella mia testa” e perché li trovo molto più sensati e intelligenti di tante persone che conosco.

7. Mi sono chiesta perché trovo utile scrivere mentre penso, o viceversa, in modo da mettere ordine nelle mie idee e perché questa cosa non mi viene altrettanto bene parlando con qualcuno; mi sono chiesta perché quando esco da una qualsiasi conversazione con qualcuno, sono molto più confusa e poi ci metto ore a “sistemare tutto nei cassetti giusti”.

8. Mi sono chiesta perché preferisco di gran lunga fare le cose da sola e perché non mi sento mai minimamente in colpa per questo (spesso mi hanno spiegato che dovrei sentirmi in colpa per svariati motivi, ma io non li capisco e non li ho mai capiti questi motivi, quindi non sono mai riuscita a sentirmi veramente in colpa, anche se recitavo bene la parte per fare stare meglio chi mi diceva che dovevo sentirmi in colpa). Mi sono chiesta perché mille volte mi sono sentita dire che “non dovevo dire tutto quello che pensavo”. E invece io ho sempre pensato che se penso qualcosa, non vedo perché non posso anche dirla, visto che è quello che penso.

9. Mi sono chiesta perché sono così lenta nei movimenti e molto, molto goffa rispetto alla media delle persone; un po’ come se i miei pensieri vanno avanti con tutte le ottime intenzioni, ma il mio corpo non riesce a starci dietro. Io nella mia testa sono agilissima e molto molto elegante, ma nella realtà delle cose ho solo molta forza fisica, ma nessuna eleganza, nessuna dote atletica e quel che è peggio, non ho neanche interesse ad averne. Lo dico perché anche per questa cosa qualcuno mi ha detto che dovrei sentirmi in colpa, perché non faccio nulla per cambiare (o per migliorarmi, come dicono loro).

10. Mi sono chiesta perché sono molto, molto, molto testarda! Nel senso che non riesco a smettere di fare una cosa finché non è finita; ma non deve essere finita e basta! no, deve essere finita come dico io, esattamente come dico io! Io so stare ore su un lavoro, a volte giorni, senza smettere; ci sto finché non è finito come dico io. E non è che posso scegliere: è così e basta. E anche qui, mi spiace, ma devo dire che non mi sento in colpa per questo.

Potrei continuare, ma rischio di andare oltre, come faccio spesso e qui sì, so che devo limitarmi.

Il punto è che in primavera, quando riaffiora l’ansia e si comincia a invecchiare, ci si fanno delle domande che nelle primavere precedenti si tende a mettere da parte, perché si pensa che magari “il tempo prima o poi darà le sue risposte”. Il problema è che se tu non le cerchi le risposte, il tempo se ne frega e va per la sua strada ostinandosi a non cagarti di striscio. Non è molto importante, in realtà. Non lo è più, perché io sto benissimo, e adesso che so cosa mi piace e cosa non mi piace, a parte le piccole ansie primaverili, per tutto il resto ho trovato delle soluzioni semplicissime. Io faccio solo quello che mi va di fare e nel modo in cui mi va di farlo. E me ne frego se questo mio modo è “diverso” da come mi è sempre stato detto che dovrebbe essere. Fregomene!!! Ma la curiosità è rimasta e allora le risposte alle domande di cui sopra, sono andata a cercarmele da sola.

Non lo so se le risposte le ho trovate per davvero, ma un giorno di qualche anno fa, leggendo uno dei soliti articoli che non interessano a nessuno e che a me invece interessano sempre moltissimo, ho scoperto che esiste una cosa chiamata “Sindrome di Aspergher”. Ho cominciato a leggere attentamente di cosa si tratta. Avendo in famiglia dei casi di autismo grave, mi sono sempre documentata su argomenti analoghi, ma non mi ha mai sfiorato l’idea che uno di questi aspetti potesse riguardarmi in prima persona. In realtà la Sindrome di Asperghr non rientra nemmeno più nello spettro autistico, ma all’epoca la scienzah ce lo faceva rientrare di prepotenza!

Beh, dopo aver letto questo articolo, che mi ricordo rimandava ad un libro che parlava dell’argomento, la mia curiosità pian piano ha cominciato a diventare sconcerto, perché leggendo la lunga lista delle caratteristiche più comuni nelle “persone Aspergher”, confesso che dovevo dire:” ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho…”. E così mi sono detta:” Oh, guarda, gli incasellatori di caratteristiche umane hanno dato un nome alla mia condizione di “persona strana”. Tuttavia il dubbio permaneva (il dubbio è una delle tante caratteristiche che contraddistinguono la mia personale condizione e anche per questo fatto ho avuto spesso molti problemi) e così mi sono informata e mi sono detta che forse c’era un modo per capire se tale incasellamento aveva davvero un fondamento scientifico. Alla gente piace un sacco mettere etichette ovunque; se poi si tratta di “tare psicologiche” non vedono l’ora, perché così possono creare dei farmaci per “normalizzare le anomalie” e farci un mucchio di soldi. Mica solo con i farmaci, ma pure con le sedute da analisti specializzati, pediatri, psicoterapeuti e addetti ai lavori. Se sei incasellato è normale; ti consigliano subito di sottoporti a una terapia. Come lo so? Perché ho fatto la prova e mi è stata diagnosticata questa cosa da “esperti del settore”! Ma questo post è diventato anche troppo lungo e se il seguito di questa storia interessa a qualcuno, beh, ve lo racconto volentieri, ma un’altra volta.

Adesso vado a godermi un po’ questa bella giornata di sole; è primavera e sono un po’ in ansia, ma la mia regola personale dice che non posso esimermi dalla mia razione quotidiana di vitamina D; “quelli incasellati come me” sapranno capire.

Memorie – Sui bronzini e sui campanacci

Dormivo in una stanza rivestita di vecchie assi che profumava di fieno e una piccola finestra guardava sulla Valle. La sera le vacche ruminavano nella stalla al piano di sotto e le sentivo respirare; avvertivo il rumore delle mandibole che si muovevano e che schiacciavano l’erba fra i grandi molari piatti. Ogni sera il suono lento e monotono dei batacchi sul metallo dei campanacci e dei bronzini, dava il ritmo ai riti che preludevano al sonno. Mi mettevo a letto e ascoltavo, fissando le travi del vecchio soffitto. Erano suoni appena accennati che avevano una loro gentilezza. Poi, nel dormiveglia, affiorava lontano nella mente il concerto di tutti i bronzini e campanacci della mandria, proprio come lo sentivo quando le vacche affamate salivano il versante il mattino, e correvano un po’, ma quegli stessi suoni lì nel buio della sera, mi raggiungevano appena, come se fossero portati da lontano con una debole folata di vento. Non ascoltavo con le orecchie, perché era una musica che avevo dentro; un sottofondo costante che mi accompagnava fino a quando il sonno e il silenzio della sera spegnevano i pensieri.

Non era una vera e propria malga, ma più una tipica baita in sassi e legno, quella dove passavo in solitaria tutte le estati, da giugno a settembre; al piano terra la vecchia cucina con il focolare centrale era stata sacrificata per ampliare la stalla, e il fienile al piano di sopra era stato trasformato in un luogo confortevole, seppur piccolo, dove poter dormire e prepararsi un pasto caldo. Rimanevo settimane lassù da sola, senza vedere nessuno, tranne qualche fungaiolo della domenica, che osservavo da lontano, nascondendomi un po’ per timidezza, un po’ perché non avevo voglia di parlare. Per non perdere l’abitudine, però, parlavo con le mie vacche. Loro mi rispondevano a modo loro e ci capivamo benissimo. Ognuna delle mie vacche aveva il suo particolare modo di stare al mondo e da quella più tenace e testarda, a quella più mite e dolce, mi legava a loro un sentimento fatto di rispetto e ammirazione; erano magnifiche le mie vacche!

Balin era una vacca di razza Rendena; la capo mandria. Era rotonda e di taglia piccola. Aveva le corna corte e ricurve, spezzate sulle punte dalle varie lotte con le altre vacche; un ciuffetto biondo rossiccio sulla fronte sormontava un muso scuro, largo e accorciato che le conferiva un po’ l’aria di vacca scaltra che sa il fatto suo. Conosceva tutti i sentieri e le scorciatoie per arrivare ai pascoli, sapeva dove cresceva l’erba migliore e quanto tempo ci voleva per arrivarci. Stava in capo al gruppo negli spostamenti e la mandria la seguiva con cieca fiducia. Aveva il campanaccio più grande, più sonoro e potente, quello che risaltava fra gli altri e si riusciva a sentire a notevole distanza, anche quando la mandria si allontanava troppo.

