Memorie – Sui bronzini e sui campanacci

Dormivo in una stanza rivestita di vecchie assi che profumava di fieno e una piccola finestra guardava sulla Valle. La sera le vacche ruminavano nella stalla al piano di sotto e le sentivo respirare; avvertivo il rumore delle mandibole che si muovevano e che schiacciavano l’erba fra i grandi molari piatti. Ogni sera il suono lento e monotono dei batacchi sul metallo dei campanacci e dei bronzini, dava il ritmo ai riti che preludevano al sonno. Mi mettevo a letto e ascoltavo, fissando le travi del vecchio soffitto. Erano suoni appena accennati che avevano una loro gentilezza. Poi, nel dormiveglia, affiorava lontano nella mente il concerto di tutti i bronzini e campanacci della mandria, proprio come lo sentivo quando le vacche affamate salivano il versante il mattino, e correvano un po’, ma quegli stessi suoni lì nel buio della sera, mi raggiungevano appena, come se fossero portati da lontano con una debole folata di vento. Non ascoltavo con le orecchie, perché era una musica che avevo dentro; un sottofondo costante che mi accompagnava fino a quando il sonno e il silenzio della sera spegnevano i pensieri.

Non era una vera e propria malga, ma più una tipica baita in sassi e legno, quella dove passavo in solitaria tutte le estati, da giugno a settembre; al piano terra la vecchia cucina con il focolare centrale era stata sacrificata per ampliare la stalla, e il fienile al piano di sopra era stato trasformato in un luogo confortevole, seppur piccolo, dove poter dormire e prepararsi un pasto caldo. Rimanevo settimane lassù da sola, senza vedere nessuno, tranne qualche fungaiolo della domenica, che osservavo da lontano, nascondendomi un po’ per timidezza, un po’ perché non avevo voglia di parlare. Per non perdere l’abitudine, però, parlavo con le mie vacche. Loro mi rispondevano a modo loro e ci capivamo benissimo. Ognuna delle mie vacche aveva il suo particolare modo di stare al mondo e da quella più tenace e testarda, a quella più mite e dolce, mi legava a loro un sentimento fatto di rispetto e ammirazione; erano magnifiche le mie vacche!

Balin era una vacca di razza Rendena; la capo mandria. Era rotonda e di taglia piccola. Aveva le corna corte e ricurve, spezzate sulle punte dalle varie lotte con le altre vacche; un ciuffetto biondo rossiccio sulla fronte sormontava un muso scuro, largo e accorciato che le conferiva un po’ l’aria di vacca scaltra che sa il fatto suo. Conosceva tutti i sentieri e le scorciatoie per arrivare ai pascoli, sapeva dove cresceva l’erba migliore e quanto tempo ci voleva per arrivarci. Stava in capo al gruppo negli spostamenti e la mandria la seguiva con cieca fiducia. Aveva il campanaccio più grande, più sonoro e potente, quello che risaltava fra gli altri e si riusciva a sentire a notevole distanza, anche quando la mandria si allontanava troppo.

Hilla invece era una bruna alpina; la comprò mio padre da un allevatore dell’Alto Adige. Le Brune erano preferite da alcuni allevatori della zona, fra i quali anche mio padre, perché facevano più latte, ma molti altri contadini del posto preferivano le vacche di razza Rendena, perché era quella la razza tradizionale autoctona. La sintesi di quest’opposizione all’introduzione delle Brune Alpine in Valle, la espresse un anziano allevatore, il quale si spinse a dichiarare pubblicamente e con forza che: “…le Brune saranno anche buone vacche, ma son svizzere e rimangono delle extracomunitarie!”.

