Il segreto del Bosco Vecchio – Capitolo 3

Racconto di Dino Buzzati

Capitolo 3

Fu Giovanni Aiuti, uomo di mezza età, già fattore del Morro, che andò a prendere il colonnello Procolo alla stazione, il giorno del suo arivo, con un’automobile vecchio modello.

La prima conversazione non fu delle più cordiali. (Spesso in seguito il buon Aiuti ebbe a rammaricarsi di essersi forse dimostrato in quell’occasione un po’ petulante.)

“Straordinario!” egli disse al colonnello subito dopo i saluti di presentazione. “Ma sa che lei assomiglia al povero Morro? Ha proprio il naso identico.”

“Ah così?” chiese il colonnello.

“Proprio molto simile” spiegò l’Aiuti “si direbbe quasi lo stesso, se non si sapesse…”

“Si usa scherzare in questo paese, mi sembra?” fece gelido il colonnello.

“Una vera e propria costumanza non c’è” rispose l’Aiuti imbarazzatissimo “ma si celia, ogni tanto… oh Dio! Bazzecole senza pretese.”

I due, in automobile, si diressero subito alla casa del Morro. La strada nei primi due chilometri, correva tra i campi del fondo valle; poi saliva fra praterie nude; a circa quattro chilometri dalla casa cominciava a entrare nel bosco, un bosco rado con piante alte ma patite; a un chilometro dall’arrivo entrava in un pianoro, dove si apriva un’ampia radura. Di là si vedeva, e ancor oggi si vede benissimo, il celebre Bosco Vecchio, disteso tra due monti a panettone, salire fino in cima alla valle. Sul colle estremo spuntava un roccione giallo, alto forse un centinaio di metri, denominato il Corno del Vecchio; nudo e corroso dagli anni, aveva un’aria squallida, da non attirare simpatie.

In quel primo viaggio, così poi raccontò l’Aiuti, il colonnello trovò motivo di irritarsi tre volte.

La prima fu a una ripidissima svolta della strada, poco sotto la radura, dove l’automobile si fermò, per mancanza di benzina. L’aiuti riuscì a nascondere al Procolo, poco esperto di motori a scoppio, la vera causa per cui la macchina si era fermata. Disse che gli succedeva sempre così, su quella salita, perché l’automobile era molto vecchia e non sopportava grandi sforzi.Il colonnello, senza protestare, non dissimulò tuttavia il proprio dispetto: “il Morro” egli chiese “come faceva?”
“Il Morro” rispose l’Aiuti ” aveva una cavalla e un carrozzino. La cavalla, caso stranissimo, è morta proprio il giorno dopo il padrone. Era una bestia molto affezionata.”
La seconda arrabbiatura del colonnello avvenne ai piedi di un grande larice tutto seccato. Mentre i due procedevano a piedi, si era udito scendere dall’alto un grido roco. Il Procolo, guardando in su, aveva visto, appollaiato su uno degli ultimi rami, un uccello nero, di notevoli dimensioni.
L’Aiuti spiegò che quella era la vecchia gazza guardiana che il povero Morro teneva in grande considerazione: stava giorno e notte sulla punta e quando qualcuno passava per la strada,faceva il suo verso, per avvertire quelli che stavano nella casa. Il grido infatti si sentiva anche a grande distanza. L’abilità dell’uccello consisteva nel fatto che la voce dell’allarme veniva emessa solo nel caso che qualcuno salisse alla casa; a quelli che scendevano a Valle la bestia non dava peso. Perciò serviva egregiamente da sentinella.
Il Procolo dichiarò subito che quella faccenda non gli piaceva. Che affidamento poteva dare un uccello simile? Avrebbe dovuto mettere un uomo, lo zio, se voleva delle segnalazioni sicure. E poi quella bestia certamente dormiva; come poteva dunque svolgere la sorveglianza durante il sonno? L’aiuti fece notare che di solito la gazza dormiva con un occhio aperto.
“Basta, basta… ” disse allora il colonnello Procolo, troncando la discussione, e riprese a camminare, battendo il suo bastone a terra, senza dare neppure un’occhiata a quel bosco, che cominciava a essere suo.
Per la terza volta il Procolo si irritò quando fu giunto alla casa. Era un edificio anziano, piuttosto complicato, che si poteva anche dire pittoresco.
L’attenzione del proprietario fu attirata prima di tutto da un segnavento di ferro sormontante un camino.
“Un’oca, mi sembra, vero?” domandò.
L’Aiuti ammise che il segnavento aveva proprio la forma di un’oca; l’aveva fatto fare il Morro, saranno stati tre anni.
Al proposito il colonnello aggiunse che, a suo parere, ‘imponeva in quella casa qualche cambiamento.
Per fortuna venne un leggero soffio di vento, di quelli che non mancano quasi mai tra i boschi, di una certa estensione, e il colonnello poté accorgersi che l’oca, girando, non produceva il minimo rumore. Questa constatazione parve rasserenarlo alquanto.
Intanto era uscito dalla casa Vettore, il servo dello zio Morro, sui sessant’anni, annunciando al colonello che, servitor suo, il caffè era pronto.

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