Hilla invece era una bruna alpina; la comprò mio padre da un allevatore dell’Alto Adige. Le Brune erano preferite da alcuni allevatori della zona, fra i quali anche mio padre, perché facevano più latte, ma molti altri contadini del posto preferivano le vacche di razza Rendena, perché era quella la razza tradizionale autoctona. La sintesi di quest’opposizione all’introduzione delle Brune Alpine in Valle, la espresse un anziano allevatore, il quale si spinse a dichiarare pubblicamente e con forza che: “…le Brune saranno anche buone vacche, ma son svizzere e rimangono delle extracomunitarie!”.

Hilla era dunque una delle tante extracomunitarie altoatesine della nostra mandria e di certo una vacca particolare. Aveva un buon carattere, come la maggior parte delle brune; aveva anche delle lunghissime e grosse corna ricurve all’indietro verso le scapole, che incutevano un po’ di timore. Nessuna delle nostre vacche veniva privata delle corna! Facevano parte della bellezza delle bestie, le corna! Una vacca senza corna è un po’ come una persona alla quale vengono tagliate le orecchie… una cosa che non si può vedere! Oggi alle vacche bruciano le corna quando sono piccole, perché nelle stabulazoni fisse dove vengono rinchiuse come macchine da produzione intensiva, le vacche con le corna potrebbero ferirsi. Una vacca senza corna è meno aggressiva, ma anche molto più triste, a mio parere. Quando Hilla alzava la testa per muggire, le punte delle sue corna arrivavano quasi a toccarle la schiena, mentre lei emetteva un suono stranissimo, dalla tonalità alta e acuta; una specie di fischio sgraziato inframmezzato da un muggito rauco e acuto. Una rarità in fatto di timbro vocale per una vacca, diciamo. Ottima produttrice di latte, Hilla aveva, però una mammella posteriore ricurva verso l’esterno, più corta delle altre, tozza ed estremamente difficile da mungere; probabilmente il frutto di un’incidente di percorso, o di una lotta con qualche altra vacca, chissà… Questa sua particolarità fisica comportava un tempo supplementare da dedicare alla mungitura. Mentre mi ci dedicavo, le cantavo delle canzoni. Secondo la mia visione delle cose, le canzoni un po’ jazz e un po’ pop-rock che improvvisavo per lei, dovevano servire a rendere Hilla collaborativa e fare in modo che rilasciasse più velocemente il latte; tuttavia che la strategia canora servisse nel concreto allo scopo, onestamente non ho mai potuto provarlo.

Fra le giovani c’era Dugo, una delle figlie di Balin; anche lei una Rendena dal manto scuro, più piccola della media. Aveva una testa rotonda e anche in età adulta mantenne il muso accorciato tipico dei cuccioli. Solitamente le manze assumono un carattere meno scapestrato dopo aver partorito il primo vitello, ma questo non valeva per Dugo, che rimase adolescente fino alla fine della sua carriera di vacca. Aveva ereditato delle doti da leader dalla madre, ma le sfruttava in modo riprovevole fomentando rivolte sovversive fra le compagne; quando la mandria si trovava ormai a due ore di cammino dalla stalla, parecchio in alto e a ridosso dei pascoli in quota, Dugo faceva dietro front con noncuranza e prima che io me ne rendessi conto, si dirigeva baldanzosa al trotto verso valle, tirandosi dietro un gruppetto ribelle. Il tutto degenerava in inseguimenti disperati e a scavezzacollo lungo sentieri e boschi in pendenza. In un’occasione il gruppetto capitanato dall’anarchica, non disdegnò di frequentare orti e campi dove le infingarde, non credendo alla fortuna che era loro capitata, fecero man bassa di cavoli, insalata e ortaggi vari nelle proprietà dei paesani, che, neanche a dirlo, furibondi si diressero verso casa mia, per denunciare il delitto compiuto a mia madre. Mia madre, ovviamente, fece bene il suo lavoro di giudice e mi condannò a una punizione corporale che ricordo ancora benissimo. Quell’anno, ricordo di esser stata più che felice di non dover rientrare in famiglia fino a settembre. Io di mio, arrivai sul campo a strage ormai compiuta; il danno fu esoso e irrecuperabile e i rapporti con i proprietari dei fondi invasi dall’orda barbara, irrimediabilmente compromessi.

Quando Dugo decideva che poteva starsene tranquilla, le mie giornate le passavo osservando le cose della natura; oppure scrivevo con una penna biro dei brevi versi sulle cortecce delle betulle e poi, a distanza di tempo, ritornavo per controllare se la pioggia le aveva cancellate. La pioggia fu sempre clemente e cancellò pietosa e con metodo le mie dissertazioni poetiche da bambina quasi adolescente; quindi mi dedicavo a occupazioni più proficue ripulendo le sorgenti dalle erbacce, disponendo degli abbeveratoi lungo i ruscelli, o creando delle pozze con dei massi nelle zone paludose, in modo che gli spostamenti della mandria per la ricerca dell’acqua fossero ridotti al minimo.

Durante le ore più calde le vacche si sdraiavano paciose sull’erba e prendevano a ruminare; io le osservavo da una zona sopraelevata sedendomi sotto un albero. Erano quelli i momenti migliori; i campanacci quasi fermi, il ronzio degli insetti nell’aria, l’odore della terra e dell’erba fresca calpestata dagli zoccoli, e la consapevolezza che il tempo poteva anche fermarsi per lunghe e meravigliose ore di quiete.

Quando il sole si abbassava sulla Valle, si riprendeva la via del ritorno. Le radunavo e le avviavo lungo il sentiero e loro si mettevano in colonna; Balin davanti, seguita da Dugo e alcune delle sue compagne sovversive; dietro le brune più lente, come Zerva, che spesso si fermavano a spiluccare l’erba attorno ai sassi lungo il sentiero.

Zerva era anche lei un’extracomunitaria altoatesina ed era fra le vacche più maestose della mandria; molto alta, perfettamente proporzionata e con magnifiche corna lunghe e simmetriche. Questa vacca aveva uno sguardo dolce ma fiero e un’ indole estremamente docile; tuttavia la sua caratteristica principale agli occhi dei miei genitori, era che produceva più latte di tutte le altre. Venerata da mia madre per questo motivo e fonte di compiacimento per mio padre che l’aveva scelta fra molte extracomunitarie, Zerva fece storia e fu sempre indicata come esempio a tutte le vacche della mandria. Era in sostanza l’esatto opposto di Dugo, che però non se ne fece mai un cruccio, a quanto ne so io.

Producendo tanto latte, Zerva mangiava in continuazione, anche durante il rientro, ed io per accelerare un po’ il passo mi portavo davanti alla mandria e la chiamavo. Attiravo le vacche con il sale grosso, mentre intonavo una specie di litania che, a parer mio e modestamente, era molto meno gradevole delle canzoni pop-rock che cantavo per Hilla durante la mungitura. Tuttavia la tradizione voleva così ed io mi limitavo a ripetere il richiamo che fin da piccolissima avevo sentito usare dai pastori della mia famiglia.

Ora, il sale grosso per una vacca è come la Nutella per noi umani, con la differenza che a noi la Nutella non fa tanto bene, mentre il sale grosso per le vacche è fonte di minerali e ne vanno ghiotte. Per questo motivo, quando una vacca ha il sentore che il pastore ha in mano un po’ di sale grosso, pare che s’innamori di lui di colpo e gli corre incontro finché non raggiunge l’obiettivo, ovvero il pugno di sale.

Zerva non faceva eccezione ma Balin, neanche a dirlo, arrivava sempre per prima e allungava il collo aprendo la grande bocca, mentre io v’infilavo tutta la mano e vi lasciavo cadere il sale, pulendomi poi il palmo sulla lingua ruvida e sui grandi denti piatti. Balin masticava beata guardandomi con enormi occhi scuri pieni di gratitudine; intanto arrivava anche Zerva e trafelata, si prendeva la sua dose di sale. Durante quei rientri mi godevo il miracolo infinito dei tramonti.