Hilla era dunque una delle tante extracomunitarie altoatesine della nostra mandria e di certo una vacca particolare. Aveva un buon carattere, come la maggior parte delle brune; aveva anche delle lunghissime e grosse corna ricurve all’indietro verso le scapole, che incutevano un po’ di timore. Nessuna delle nostre vacche veniva privata delle corna! Facevano parte della bellezza delle bestie, le corna! Una vacca senza corna è un po’ come una persona alla quale vengono tagliate le orecchie… una cosa che non si può vedere! Oggi alle vacche bruciano le corna quando sono piccole, perché nelle stabulazoni fisse dove vengono rinchiuse come macchine da produzione intensiva, le vacche con le corna potrebbero ferirsi. Una vacca senza corna è meno aggressiva, ma anche molto più triste, a mio parere. Quando Hilla alzava la testa per muggire, le punte delle sue corna arrivavano quasi a toccarle la schiena, mentre lei emetteva un suono stranissimo, dalla tonalità alta e acuta; una specie di fischio sgraziato inframmezzato da un muggito rauco e acuto. Una rarità in fatto di timbro vocale per una vacca, diciamo. Ottima produttrice di latte, Hilla aveva, però una mammella posteriore ricurva verso l’esterno, più corta delle altre, tozza ed estremamente difficile da mungere; probabilmente il frutto di un’incidente di percorso, o di una lotta con qualche altra vacca, chissà… Questa sua particolarità fisica comportava un tempo supplementare da dedicare alla mungitura. Mentre mi ci dedicavo, le cantavo delle canzoni. Secondo la mia visione delle cose, le canzoni un po’ jazz e un po’ pop-rock che improvvisavo per lei, dovevano servire a rendere Hilla collaborativa e fare in modo che rilasciasse più velocemente il latte; tuttavia che la strategia canora servisse nel concreto allo scopo, onestamente non ho mai potuto provarlo.

Fra le giovani c’era Dugo, una delle figlie di Balin; anche lei una Rendena dal manto scuro, più piccola della media. Aveva una testa rotonda e anche in età adulta mantenne il muso accorciato tipico dei cuccioli. Solitamente le manze assumono un carattere meno scapestrato dopo aver partorito il primo vitello, ma questo non valeva per Dugo, che rimase adolescente fino alla fine della sua carriera di vacca. Aveva ereditato delle doti da leader dalla madre, ma le sfruttava in modo riprovevole fomentando rivolte sovversive fra le compagne; quando la mandria si trovava ormai a due ore di cammino dalla stalla, parecchio in alto e a ridosso dei pascoli in quota, Dugo faceva dietro front con noncuranza e prima che io me ne rendessi conto, si dirigeva baldanzosa al trotto verso valle, tirandosi dietro un gruppetto ribelle. Il tutto degenerava in inseguimenti disperati e a scavezzacollo lungo sentieri e boschi in pendenza. In un’occasione il gruppetto capitanato dall’anarchica, non disdegnò di frequentare orti e campi dove le infingarde, non credendo alla fortuna che era loro capitata, fecero man bassa di cavoli, insalata e ortaggi vari nelle proprietà dei paesani, che, neanche a dirlo, furibondi si diressero verso casa mia, per denunciare il delitto compiuto a mia madre. Mia madre, ovviamente, fece bene il suo lavoro di giudice e mi condannò a una punizione corporale che ricordo ancora benissimo. Quell’anno, ricordo di esser stata più che felice di non dover rientrare in famiglia fino a settembre. Io di mio, arrivai sul campo a strage ormai compiuta; il danno fu esoso e irrecuperabile e i rapporti con i proprietari dei fondi invasi dall’orda barbara, irrimediabilmente compromessi.

Quando Dugo decideva che poteva starsene tranquilla, le mie giornate le passavo osservando le cose della natura; oppure scrivevo con una penna biro dei brevi versi sulle cortecce delle betulle e poi, a distanza di tempo, ritornavo per controllare se la pioggia le aveva cancellate. La pioggia fu sempre clemente e cancellò pietosa e con metodo le mie dissertazioni poetiche da bambina quasi adolescente; quindi mi dedicavo a occupazioni più proficue ripulendo le sorgenti dalle erbacce, disponendo degli abbeveratoi lungo i ruscelli, o creando delle pozze con dei massi nelle zone paludose, in modo che gli spostamenti della mandria per la ricerca dell’acqua fossero ridotti al minimo.