Avvenne poi che verso la fine degli anni novanta del secolo scorso, la mia famiglia e molte altre della Valle, scegliessero un altro tipo di attività lavorativa, perché la zootecnia aveva smesso di essere redditizia e implicava sacrifici che non erano ripagati equamente.

In breve tempo tutte le mie vacche furono macellate o vendute; pascoli e baite di montagna furono abbandonati ed io non ho più sentito ripetersi nell’animo e nel cuore, quelle sensazioni di leggerezza e soddisfazione che provavo quando stavo lassù. Rimane il ricordo per una parte di esistenza che mi ha temprato e cresciuta, colmando di bellezza la mia infanzia. Ancora adesso la sera, nel silenzio della mia stanza, ogni tanto da dentro avverto il risuonare dei bronzini e dei campanacci; mi pare di riconoscerli uno a uno e un sorriso triste e colmo di gratitudine mi sale dal cuore.

Le foto di questo articolo sono mie 🙂

Boschi – parte seconda –

Le parole raramente sono degne delle immagini della Natura; forse a volte ci può riuscire la Poesia a rendere merito alla bellezza, o alle cose dell’animo che vengono smosse da certi luoghi, da certi dettagli. Per me che non so poetare, ad esempio, non esistono parole utili per la descrizione di un verde, o di una luce, o di una sensazione provata in un bosco, ma occorre provare a cercarle comunque queste parole, perché cercare le parole adatte è un po’ come cercare di entrare in noi stessi.

Perché vi è differenza fra il vedere e il guardare e vi è differenza fra il sentire e l’ascoltare. Sono parole, ma non sono “solo” parole. Credo fermamente che soprattutto fra gli adulti, bisognerebbe educare se stessi a guardare ed ascoltare, e lasciare il vedere e il sentire ai margini delle nostre percezioni, per dirne una.

Dove sta la differenza? Beh, questo lo si può chiedere agli alberi, ai boschi, alle foglie, al silenzio o al ronzio degli insetti, all’odore della terra e dei muschi… la differenza sta sempre nei dettagli, ovviamente. Ma per percepire i dettagli occorre guardare bene, e ascoltare in un modo più attento, profondo. Diciamo che se per vedere bastano gli occhi, se per sentire bastano le orecchie… beh, per guardare ed ascoltare ci vuole tutto il nostro essere. E per usare davvero tutto il nostro essere, occorre fare esperienza di noi stessi in un modo molto più profondo e impegnativo di come siamo abituati a fare nelle nostre deliranti vite soverchiate dal quotidiano delirante.

I bambini sono maestri nel porsi in ascolto e nel porsi in contemplazione… i bambini lo sanno fare, e bene! Basterebbe prendere esempio, basterebbe smettere di insegnare loro qual è il modo più razionale di “leggere” le cose del mondo… basterebbe osservarli per qualche minuto nello stesso modo in cui loro osservano il tutto. Ci vuole grande attenzione, concentrazione, per osservare il mondo con gli occhi di un bambino. Lo sapevamo fare anche noi, ma poi ci hanno insegnato a dimenticarcene. E’ un gran peccato dimenticare per strada queste immense capacità. Per riuscire a guardare e ascoltare con gli occhi di un bambino, bisogna essere in grado di farsi assorbire da una visione, da una musica, da un silenzio; in poche parole occorre sapersi gustare il mondo come solo i più piccoli sanno fare. Ma oramai per noi adulti queste sono capacità atrofizzate e rese mute, soffocate fra le spire del ragionamento razionale.

Vi è forse un antidoto a questa menomazione data dall’educazione fin troppo pragmatica, se interessa: ho scoperto che occorre spegnere il televisore e il cellulare, innanzitutto. E’ una regola imprescindibile. E poi occorre andare dove si può cominciare a camminare nei boschi. Poi si entra fra gli alberi, lasciando che il percorso sia casuale, che il bosco ci inghiotta e ci attiri sempre più nel profondo; perdendosi nel suo labirinto di tronchi, rami, foglie e stupendosi ad ogni passo, ad ogni nuova pianta, ad ogni scricchiolio di rami e ad ogni nuovo gioco di luce fra le foglie. I boschi, i fiori, le piante, gli animali selvatici possono salvarci dalla rigidità dei sensi; possono scioglierci la durezza del cuore e possono insegnarci a sorridere di nuovo, a respirare a lunghe sorsate di freschezza, fino a far arrivare un largo sorriso giù nel profondo dell’anima.

Occorre provare sentieri mai percorsi, vie nuove ed essere curiosi e attenti, proprio come sanno essere i bambini; stupirsi della bellezza, usare gli occhi per guardare, usare il naso per annusare odori e sensazioni nuove, usare il tatto ad occhi chiusi per accarezzate i muschi, i tronchi degli alberi e l’erba; rimanere magari immobili nel bel mezzo di una radura, con gli occhi chiusi, immobili, ad ascoltare; sentire il battito del proprio cuore e rendersi conto di averne ancora uno; può sembrare ridicolo per un adulto, ma sapere di avere un cuore, esserne pienamente consapevoli, non è per nulla scontato.

Boschi – parte prima

Questa che vorrei indicare ai viandanti, è la via delle foglie brillanti e dei muschi profumati di terra. Questa è la strada delle fate, quella che si addentra nel fitto della foresta e poi prosegue ancora più addentro, nel folto del bosco, dove la luce filtra appena fra le fronde degli alberi e dove tutto il suolo è soffice, avvolto da tappeti di verde brillante ed erba tenera, morbida, fitta e fresca. E’ il bosco delle luci magiche, questo, e dei suoni soavi che invogliano a sognare.

Questa è la strada delle albe e dei crepuscoli che accarezzano la pelle di giochi di luce fra le fronde, dolcemente e con tocchi lievi di vento; è la strada che percorrono piccoli esseri di ogni forma e specie, immersi nel concerto di minuscole e potenti ugole canore… fra i trilli delle cince, il volo repentino degli scriccioli ed i giochi amorosi dei ciuffolotti e di mille esseri piumati.

Questo è il bosco del ronzio degli insetti, dei sentieri appena percettibili alla miope vista di un umano, scavati da zampette pazienti, da tenaci e minuscole formiche di terra e da decise e resilienti formiche Rufa rufa; leggeri percorsi infiniti e fitti di reti e labirinti a raggera, disegnati da mille passi di insetti di superficie, e smossi da esseri sotterranei e invisibili.

E’ la strada migliore, quella del bosco, perché è accompagnata da una mirabile schiera di amici visibili e invisibili, discreti e splendidi, alcuni alti e possenti e altri piccoli o minuscoli. E’ la mia strada, questa; è la più varia e splendida, quella che ho scelta da tempo e non me ne sono mai pentita, e dalla quale non ho mai avuto delusioni, sconforto, tristezza; questa è la strada che mi ha salvato milioni di volte dall’inutile, dal nulla, dalla mediocrità e non ricordo nemmeno più quante volte ho pregato fra queste fronde per rendere loro grazie.

Un tempo era la strada di molti, veniva rispettata con grande consapevolezza dagli umani; gli antichi umani conoscevano e riconoscevano l’immensa saggezza degli esseri che portano le foglie. Li veneravano, li omaggiavano di preghiere e doni; li sapevano ascoltare e prendere d’esempio. Oggi pochi sanno di che cosa sto veramente parlando, e ancora meno sanno portare il rispetto dovuto a questi esseri miracolosi. Oggi occorre raccogliere questa saggezza, di nuovo, e portare agli esseri che portano le foglie loro il dovuto rispetto. Ne va della nostra stessa vita; ne va della vita del nostro Pianeta.

Nessuno crede più ai miracoli, eppure gli alberi si nutrono con acqua, terra e sole e non consumano né acqua, né terra, né sole. Gli alberi non consumano nulla che non venga restituito prontamente; hanno creato un equilibrio perfetto con il tutto; io questo lo chiamo “Miracolo”, non so voi. Gli alberi che costeggiano questa strada sanno muoversi e lo fanno in silenzio, con estrema lentezza e con eguale efficacia, efficienza; nessun movimento di nessuna parte di una pianta si muove inutilmente e senza raggiungere lo scopo al quale tende.