Durante le ore più calde le vacche si sdraiavano paciose sull’erba e prendevano a ruminare; io le osservavo da una zona sopraelevata sedendomi sotto un albero. Erano quelli i momenti migliori; i campanacci quasi fermi, il ronzio degli insetti nell’aria, l’odore della terra e dell’erba fresca calpestata dagli zoccoli, e la consapevolezza che il tempo poteva anche fermarsi per lunghe e meravigliose ore di quiete.

Quando il sole si abbassava sulla Valle, si riprendeva la via del ritorno. Le radunavo e le avviavo lungo il sentiero e loro si mettevano in colonna; Balin davanti, seguita da Dugo e alcune delle sue compagne sovversive; dietro le brune più lente, come Zerva, che spesso si fermavano a spiluccare l’erba attorno ai sassi lungo il sentiero.

Zerva era anche lei un’extracomunitaria altoatesina ed era fra le vacche più maestose della mandria; molto alta, perfettamente proporzionata e con magnifiche corna lunghe e simmetriche. Questa vacca aveva uno sguardo dolce ma fiero e un’ indole estremamente docile; tuttavia la sua caratteristica principale agli occhi dei miei genitori, era che produceva più latte di tutte le altre. Venerata da mia madre per questo motivo e fonte di compiacimento per mio padre che l’aveva scelta fra molte extracomunitarie, Zerva fece storia e fu sempre indicata come esempio a tutte le vacche della mandria. Era in sostanza l’esatto opposto di Dugo, che però non se ne fece mai un cruccio, a quanto ne so io.

Producendo tanto latte, Zerva mangiava in continuazione, anche durante il rientro, ed io per accelerare un po’ il passo mi portavo davanti alla mandria e la chiamavo. Attiravo le vacche con il sale grosso, mentre intonavo una specie di litania che, a parer mio e modestamente, era molto meno gradevole delle canzoni pop-rock che cantavo per Hilla durante la mungitura. Tuttavia la tradizione voleva così ed io mi limitavo a ripetere il richiamo che fin da piccolissima avevo sentito usare dai pastori della mia famiglia.

Ora, il sale grosso per una vacca è come la Nutella per noi umani, con la differenza che a noi la Nutella non fa tanto bene, mentre il sale grosso per le vacche è fonte di minerali e ne vanno ghiotte. Per questo motivo, quando una vacca ha il sentore che il pastore ha in mano un po’ di sale grosso, pare che s’innamori di lui di colpo e gli corre incontro finché non raggiunge l’obiettivo, ovvero il pugno di sale.

Zerva non faceva eccezione ma Balin, neanche a dirlo, arrivava sempre per prima e allungava il collo aprendo la grande bocca, mentre io v’infilavo tutta la mano e vi lasciavo cadere il sale, pulendomi poi il palmo sulla lingua ruvida e sui grandi denti piatti. Balin masticava beata guardandomi con enormi occhi scuri pieni di gratitudine; intanto arrivava anche Zerva e trafelata, si prendeva la sua dose di sale. Durante quei rientri mi godevo il miracolo infinito dei tramonti.

Avvenne poi che verso la fine degli anni novanta del secolo scorso, la mia famiglia e molte altre della Valle, scegliessero un altro tipo di attività lavorativa, perché la zootecnia aveva smesso di essere redditizia e implicava sacrifici che non erano ripagati equamente.

In breve tempo tutte le mie vacche furono macellate o vendute; pascoli e baite di montagna furono abbandonati ed io non ho più sentito ripetersi nell’animo e nel cuore, quelle sensazioni di leggerezza e soddisfazione che provavo quando stavo lassù. Rimane il ricordo per una parte di esistenza che mi ha temprato e cresciuta, colmando di bellezza la mia infanzia. Ancora adesso la sera, nel silenzio della mia stanza, ogni tanto da dentro avverto il risuonare dei bronzini e dei campanacci; mi pare di riconoscerli uno a uno e un sorriso triste e colmo di gratitudine mi sale dal cuore.

Le foto di questo articolo sono mie 🙂

Boschi – parte seconda –

Le parole raramente sono degne delle immagini della Natura; forse a volte ci può riuscire la Poesia a rendere merito alla bellezza, o alle cose dell’animo che vengono smosse da certi luoghi, da certi dettagli. Per me che non so poetare, ad esempio, non esistono parole utili per la descrizione di un verde, o di una luce, o di una sensazione provata in un bosco, ma occorre provare a cercarle comunque queste parole, perché cercare le parole adatte è un po’ come cercare di entrare in noi stessi.

Perché vi è differenza fra il vedere e il guardare e vi è differenza fra il sentire e l’ascoltare. Sono parole, ma non sono “solo” parole. Credo fermamente che soprattutto fra gli adulti, bisognerebbe educare se stessi a guardare ed ascoltare, e lasciare il vedere e il sentire ai margini delle nostre percezioni, per dirne una.

Dove sta la differenza? Beh, questo lo si può chiedere agli alberi, ai boschi, alle foglie, al silenzio o al ronzio degli insetti, all’odore della terra e dei muschi… la differenza sta sempre nei dettagli, ovviamente. Ma per percepire i dettagli occorre guardare bene, e ascoltare in un modo più attento, profondo. Diciamo che se per vedere bastano gli occhi, se per sentire bastano le orecchie… beh, per guardare ed ascoltare ci vuole tutto il nostro essere. E per usare davvero tutto il nostro essere, occorre fare esperienza di noi stessi in un modo molto più profondo e impegnativo di come siamo abituati a fare nelle nostre deliranti vite soverchiate dal quotidiano delirante.

I bambini sono maestri nel porsi in ascolto e nel porsi in contemplazione… i bambini lo sanno fare, e bene! Basterebbe prendere esempio, basterebbe smettere di insegnare loro qual è il modo più razionale di “leggere” le cose del mondo… basterebbe osservarli per qualche minuto nello stesso modo in cui loro osservano il tutto. Ci vuole grande attenzione, concentrazione, per osservare il mondo con gli occhi di un bambino. Lo sapevamo fare anche noi, ma poi ci hanno insegnato a dimenticarcene. E’ un gran peccato dimenticare per strada queste immense capacità. Per riuscire a guardare e ascoltare con gli occhi di un bambino, bisogna essere in grado di farsi assorbire da una visione, da una musica, da un silenzio; in poche parole occorre sapersi gustare il mondo come solo i più piccoli sanno fare. Ma oramai per noi adulti queste sono capacità atrofizzate e rese mute, soffocate fra le spire del ragionamento razionale.

Vi è forse un antidoto a questa menomazione data dall’educazione fin troppo pragmatica, se interessa: ho scoperto che occorre spegnere il televisore e il cellulare, innanzitutto. E’ una regola imprescindibile. E poi occorre andare dove si può cominciare a camminare nei boschi. Poi si entra fra gli alberi, lasciando che il percorso sia casuale, che il bosco ci inghiotta e ci attiri sempre più nel profondo; perdendosi nel suo labirinto di tronchi, rami, foglie e stupendosi ad ogni passo, ad ogni nuova pianta, ad ogni scricchiolio di rami e ad ogni nuovo gioco di luce fra le foglie. I boschi, i fiori, le piante, gli animali selvatici possono salvarci dalla rigidità dei sensi; possono scioglierci la durezza del cuore e possono insegnarci a sorridere di nuovo, a respirare a lunghe sorsate di freschezza, fino a far arrivare un largo sorriso giù nel profondo dell’anima.