Gli alberi parlano; lo fanno a voce alta quando si fanno abbracciare dall’aria e dal vento fra le fronde, e si lasciano dondolare con eleganza sussurrando appena quando sono attraversati dalle brezze leggere. Gli alberi parlano quando accolgono a piene foglie la pioggia; non importa se questa è violenta e scrociante, o appena percettibile e leggera; loro si fanno scorrere rivoli allegri lungo i rami, e poi giù, lungo i tronchi, fino nella profondità della terra, dove affondano le radici e sussurrano la loro gioia. Rallentano lo scorrere dell’acqua e fanno sì che la terra la sappia accogliere con gradualità, fino a imbibirsene profondamente. Sono lo strumento unico e magico che lega le nuvole al terreno. Sono così immensi e forti gli alberi, anche i più piccoli!!

Questa è la strada che non ci appartiene, perché noi siamo animali e non sappiamo vivere stando radicati al terreno; noi dobbiamo muoverci, altrimenti ci tocca morire. Siamo così fragili rispetto agli alberi, noi. Questa è la strada degli esseri radicati al terreno, la strada di chi sa vivere senza dover fuggire dai predatori; è la strada degli esseri che ad ogni ferita si rigenerano più forti e più possenti di prima; è la loro strada questa, ma ci può ospitare se la percorriamo con il dovuto riguardo, con il rispetto necessario; la strada del bosco è quella che ci porta verso il futuro, che ci indica una via sicura, un approdo e una salvezza da noi stessi, e dalla nostra arrogante stupidità. E’ una strada che insegna ad essere umili e attenti. Abbiamo così bisogno di essere umili, oggi! Abbiamo così bisogno di essere più attenti!! Invito i viandanti a seguirmi, perché in parte io conosco questa strada, e quel che di essa non conosco, vorrei poterla scoprire con chi intende camminare con me.

Periodi impegnativi…

Nella vita ci sono momenti più impegnativi di altri, lo sappiamo tutti; alcuni durano un po’ di tempo, altri si protraggono, nostro malgrado, per periodi più lunghi. Sto vivendo uno di questi periodi impegnativi alquanto prolungati; la durata non dipende da me, ovviamente. Sono in attesa di ulteriore cambiamento e questo comporta un dispendio di energie supplementare che devo gestire come posso. Vi racconto questo per giustificare la mia prolungata assenza e per ringraziare chi ogni tanto fa capolino fra le mail private per chiedermi se va tutto bene. Sto lavorando affinché le cose migliorino, lo faccio sempre, come cerchiamo di fare tutti, presumo… ma in questi mesi la battaglia è un po’ più impegnativa del solito, ecco. Ho molte idee, mi piacerebbe scrivere di molte cose, ho una lista infinita di libri da leggere e vorrei produrre nel concreto qualcosa che vorrebbe essere interessante, o perlomeno l’intento è questo, ma per ora non ce la faccio. Le energie a disposizione sono limitate e in questi frangenti non ne trovo molte da dedicare ad attività che vanno oltre la mera sopravvivenza. Vi ringrazio comunque di cuore per la presenza.

Viviamo in infiniti mondi paralleli

Salgo la scala di legno che mi porta nel mio antro nel sottotetto; qui sono stipati i miei libri. C’è odore di carta e di resina. Dal lucernario si diffonde la luce; la mia poltroncina mi aspetta e io mi prendo il libro che avevo lasciato sulla scrivania; uno dei tanti che ho iniziato e che a turno, giorno dopo giorno riprendo in mano, a seconda dell’umore, dello stato del mio livello di curiosità per un argomento o per un altro, e che comunque in  tempi variabili, leggo sempre  fino alla fine, di solito. Sono una mole considerevole di materiale, ma a me non sembrano troppi, mai.

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Sono oggetti che ho raccolto nel tempo, lasciando che le onde di interesse mi portassero verso un’autore o verso un’altro, verso una corrente o verso un’altra, verso un epoca, o verso un’altra. Molti sono libri che nessuno legge più; libri che sono ritenuti vecchi, di quelli passati di moda insomma, e che mai si ritroverebbero in una vetrina di una libreria qualsiasi, di quelle odierne. Probabilmente si potrebbe trovarne qualcuno in qualche scaffale posto in alto in una vecchia fumetteria, o su una bancarella di libri usati… anzi no, usatissimi. Però poi penso, che anche gli stessi libri, tutti i libri che oggi si trovano freschi di stampa nelle moderne librerie, sono anch’essi oggetti già vecchi e che stanno passando di moda, e lo fanno in un modo repentino, velocissimo, per il semplice fatto che sono dei libri, appunto, e non dei file, delle banche dati, dei prodotti multimediali.

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Ora, lungi da me voler mettere in campo moti nostalgici che, finché una libreria esiste e io un libro posso ancora comprarmelo, non hanno motivo reale di esistere, però questa fase di passaggio dal cartaceo al multimediale inevitabilmente mi fa rendere conto che vivo fra mondi paralleli, diversissimi, eppure per certi versi fra loro simili. E non sono solo due mondi paralleli, ovvero quello cartaceo e quello multimediale, ma sono moltissimi mondi… un’infinità di mondi.

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Uno di questi, quello che la mia generazione conosce forse meglio, è il mondo calmo, silente e lento che ritrovo nella solitudine del mio sottotetto, fatto di polpastrelli che si inumidiscono sulla lingua per poi posarsi lievi sull’angolo di una pagina, sollevarla, girarla, mentre gli occhi seguono il sospiro dato dalla prosecuzione di un ragionamento che si sta inseguendo, o cercando di seguire, e dalla curiosità di capire dove quel ragionamento vuole andare a parare. E del ragionamento si sente l’odore, che è quello del sottotetto, ma anche quello dell’inchiostro, della cellulosa del legno delle travi e della carta che riempie gli spazi circostanti.

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E’ il mondo del dubbio e dell’incomprensione, del tempo necessario per riposare lo stesso polpastrello sull’angolo in alto a destra della stessa pagina, per poi girarla nuovamente, questa volta a ritroso, e poi posare gli occhi sul paragrafo che ha portato incertezza, perplessità e che ha instillato la necessità di capire meglio, di rimaneggiare nel concreto quei caratteri, quella cellulosa, quelle frasi, finché il concetto un po’ alla volta si dipana e la mente riesce a creare un filo logico. Allora, in quel mondo, il libro sembra diventare un oggetto un po’ più leggero e maneggiabile, la mano che lo tiene si sente rinfrancata da quel piccolo passo di comprensione e si sente anche più riposata, salda, con il pollice che fa capolino nel solco di rilegatura e le altre dita che si dispongono un po’ meglio sulla copertina, per riprendere da dove si era lasciato. Ecco, uno dei mondi in cui vivo è questo e, confesso, è il mondo che ho sempre amato moltissimo e che, confesso di nuovo, mi è stato di conforto e rifugio nei momenti di maggiore incertezza.

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Poi ci sono tutti gli altri mondi, quelli ai quali tutti, chi più e chi meno, è stato costretto suo malgrado o con suo grande sollievo, a seconda della generazione alla quale appartiene, ad adeguarsi; sì, perché il passaggio è avvenuto, è stato repentino, spesso quasi violento. Tutto è partito dall’era informatica, che è stata il primo approdo ai mondi altri; poi è arrivata la Rete. Ecco, la Rete è ciò che ha aperto miriadi di varchi spazio temporali, ovvero ha fatto quello che fino a pochi anni fa sarebbe stata considerata mera fantascienza. La Rete connette le menti, le epoche, i luoghi esattamente come se non ci fossero distanze, come se il tempo fosse un tutt’uno; una sorta di amalgama di connessioni sinaptiche diverse, sensazioni diverse, epoche diverse, luoghi diversi e quindi anche logiche e prospettive diverse. La diversità è un valore, specie se non puoi più farne a meno.