Occorre provare sentieri mai percorsi, vie nuove ed essere curiosi e attenti, proprio come sanno essere i bambini; stupirsi della bellezza, usare gli occhi per guardare, usare il naso per annusare odori e sensazioni nuove, usare il tatto ad occhi chiusi per accarezzate i muschi, i tronchi degli alberi e l’erba; rimanere magari immobili nel bel mezzo di una radura, con gli occhi chiusi, immobili, ad ascoltare; sentire il battito del proprio cuore e rendersi conto di averne ancora uno; può sembrare ridicolo per un adulto, ma sapere di avere un cuore, esserne pienamente consapevoli, non è per nulla scontato.

Passo dopo passo

Accade, capita così; una volta arrivati, prima che le linee si facciano vive, accade a volte che si comprima l’attenzione in uno sfondo d’alba rosea e asciutta di neve.

E che a quel che si vede, si respira e si vive, si rassegni il ritmo del cuore.

A volte, da una pace che fa eco ovunque una volta che il passo ti porta sulla vetta, e che s’assorbe nello scorrere profondo e caldo che sotto pelle piano si calma, ci si lascia sedurre con gratitudine.

E ci si lascia scivolare nel respiro della terra che dorme, ma vive, e vibra nel silenzio dei riverberi gelidi e cristallini;

la terra, che invita al gioco l’anima, mentre quella si assesta, stagione dopo stagione, passo dopo passo, come a rinascere nella pausa minima fra un istante e l’altro e ogni volta si rispecchia nel lago fermo del profondo, un po’più allegra, un po’ più grande, e un po’ più bambina.

Accade, a volte, che nell’aria della notte, i pappi che s’involano in pieno inverno, giocano ancora con la Luna, mentre i semi già caduti sonnecchiano e si rigirano fra i cuscini dell’attesa.

E poi delle volte accade che il respiro che da quassù si fa pulviscolo d’aria e polvere di neve, copre le costellazioni dei cervi nelle notti ferme, mentre quelli si muovono lenti in geometrie gerarchiche e prudenti lungo i sentieri dei versanti boscati.

La musica che vibra nel silenzio, protetta dalle pareti rocciose, non ha prezzo.

E accade che fra una pausa di meraviglia e l’altra, rinasca la gratitudine, e quella avvolge l’invisibile finché il buio si spegne, e piano cerca di entrare nel mondo morbido, nel vortice nell’inconoscibile che si sveglia, nel tempo che non è tempo.

Basta l’illusione di una rappresentazione studiata dall’Universo in mio personalissimo onore, per farmi ridere dell’ingenuità che, in quanto essere minimo, mi è propria.

Eppure, a volte, la magnificenza di questa rappresentazione diventa davvero mia, perché il mio riconoscerla entra a farne parte.

E allora, a volte, mi capita; fra un sorriso invisibile e vero, e l’alba che sfiora i rami spenti, capita che io respiro forte, e ad ogni respiro, ringrazio.

Il Silenzio secondo me

A volte divento irrequieta, come accade un po’ a tutti, presumo. Sì, insomma, mi prende quella sensazione che se non cambio contesto, situazione, se non mi allontano da quell’invisibile (a volte nemmeno poi tanto invisibile) fonte di stimoli che, se non sono negativi, poco ci manca, allora potrebbe accadere qualche cosa di ancor più sgradevole. Sì, insomma, a volte ci si agita come fanno i gatti quando vedono le rondini dalla finestra, magari anche senza sapere bene il perché, e si ha bisogno di uscire.

Quando mi succede, e mi succede spesso, vado a camminare nei boschi.

Se cammino nei boschi ancora coperti di neve in giornate un po’ cupe come quelle di questi giorni, ad esempio, scegliendo di non starmene rinchiusa ad aspettare il sole ed il ritorno spontaneo del buon umore, opto per i luoghi più impervi e possibilmente difficilmente raggiungibili da altri bipedi umani.

E’ una scelta istintiva; lì mi sento al sicuro come in nessun altra situazione, come in nessun altro luogo. I boschi sanno fare questa magia, sanno risollevare l’umore, anche il più nero.

Ci metto il tempo che ci metto, perché non è che sono un drago, non mi interessano e non sono portata per le performance da grande alpinista; ascolto il mio respiro e lo assecondo. Mi godo pure i passi, il mio ritmo lento.

Più fatico ad arrivarci e più mi sento tranquilla, perché so che la medesima fatica solo pochi sarebbero disposti a farla, specie se poi il paesaggio è quel che è; e si sa com’è, no? La montagna seleziona; i boschi, alcuni boschi, pure.

E allora non scelgo mai i luoghi con i siti panoramici. Se hai le balle girate, mi si perdoni il francesismo, è meglio evitare i posti da assembramento panoramico; è anche una questione di rispetto verso il prossimo, se vogliamo. 🙂

Una volta arrivata mi sento meglio, mi sento a casa, anche se il tempo non è meno grigio e anche se la luce tenderebbe a tapparmi la gola. In tal senso, credo fermamente che se la gente avesse tutta la possbilità di farsi due passi nei boschi all’occorrenza, gli strizzacervelli metropolitani dovrebbero cercarsi un altro lavoro.

Le escursioni nei boschi dovrebero essere mutuabili.

Se poi il terreno è innevato e ci arrivo per prima, prima che qualcun altro ci abbia messo piede da mesi, intendo, beh quando succede è come se la montagna mi facesse un regalo grandioso, esclusivo; mi sento privilegiata, fortunatissima e davvero, davvero felice.

E’ questo il tipo di felicità che io augurerei di provare a tutti, almeno una volta nella vita… almeno una… ma possibilmente anche più volte in una settimana.

In quei momenti non chiedo nient’altro che di starmene lì il più a lungo possibile ad ascoltare il silenzio, o il canto di una nocciolaia e di qualche cincia. D’estate è bello rimanerci fino a notte, magari aspettando il levarsi della luna.

A volte si è talmente fortunati che si avvista qualche cervo che si fa strada a fatica nella neve, o qualche camoscio in lontananza, sulle rocce, o anche più vicino, nel sottobosco. Oppure succede di avvistare una martora o più di frequente, qualche bella volpe. In quei momenti mi godo il fatto di essere viva, e non chiedo niente di più, perché sento che quello di cui ho bisogno è tutto lì attorno.

C’è una magia grandiosa che un essere umano può vivere avvistando un animale selvatico nel silenzio di un bosco, o su un dirupo di un versante, o standosene semplicmente seduto sotto un albero. Non parlo solo di animali di grandi dimensioni.

Tutti siamo attirati verso gli animali che un po’ ci somigliano e se ci pensiamo amiamo in prevalenza i mammiferi. Questo è naturale, eppure non c’è essere vivente che non sia affascinante e meraviglioso, seppur può essere molto diverso da noi, e anzi ,a volte è stupendo proprio perchè è tanto diverso. Però di questo ne riparlerò, per chi avrà la pazienza di leggere oltre.

In quei momenti di tranquillità assoluta il senso di gratitudine nasce spontaneo e detta la regola fondamentale, ovvero quella che richiede rispetto assoluto, che richiede il Silenzio. Fin da piccola mi è stata insegnata questa regola: se si ha la fortuna di incontrare un abitante di un bosco, la prima cosa da fare è cercare di evitare di spaventarlo. A volte non è possibile, ma il più delle volte si può e allora ci si allontana con le dovute precauzioni, magari allungando un po’ il percorso, se necessario.