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In tutta questa diversità esistono altrettanti e infiniti mondi diversi, tanti quanti si potevano intuire nei libri quando si leggono e leggevano ragionamenti altrui, ma con la madornale differenza che adesso, in questi nuovi mondi, i ragionamenti possono essere creati e condivisi in tempo reale. Ecco, questa è la rivoluzione, il reale cambiamento. Se quando ero adolescente e leggevo Salgari avessi potuto scrivergli una mail (non sarebbe stato realmente possibile, perché io sono nata nel 1974 e lui è morto nel 1911, suicida a 48 anni) e magari in breve tempo avere una sua risposta, e poi riscrivergli di nuovo per controbattere alla sua mail e in due minuti decidere di passare su Skype e fare una video chiamata parlando dei sui racconti, dei suoi romanzi, ecco… se questo un tempo fosse stato possibile, presumo che io sarei stata una delle adolescenti più felici della terra.

l_1272_Affamato-come-una-tigre-Andrea-PerinDal Libro di cucina Andrea Perini – Affamato come una tigre

Però rendiamoci conto, l’impossibile nemmeno la Rete riesce a realizzarlo e far rivivere i morti per fare una video-chiamata, per ora, sembra essere ancora un’attività impossibile; però la Rete può connettere chi ha letto Salgari e può fare in modo che lui, in un certo senso, riviva nella condivisione della SUA visione del SUO mondo, attraverso la condivisione fra chi lo deve ancora leggere e vorrebbe leggerlo, la condivisione fra chi lo critica e lo disprezza, la condivisione fra chi lo ama alla follia e lo sa a memoria (anche se è difficile che oggi qualcuno sappia qualsiasi cosa a memoria, penso…) e via dicendo. E così è per molti autori e artisti del passato. Per gli intellettuali (quelli veri e rari) e per gli artisti (quelli veri e rari) contemporanei invece, mi sa che dovremo aspettare che siano morti per renderci conto del loro valore; la storia insegna. Quindi niente, Skype in tal senso è pressoché inutile.

Ma detto questo, la potenza delle masse sta nell’opportunità della condivisione, perché è questo lo strumento di crescita per eccellenza. E’ la rete permette di condividere, è un’opportunità immensa; questo concetto l’ho già affrontato in passato, ma mi pare sia il caso di riprenderlo, perché è di vitale importanza, io penso. Da quel che vedo, specie per quanto riguarda la mia generazione, molti non sono ancora usciti dal sottotetto e non si sono ancora resi conto che si dovrà necessariamente uscirne; forse perché in realtà non ci pensano nemmeno ad adeguarsi all’accelerazione tecnologica. E’ fastidioso il cambiamento, specie se sembra andare contro natura, contro i nostri stessi ritmi circadiani. Però questo ci espone a dei rischi che vanno al di là del disagio dovuto all’adeguamento forzato, perché non adeguarsi implica un’arretratezza che espone al mondo, e ai mondi, nuovo/i. Il vintage va di moda e ha molto successo ultimamente e ci sarà un motivo; che sia perché il passato risulta sempre più rassicurante del presente?

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Purtroppo siamo già fuori fase da un bel po’ di tempo; nel nostro Paese sicuramente è così. Forse ci siamo dimenticati di aggiornarci addirittura da quando le macchine nel corso della rivoluzione industriale settecentesca hanno cominciato a sostituirsi a noi. Il cambiamento e l’innovazione tecnologica risultano innaturali per le menti umane, questo è pacifico; per fortuna siamo dotati di una certa capacità di adattamento che, nel caso specifico però, ci porta a una prova estrema.

L’uomo è necessariamente limitato dalla condizione fisiologica che gli è propria e fingere che questo non sia un fattore importante non so se è utile e sano. L’innovazione tecnologica, insomma, ha ritmi e tempi che il corpo umano, cervello compreso, il più delle volte disconosce, o cerca di disconoscere. Non parliamo poi dei risvolti psicologici di quello che sta accadendo… non entro nel merito, perché non ne sono competente, se non nella misura in cui le ripercussioni psicologiche ricadono anche sulla mia persona.

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Insomma, io riconosco le potenzialità immense della Rete e della tecnica, ma mi rendo anche conto delle problematiche, dei potenziali danni e dei pericoli che queste comportano per la mia persona, per la specie umana e per il Pianeta. Detto questo, io, come tutti, cerco di barcamenarmi, di capire, di adeguarmi e di trovare nei risvolti positivi di tutto ciò che la quotidianità sempre più iper-tecnologica mi porta a vivere, con ritmi che sento perfettamente non mi appartengono. Per fortuna c’è il risvolto positivo in tutto questo… anche se la mia gastrite (che mi passa solo quando salgo nel sottotetto) spesso cerca di non farmelo notare.

Risvolti positivi: i mondi paralleli di cui parlo, a parer mio, sono una fonte infinita di Conoscenza; io la vedo anche in quest’ottica, per forza di cose. E’ come se io, e tutti noi, avessimo a disposizione tutti i sottotetti ricolmi di libri della Terra. E se è così, ed è anche così, allora per me va bene, ci sta (non che il mio parere sia richiesto e dovuto, per carità), però…

Fermo-Sala-del-Mappamondo-foto-scattata-da-Massimo-Litrini-Il-Martino-ilmartino.it-MArt-Arte-e-Cultura-Sala del mappamondo della biblioteca di Fermo

Il punto focale è però sempre lo stesso e può sembrare scontato: le opportunità immense che può fornire la Tecnica e la Rete vanno sfruttate nel migliore dei modi, ovvero per diffondere Cultura, Conoscenza e di conseguenza consapevolezza. Va però preso anche atto che sono potenzialmente anche delle armi a doppio taglio, perché uno strumento che può raggiungere chiunque e fornire informazioni in merito a qualsiasi cosa, può essere usato per scopi anche poco nobili ed etici che con la Cultura e la Conoscenza non hanno molto a che vedere, questo è pacifico.

Risvolti negativi e potenzialmente negativi: Pensiamo all’utilizzo del Web da parte di pedofili e trafficanti d’armi, ai traffici umani di persone, di organi e alle peggio nefandezze di cui l’essere umano è capace. Al peggio, quando si parla di specie umana, non c’è mai fine.

LIBYA-armi-copertinaImmagine dal sito www.remocontro.it

Lungi da me fare l’allarmista o la catastrofista; non ci penso proprio, ma la responsabilità che tutto questo comporta per ogni singolo elemento “sano” e connesso alla Rete, richiede che si maturi in tempi veloci una consapevolezza e una mole di conoscenze tale da tamponare derive negative nell’utilizzo dei mezzi multimediali; le porcherie elencate sono già una realtà da combattere e demolire. Le responsabilità che tutti abbiamo vanno nella direzione della difesa di noi stessi e dei soggetti più vulnerabili, come i bambini o i giovanissimi, gli anziani, le persone in buona fede che soccombono a truffe, penso alle vittime di ciberbullismo, alle attività di psico sette che mediante il web reclutano soggetti deboli, alla pornografia illegale e via dicendo… Mi fanno letteralmente ribrezzo anche quelli che sfogano aggressività e frustrazioni con una violenza inaudita nei commenti, fatta di parole, certo, ma non per questo meno devastante e da condannare, tutt’altro!

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Non so quanto ce ne rendiamo conto, ma la responsabilità di vigilare in tal senso è di tutti; noi che vogliamo un accesso libero e consapevole ai mezzi multimediali abbiamo e dobbiamo imparare a gestire anche questi aspetti e segnalare siti e attività dubbie a chi di competenza. La Polizia Postale esiste per questo e in questo modo si fa anche prevenzione, per noi e per i più vulnerabili.

Perché i mondi paralleli del web in cui noi tutti oggi viviamo, non sono sempre lindi, puliti e tranquilli come i nostri sottotetti ricolmi di libri, purtroppo. Dobbiamo tendere anche a questo tipo di consapevolezza. E si può fare; la parte “sana” del web che è la maggioranza dell’utenza,  per fortuna si sa organizzare e in tal senso sta già facendo il suo buon lavoro e questo è importante, fondamentale. Facciamo che i mondi virtuali paralleli ai quali ci dobbiamo adeguare siano dei luoghi belli dove potersi muovere in sicurezza e libertà; facciamoli crescere in modo sano e rendiamoli costruttivi, utili, belli, sani e sicuri. Forse in questo modo renderemo migliori anche i nostri mondi reali e magari riusciamo ad invertire una tendenza che fino ad oggi ci sta portando ad una ormai consapevole e stupida autodistruzione.

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E bando alle retoriche e alle frasi fatte, però la Rete e il Web è a questo che dovranno servire; a correggere i nostri errori prima che sia troppo tardi e a migliorare i nostri mondi, virtuali o meno, per lasciare dei luoghi belli da vivere a chi verrà dopo di noi; non delle cloache piene di porcherie, virtuali e reali.

A me piacerebbe che i nostri mondi paralleli somigliassero a questo dolcissimo sorriso, ad esempio:

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Dal sito www.ildonodellavita.it

Legalità, Verità e Giustizia

La domenica pomeriggio del 19 luglio 1992, esattamente 27 anni fa, io probabilmente stavo lavorando nel ristorante di famiglia, presumibilmente assonnata e stanca dopo un sabato notte passato a gironzolare per i locali delle vallate, o in qualche discoteca in compagnia della mia banda di amici  adolescenti.

Avevo 18 anni nel 1992 ed il mondo, la vita ed il futuro in generale mi sembravano tutte cose complicate, ma tutto sommato a portata di mano; me lo ricordo che ero felicemente incosciente, un po’ spaventata, perché consapevolmente ignorante; in una parola vivevo avvolta dalla noia dei doveri famigliari (dovevo lavorare e facevo un lavoro che non mi piaceva) e dalla classica inquietudine post-adolescenziale della quale, forse, oggi mi rendo conto, non mi sono mai davvero liberata. In un modo diverso, ma inquieta lo sono tutt’ora, sempre; una condizione scomoda, ma forse non del tutto negativa.

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Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Antonio Caponnetto.

Nello stesso momento in cui io cercavo di trovare un senso del tutto nei fondi di caffè che servivo nel locale di famiglia, quella domenica pomeriggio, alle 16 circa, a 1500 km di distanza e di fronte al civico 21 di Via Mariano D’Amelio a Palermo, una 126 imbottita di esplosivo veniva fatta saltare in aria, uccidendo sei persone.

Morirono in quell’esplosione il Magistrato Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta:  Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo, risvegliatosi in ospedale dopo l’esplosione e in gravi condizioni.

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Il Giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta morti in Via D’Amelio il 19 luglio 1992.

I nomi delle persone che morirono in quella strage vanno elencati e imparati, vanno detti guardando la foto dei loro volti e questo va fatto spesso, perché queste persone vanno ricordate e va ricordato il sacrificio che fecero, il motivo per il quale morirono.

Dico questo perché oggi ho fatto una prova, un esperimento sociale, chiamiamolo così; ho detto a dei miei colleghi (ho smesso di servire caffè da tempo e ora lavoro nella pubblica amministrazione) che oggi cadeva la ricorrenza dei 27 anni di Via D’Amelio. Non ho aggiunto altro e sono rimasta in attesa di una risposta… che però non è arrivata. Il risultato del mio esperimento mi ha fatta cadere in uno stato di tristezza  e malinconia profondissime… e ho ancora adesso, a distanza di ore, un groppo in gola. Lo sconforto è infinito e ho fatto grande fatica a dissimulare questo stato d’animo; nessuno di loro sapeva che cosa fosse la Strage di Via d’Amelio e quando ho spiegato di che si trattava, si sono affrettati a cambiare discorso.

E’ gente della mia generazione, nata fra gli anni 60 e 80, eppure di queste cose pare non abbiano mai sentito parlare, o forse “semplicemente” non ricordano, chissà…

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La strage di Via D’Amelio 1992

Pochi mesi prima dell’uccisione di Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta, il 23 maggio, in un altro attentato morì Giovanni Falcone con la moglie, anche lei magistrato, Francesca Morvilllo, gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Vi furono 23 feriti, fra i quali gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza. Falcone era grande amico e collega di Borsellino, ma di lui vorrei parlare in un altro momento e dedicandogli la dovuta attenzione. C’è però da dire che la fine comune che fecero i due magistrati è da ricollegarsi al lavoro che condussero nell’ambito del Maxi Processo condotto dal Pool Antimafia di Palermo, dei quali facevano parte entrambi e che fu importante ed estremamente efficace all’epoca, nella lotta contro Cosa Nostra. Non son cose che si possono mettere da parte, non vanno dimenticate ed i motivi sono molti e tutti serissimi e importantissimi.

Ritornando quindi al mio piccolo esperimento sociale, questa è l’Italia di oggi, 27 anni dopo;  è il Paese che NON sa e che NON ricorda. Questo è il Paese della NON MEMORIA e della NON legalità; è il Paese dell’indifferenza nei confronti di chi ha dato la vita per rendere il mondo in cui viviamo un mondo migliore e per difenderci dalla violenza e dalla prepotenza delle mafie. Questo è esattamente il mondo in cui le mafie trovano terra fertile per prosperare!!

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Paolo Borsellino diceva che della mafia bisogna parlare, che ne vanno spiegate le dinamiche, che vanno chiariti gli interessi occulti e le spinte che muovono le organizzazioni mafiose, che va spiegato che cos’è il clientelismo dei partiti, che cos’è la corruzione, che cos’è la collusione e che vanno messi bene in mostra i potenziali legami che possono crearsi fra mondo politico, mondo imprenditoriale e mafia, perché tutti questi soggetti operano sui territori in cui viviamo e spesso si muovono in parallelo, quando non si intrecciano in modo subdolo e, se si tratta di mafia e organizzazioni criminali camorriste o n’dragheta, ovviamente agendo in modo contrario ad ogni principio di legalità.

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La forma di ignoranza che aleggia ovunque a tal proposito e l’assenza pressoché totale del senso di legalità fra i miei contemporanei è proprio quello che lo stesso Paolo Borsellino confidava che non si verificasse mai più nel nostro Paese. Lui si recava nelle scuole e favoriva in tutti i modi lo sradicamento della cultura mafiosa attraverso la divulgazione di una conoscenza del fenomeno mafioso, e di una presa di coscienza capillare fra i giovani delle dinamiche che ne sono alla base, perché era convinto che in questo modo non ci sarebbe stato un ritorno a quel substrato culturale fatto di ignoranza. Le mafie prosperano nell’ignoranza, questo è risaputo.

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Il giudice capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo nel 1979 Rocco Chinnici; fondò il Pool Antimafia di cui fecero parte Borsellino e Falcone. 

Beh, se Paolo Borsellino oggi fosse stato con me in quell’ufficio, avrebbe capito che di lavoro da fare ce n’è ancora tantissimo e che addirittura, forse, oggi se ne sa ancora meno di quanto se ne sapeva negli anni 80 quando, sotto il fuoco degli attentati stragisti, l’Italia si teneva suo malgrado informata e la gente, forse per mera paura, un po’ cercava di capire da dove venivano quelle bombe e perché per le strade c’erano tutti quei morti ammazzati.

Lascio qui di seguito il link  di un video che spero con tutto il cuore qualcuno si prenda il tempo di guardare fino in fondo, anche se esula dai canonici cinque minuti di attenzione che siamo abituati a dedicare ai video su youtube, per poi passare subito a qualcos’altro. E’ un documento importante e serve un po’ per capire l’argomento e conoscere davvero il problema, e un po’ per rendersi conto dello spessore morale e umano della persona che era Paolo Borsellino.

Si tratta di una “lezione” tenuta da Paolo Borsellino in un istituto di formazione di Bassano del Grappa. E’ un video per noi forse un po’ faticoso da guardare, perché siamo abituati a cose brevi, molto meno impegnative e tecnicamente più pulite e scorrevoli, ma considerando che è stato registrato nel 1989, e vista la portata morale e umana di quanto il giudice Borsellino trasmette, possiamo anche soprassedere sulle pecche tecniche di audio e riprese e fare lo sforzo di guardarlo fino in fondo. Vi prego di fare questa “fatica”, se potete.

Questi video ed altri documenti andrebbero divulgati nelle scuole ed andrebbe spiegato bene ai ragazzi chi è Paolo Borsellino e chi è Giovanni Falcone; bisognerebbe parlare delle loro vite, del loro lavoro, di quanti mafiosi hanno fatto rinchiudere, di quante vite hanno salvato e bisognerebbe parlare di chi come loro sono morti per la Giustizia, per il bene comune e per amore della Legalità e della Verità. Ad oggi non è stata fatta ancora chiarezza su chi sono i reali responsabili della loro morte. Di certo la mafia in questo caso ha agito su mandato e per interesse di altre “entità”; Borsellino lo aveva capito e probabilmente è per questo motivo che venne ucciso subito pochi giorni dopo Falcone. Parlerò in un altro momento dei depistaggi delle indagini e della ormai famosa “Trattativa Stato-Mafia” che sembra essere il vero ostacolo affinché si possa fare chiarezza, arrivare alla Verità e fare Giustizia in merito.