Qualcuno mi ha chiesto perché ritengo questa regola così importante e questo mi è accaduto più volte. Ed ogni volta un po’ m’incazzo, lo confesso, però ho imparato a non darlo a vedere, perchè mica è scontato capire sta cosa, ho scoperto. Voglio dire, per me il motivo è così ovvio, ma forse lo è perchè fin da piccola mi sono state insegnate alcune cose.

In un bosco si sta zitti o si parla a bassa voce perché gli animali non vanno spaventati. Il bosco è come le chiese; nelle chiese non si urla, non si schiamazza e non si fischia, perché i templi di ogni credo religioso sono luoghi sacri e lo sono anche per i non credenti; e allora i non credenti rispettano il credo altrui. Va così. Il bosco e la montagna sono altrettanto sacri, anche per i non credenti e per lo stesso motivo di cui sopra.

La parola d’ordine è RISPETTO. La montagna lo insegna, i boschi pure.

Quando si è da soli in queste situazioni è più facile seguire questa regola. Intendiamoci, è bello poter condividere questi momenti, a volte, ma comunque non è la stessa cosa. In due o più persone si tende a chiacchierare, si fa molto più rumore mentre si cammina, com’è umano che sia, e si sa che chiacchierando non si avvistano animali selvatici. Se poi accade che si vede comunque qualche animale non umano, è perchè lo si è fatto scappare, quindi non si rispetta le regola fondamentale, quella del rispetto, del Silenzio, quella che molti non capiscono che senso abbia.

Non è che deve diventare una paranoia, però ci si deve prestare la dovuta attenzione, ecco.

Secondo me quando si entra in un bosco e si va a camminare su un sentiero in montagna bisognerebbe farlo come se si entrasse in casa altrui; se qualcuno entra in una casa di uno sconosciuto senza chiedere permesso, magari urlando e ridendo e fischiando e sbraitando, (c’è gente che lo fa per ore nei boschi!!! (!?!) ) il padrone di casa potrebbe anche invitarlo ad uscire e se anche lo facesse in modo brusco, ne avrebbe tutte le ragioni, io penso.

Questo tipo di atteggiamento l’ho notato in prevalenza fra i fungaioli e mi son chiesta spesso: ma non è che questi si mangiano i funghetti e poi un po’ c’hanno gli svarioni da alterazioni degli stati di coscienza e non si rendono conto di esagerare?

Purtroppo gli abitanti di un bosco non possono invitare ad uscire i cafoni che  non hanno rispetto del luogo dove loro abitano, anche se sarebbe bello se lo potessero fare, sarebbe meraviglioso se lo facesero.

A parer mio, non è un male che la gente si concentri sugli impianti di risalita e vi rimanga magari per settimane facendo su e giù come sulle giostre; non è un male, perché se tutta quella gente entrasse nei boschi e camminasse lungo i sentieri, ho come la sensazione che la maggior parte si comporterebbe come quei cafoni che chiunque metterebbe alla porta se gli entrassero in casa.

Questo senza voler generalizzare, sia chiaro; c’è gente che ha una sensibilità innata e che sa come coportarsi in ogni situazione, boschi compresi.

Il senso del rispetto in queste situazioni va insegnato a tutti i bambini, io penso. Lo penso perché per molti adulti ormai non c’è più speranza. Non sto esagerando; il bosco e la montagna sono di tutti, ma c’è modo e modo di viverli. Ci sono i luoghi ed i momenti dove è bello fermarsi e chiacchierare, solo è necessario capire quando ci si arriva e quali sono.

Se qualcuno non è pronto a passare qualche ora in silenzio con se stesso, a parer mio non dovrebbe entrare in un bosco, e se lo fa, dovrebbe farlo con l’intenzione di imparare a starsene zitto, almeno per un po’. Magari ci prova pure gusto a regalarsi un po’ di pace, a farsi tornare il buon umore e a smettere di far lavorare la lingua, lasciando girare i neuroni in meditazione, ogni tanto.