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Ritengo che conoscere bene personaggi come Falcone e Borsellino sia fondamentale oggi, perché c’è un grande bisogno di maturare una coscienza civica e morale; in un mondo caotico e confuso come quello odierno, che galleggia su instabili e manipolate onde mediatiche, costruito su relazioni virtuali, esigenze superflue, valori fasulli che inseguono oggetti inutili e bisogni fittizi, ecco, quando si cerca un punto fermo e salvifico in un marasma come questo, io credo che i valori che ci hanno lasciato Uomini come Borsellino, Falcone e altri come loro, possano essere davvero dei riferimenti solidi e fermi; un modo per sapere in che direzione è più sano dirigersi, insomma.

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Nel video che trovate nel link che ho messo sopra, Borsellino non parla di cose del passato; ogni argomento che lui spiega (nonostante la complessità dell’argomento) in modo chiaro e semplice nel relativamente lontano 1989, ogni sua parola è più che mai attuale e questo dovrebbe farci riflettere. Borsellino andò a Bassano, come in molte altre scuole italiane a parlare ai ragazzi di mafia, perché già allora si sapeva che la criminalità organizzata investiva i suoi capitali al Nord e perché lui sapeva benissimo che la diffusione di informazioni chiare in merito al problema mafioso nelle scuole e nelle università, ostacola l’espansione di attività criminali. Mi consola il fatto che in rete e nelle scuole qualche buon esempio di buona volontà in tal senso c’è anche oggi.

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La mafia spiegata ai bambini

Guarda caso, è proprio di oggi la notizia che trovate a pagina 6 del SOLE 24 ORE, la quale riporta i risultati della relazione della Direzione Investigativa Antimafia (DIA); dalla relazione si evince che proprio in Lombardia c’è la percentuale più alta di tutta Italia delle operazioni finanziarie sospette: 19.752 operazioni per la precisione, a fronte delle 17.860 della Campania, delle 10.639 del Lazio, delle 9.812 dell’Emilia Romagna e delle 6.151 della Sicilia. Questo per rispondere a chi sostiene che la mafia prospera solo nel meridione; non è così: la mafia investe dove ci sono i soldi e dove può usare dei prestanome insospettabili, ed i soldi nel nostro Paese si trovano al nord, quindi allegri (si fa per dire), ce n’è per tutti e tutti dovremmo essere vigili e attenti!!

Nell’articolo di cui sopra, il giornalista Marco Ludovico, sottolinea come una micro-cultura mafiosa sia cresciuta in tutto il Paese, sfruttando l’insensibilità e la sottovalutazione; bene, a fronte di ciò ci tengo a dire che il piccolo esperimento sociale di cui ho parlato poc’anzi, è stato fatto prima che io leggessi questo articolo e come vi ho già raccontato, se l’ insensibilità e la sottovalutazione di cui si parla nell’articolo avevano bisogno di conferme, io nel mio piccolo ne ho avute, ed amare.

Ludovico dice poi che la diffusione della mafia al nord sta avendo vita facile anche perché NON C’E’ ALLARME SOCIALE e questo ha anestetizzato le coscienze; è un po’ quel che diceva Borsellino in una sua intervista che rilasciò due giorni prima di morire: “la percezione collettiva dell’attività mafiosa si ha solo quando ci sono i morti.” Quando la mafia prospera lo fa nel silenzio. Beh, pare non sia cambiato molto in quasi trent’anni… ma sapendolo, qualcosa noi tutti dovremmo fare. Parlarne è importante, è un primo passo perché si prenda coscienza, perché i morti di mafia come Borsellino, Falcone e altri con e come loro, non siano morti invano.

Quando impazziscono le stelle

A volte ho la sensazione che i punti di riferimento, quelli che fungono da faro o da stella polare nei momenti di tempesta non esistano più; mi capita… mi prende questo dubbio atroce che forse le stelle si muovano in vortici confusi stravolgendo le galassie, e i fari in riva al mare siano tutti spenti, le bussole impazzite.

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Una sensazione di smarrimento totale che ti toglie la terra da sotto i piedi, la percezione dello spazio svanisce, le dimensioni e le forme delle cose cambiano in continuazione… è terribile!!

Un po’ come quando in una giornata limpida esplori sentieri in alta montagna che non hai mai percorso, di quelli che perlopiù son ricavati fra la vegetazione dal passaggio frequente degli animali selvatici, quelli che si inoltrano invisibili fra i rododendri e aggirano con labirinti contorti le mughete.

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Non sono percorsi segnati sulle mappe ufficiali, non ci sono segnaletiche, non ci sono punti di partenza e tanto meno punti di arrivo; sono solo delle tracce che ti permettono di muoverti su un terreno impervio e difficile. A volte mi sento così, presa da una faticosa esplorazione che procede seguendo istinto e intuito e poi, come se la sensazione di smarrimento non bastasse, all’improvviso si leva un nebbia fitta, un muro d’aria bianca che non ti permette di capire dove ti trovi, da dove arrivi, dove devi andare… non so se mi sono capita.

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Una brutta sensazione, insomma… mi succede.

E poi all’improvviso la nebbia si alza, mi guardo attorno, vedo i versanti delle montagne, vedo il cielo e il sole, i costoni di roccia, un larice colpito dal fulmine, la chiazza di rododendri che segue la valletta e mi rendo conto della mia posizione, mi rendo conto delle direzioni e realizzo in pochi attimi e in modo esatto il percorso utile per andare avanti. Ecco, quando succede questo poi mi sembra che nulla possa più fermarmi; sono allegra, felice e riprendo il cammino.

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Ebbene, di provare questo tipo di smarrimento e di ritrovarmi con sollievo fuori dalla nebbia mi accade ogni tanto, non spesso… mi succede sopratutto quando lavoro, quando tutto sembra chiudersi attorno come un muro di nebbia e non riesco a vedere nessuna via d’uscita; ne esco leggendo, di solito… o camminando, perché camminare aiuta a pensare. O magari mi porto da leggere mentre raggiungo un posto particolare fra i boschi. Il mio lavoro ultimamente non mi porta più a camminare fra i boschi; da un anno a questa parte, in virtù della mia condizione di appartenente al genere femminile , le menti eccelse che gestiscono il mio ambiente lavorativo mi hanno relegato a una scrivania e non è una bella sensazione… direi che è una sensazione di merda, ecco. E anche se non dovrei essere io a dirlo, non penso di aver fatto nulla per meritarmelo… tutt’altro.

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Sono un po’ claustrofobica e non mi piacciono i luoghi chiusi, non mi sono mai piaciuti, mi rendono ansiosa e di pessimo umore, non riesco a concentrarmi e mi infastidiscono gli odori, le luci dei neon, le voci troppo forti, gli odori delle stampanti, dei profumi eccessivi che si portano addosso alcune colleghe… nei luoghi chiusi è così, non si può allontanarsi per stare un po’ meglio, si sta in gabbia. Ho scelto di non fare un lavoro che mi faccia stare al chiuso, ho faticato per ottenerlo, proprio perché nei luoghi chiusi sto fisicamente male. Però a volte i benpensanti decidono per te e le soluzioni sono due: o fai una vita di merda e ti adegui, magari ammalandoti un po’ alla volta, o cambi lavoro. Credo che per me la seconda soluzione sia la più appropriata.

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Contro gli autoritarismi

Gli autoritari non ascoltano, impartiscono… e pensano di poter “gestire”, e intanto perdono credibilità e ad ogni nuovo passo si rendono sempre un po’ più ridicoli; ma finché le menti spente non se ne accorgono, gli autoritari mantengono il potere. Una mente spenta può confondere un “uomo ridicolo” definendolo “originale e di carattere… uno che sa il fatto suo!”.

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Immagine presa dal web tratta dal film “Il Dittatore”.

Gli autoritari li riconosci subito: hanno il pessimo vizio di impartire ordini e pretendono di avere sempre le verità in tasca, ostentano certezze e raramente hanno dubbi; non sanno chiedere, discutere, non conoscono confronto, empatia e ignorano il concetto di “visione dell’altro”; la comunicazione avviene attraverso un monologo: l’autoritario parla e impartisce ordini e gli altri, tutti e sempre, ascoltano.

Pyongyang, Kim Jong Un dirige il primo congresso del Partito dei Lavoratori

Immagine del dittatore nord coreano Pyongyang presa dal web da un articolo de “Il fatto Quotidiano”.

Gli autoritari a lungo andare (purtroppo ci vuole sempre troppo tempo) si fanno terra bruciata attorno, e pensano che le distanze che gli altri prendono siano dovute al fatto che loro “si sanno fare rispettare”. Gli autoritari confondono il timore ed il disprezzo che li circonda con il rispetto.

Iran, ancora proteste a Teheran. A morte il dittatore

Immagine presa dal web del presidente  iraniano Ahmadinejad

Gli autoritari parlano, e molto, e ancora… usano frasi ad effetto che le masse seguono a bocca aperta e cervello chiuso e quando gli autoritari hanno finito i loro monologhi auto referenzianti, si illudono di aver convinto tutti… in realtà han convinto i cervelli più svegli che gli autoritari non hanno mai imparato ad ascoltare e a ragionare.

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Teodoro Obiang Nguema Mbaso, presidente dittatore della Guinea Equatoriale; immagine presa dal web

Gli autoritari non trovano soluzioni, perché cercano solo vie per aumentare il proprio potere e la propria visibilità, ma non per risolvere i problemi. La soluzione dei problemi è finalizzata al mero mantenimento del potere e non viceversa.

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Erdogan, il dittatore turco; immagine presa dal web.

Gli autoritari si pavoneggiano e si circondano di leccapiedi, perché quando si è poca cosa è solo nel confronto con l’elemento umano falso e interessato, che ci si può illudere di essere qualcuno.

Gli autoritari, non si fidano di nessuno, tranne che degli adulatori ed anche di quelli con molte riserve, perché non sanno fidarsi di se stessi. Son più sereni se qualcuno li rassicura; non importa se falsamente o sinceramente. Gli autoritari ostentano forza e sicurezza e spesso sono sotto, sotto degli insicuri e il più delle volte dei pavidi. Un potente insicuro e pavido è estremamente pericoloso.

Gli autoritari hanno spesso paura del diverso e dell’imprevisto e per sentirsi meno vulnerabili, in un clima di totale sfiducia mettono in atto strategie di controllo superflue e dannose, ottenendo come risultato astio e rancore; è questo l’unico motivo per il quale si adattano alle nuove tecnologie, perché in cuor loro sono restii alle innovazioni, ma la tecnologia può essere un valido supporto per ottenere un maggior controllo nei confronti dei subalterni e delle masse.

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“Il grande dittatore” di Charlie Chaplin; immagine dal web.

Gli autoritari hanno spesso paura anche del cambiamento e si aggrappano con tutte le loro forze ai tradizionalismi, a vecchie idee collaudate e a contesti che si rifanno a schemi rigidi e ben definiti; sono ovviamente onnipresenti negli ambienti militari e negli ordini religiosi. Non importa se tali idee e tali contesti in un mondo in repentino cambiamento sono inefficaci e inattuali; il consenso è più facile ottenerlo spacciando vecchie idee per volontà di innovazione.

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I tre dittatori del passato (?) Immagini prese dal blog “Il riccio e la volpe”

Gli autoritari devono tenere tutto sotto controllo ed è per questo che vogliono che i subalterni mantengano sempre e comunque un basso profilo. Sono costretti a circondarsi di gente preparata, ma favoriscono le preparazioni specializzate e mirate, in modo che nessuno abbia una visione d’insieme tale da divenire pericoloso per l’autoritario.

Gli autoritari creano dissidi e contrasti interni fra i loro sottoposti, perché il “divide et impera” è la regola prima e più efficace per ogni sistema autoritario che intende controllare le masse o i subalterni. Se un nemico non esiste, gli autoritari lo creano. Questo avviene a diversi livelli e ne sono un esempio le molteplici “guerre fra poveri” che si verificano oggi, come si son sempre verificate nella Storia meno recente.

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Immagine presa dal blog “L’uomo qualunque”.

Gli autoritari hanno paura di ciò che non capiscono e non sono mai felici della crescita professionale e personale dei collaboratori; nessuno deve “sapere e conoscere” più di loro. Mantenere le masse nell’ignoranza è la seconda regola base perché un sistema autoritario abbia successo.

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Immagine presa dal blog “Come Don Chisciotte”

Gli autoritari non accettano critiche dai “sottoposti” o da chicchessia, perché accettare critiche implica il dover fare i conti con se stessi e questo costa una fatica che quasi mai gli autoritari sono disposti a fare; in realtà non gli interessa minimamente. La critica e la sincera autocritica non è contemplata dagli autoritari, MAI! Nessuno spunto di cambiamento e crescita è accettato. Il fine di ogni loro decisione è mantenere il potere, punto.

Gli autoritari hanno bisogno di falsi riconoscimenti, perché una vita votata all’apparenza è giusto che venga compensata con premi di facciata. I riconoscimenti di facciata danno immensa soddisfazione agli autoritari, perché servono ad ostentare il potere nei confronti dei cervelli spenti, reale o fasullo che sia.

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Immagine dal film “il dittatore”; dal web.

Gli autoritari vivono di consenso e lo ottengono coltivando menti spente e depresse, infarcite di slogan, luoghi comuni e frasi fatte; la strategia più efficace per spegnere le menti è quella che crea bisogni fasulli e vende soluzioni a basso costo, non importa se concretamente realizzabili o meno. Gli autoritari esistono in funzione del consenso e del potere che ne deriva.

Gli autoritari spesso si riempiono la bocca di frasi ad effetto e una di queste può essere la seguente:” essere autorevoli non significa essere autoritari!” ma gli autoritari predicano bene e razzolano sempre male.

Gli autoritari non possono essere sinceramente onesti e coerenti, mai; perché mettere in atto ciò che predicano con l’unico fine di ottenere consenso, implicherebbe una presa di coscienza… e gli autoritari, quelli veri, la coscienza l’hanno persa fra gli affanni di controllo, l’ambizione di apparire e le beghe di potere.

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Cleopatra e Cesare da “Asterix e Cleopatra”

Gli autoritari sono dannosi tanto per il singolo, quanto per la collettività, in qualsiasi ambito operino, ed il danno che creano il più delle volte non è riparabile, se non in tempi molto lunghi e a costo di immani fatiche e ad opera di chi ne subisce le conseguenze.

Gli autoritari possono anche essere potenzialmente intelligenti, ma sono destinati a cadere rovinosamente travolti dall’inevitabilità degli eventi, perché in un mondo liquido e in costante e repentino cambiamento, le strutture mentali rigide, spaventate e tradizionaliste non possono trovare un solido appoggio.

Tutti gli autoritari prima o poi sono destinati a soccombere anche perché le coscienze dei cervelli spenti, prima o poi raggiungono un limite di sopportazione, consapevole o meno. Raggiunto tale limite, gli autoritari vengono deposti… spesso per lasciare spazio ad altri autoritari. E’ una questione di involuzione umana, questa, e non consola chi la deve subire.

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Immagine di “Commodo”, dal film “Il Gladiatore”; immagine dal web.

E’ per questo che le menti spente dovrebbero fare lo sforzo di riaccendersi, perché il peggio che potrebbe accadere agli autoritari è perdere il consenso ed il potere che ne deriva, ma il peggio che può accadere a chiunque ha a che fare con gli autoritari è subirne la prepotenza più o meno subdola e più o meno violenta. Nessuno dovrebbe subire! Nessuno, mai!!

Le menti si accendono quando le televisioni sono spente, quando ci si parla guardandosi negli occhi e con il telefonino fuori portata, quando i discorsi intendono andare ben più in là e ben più in profondità di una frase fatta e del solito luogo comune e quando per farsi capire, per risolvere i problemi e per chiedere giustizia, si usano il rispetto (di se stessi e dell’altro), le parole (l’arma più efficace e potente) ed il buon senso.

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Vignetta presa dal Blog “Kaos 66”

In poche parole, da parte di chi ci guida, a tutti i livelli, tutti dovremmo pretendere rispetto onestà e coerenza e a nostra volta dobbiamo mettere in campo rispetto, onestà e coerenza; se manca questo, mancano le basi. Raramente i media passano questo messaggio… e dubito che qualcuno sia arrivato senza annoiarsi alla fine di questo mio post.

Se di queste cose si vuol sentir parlare, occorre andare a cercarle con il lanternino nei meandri della rete o negli scritti di poeti e letterati del passato. Gli intellettuali di oggi, poi, se così vogliamo chiamarli, si guardano bene dal parlare di queste cose… ne va del loro potere e della loro visibilità, e Pasolini lo disse senza fronzoli già un bel po’ di anni fa; se oggi tutti subiamo, dovremmo quantomeno chiederci perché, ma per poterci chiedere perché, dobbiamo prima renderci conto che stiamo subendo.