E’ così che dormono i frassini?

Quando si sta a guardare l’acqua di un torrente, e il suo scorrere fra i pani appuntiti di ghiaccio ed i massi levigati, con la schiena appoggiata al tronco sicuro di un frassino, beh, a volte e senza che lo si sappia il cuore si lega; non fa male, però la direzione, inevitabilmente, impercettibilmente si sente che cambia.

Se si àncora il cuore a una linea, dando a questa una direzione sconosciuta, questa, forse, prima o poi approda ad un infinito ignoto, inconoscibile; ma supponiamo che per un qualsiasi frangente di imprevedibile dissesto, gli eventi si spostino di un millesimo di grado… l’ignoto infinito al quale si approda sarebbe forse diverso dall’infinito ignoto al quale si sarebbe approdati qualora tale impercettibile spostamento non fosse mai avvenuto?

E quello spostamento impercettibile, quel millesimo di grado che farebbe variare il percorso nel suo complesso e scostare anche di molto un ipotetico, irrealizzabile punto di approdo perso nell’infinito (è un ossimoro? Sì, forse lo è… l’infinito non ha punti di approdo… a meno che non si intenda l’infinito stesso come un unico, immenso punto d’arrivo… che inevitabilmente coincide con il punto di partenza, quindi…)… si diceva, quell’eventuale spostamento minimo esiste di per se, o ha origine da una causa?

E’ imputabile a un battito un po’ più deciso, come se il cuore prendesse o perdesse quota al variare della velocità con il quale pulsa, o che altro? Come se tutti i nostri cuori si muovessero come fanno gli stormi degli uccelli quando si preparano a migrare.

Sì, insomma, nel caso degli spostamenti impercettibili che interessano gli ancoraggi del cuore, le forze che li determinano, e che di conseguenza determinano la direzione delle nostre esistenze, sono spontanee o vi sono delle leve che ne condizionano, facilitano o ne limitano l’innesco? E se vi sono, quante e quali percepiamo davvero, mentre quante e quali non sappiamo nemmeno che tirano i fili invisibili dei moti dell’animo?

Non so… un po’ come se vi fosse (e forse vi è) l’accumulo di un’energia in un punto indefinito nel profondo ed il conseguente rilascio in concentrazioni variabili in uno o più altri punti indefiniti; un po’ questo, intendo. Una sorta di caotico ordine banalmente e inevitabilmente primordiale.

E se questo avviene ed è percepibile, anche le percezioni sono causa di variazioni ulteriori?

E tutti questi movimenti che somigliano ai caleidoscopi ed ai prismi dove i colori caldi e morbidi si lasciano tagliare nettamente e poi sfumare in colori algidi e spezzettati, e gli stessi giochi d’acqua che sciolgono e rarefanno, per poi definire e sfumare in curve di vortici perfetti, da dove prendono origine? O forse non vi è necessità di un’origine, dato che tutto potrebbe essere l’origine di se stesso?

No, me lo chiedo… perché i frassini a parer mio, è di questo che meditano quando son spogli come adesso, e protesi sui torrenti a gustare il sonno di questi crepuscoli invernali.

O forse sono i nodi sciolti che avvolgono il cuore a confondersi con le liane spoglie e arruffate del luppolo, e così anch’esse si perdono a cercare appigli, dondolando nel blu cobalto che si spegne sullo sfondo del giorno, mentre i frassini, in realtà, placidamente, se la dormono e basta… e io è così che vorrei dormire.

Penso tuttavia che le mie elucubrazioni, inevitabilmente e a prescindere dalla specie botanica sotto la quale o nei pressi della quale i malcapitati lettori può darsi si siano nel frattempo venuti a trovare, al sonno più o meno da frassino, qualcuno, senz’altro lo hanno saputo portare.

 

Il bastimento a tre piani

Da: “Fiabe italiane”di Italo Calvino

C’erano marito e moglie poveri che stavano in campagna. Nacque loro un bambino ma non avevano nessuno nel vicinato che gli facesse da padrino. Andarono in città, ma non conoscevano nessuno e senza padrino non lo potevano far battezzare. Videro un uomo avvolto in un mantello nero sulla porta della chiesa e gli dissero: – Buon uomo, ci fate da padrino a questo figlio? – 

L’uomo disse di sì e il battesimo fu fatto.

Usciti di chiesa, lo sconosciuto disse: – Ora devo fare il regalo al mio figlioccio. Ecco questa borsa; servirà per allevare il bambino e dargli un istruzione. E qui c’è una lettera che gli darete quando saprà leggere -.  Il padre e la madre rimasero stupiti, e prima che trovassero parole per ringraziare l’uomo e per chiedere chi era, egli se n’era digià andato.

La borsa era piena di monete d’oro e servirono a mandar a scuola il bambino. Quando ebbe imparato a leggere, i genitori gli diedero la lettera; ed egli lesse:

Caro figlioccio,

torno a riprendere possesso del mio trono dopo un lungo esilio e ho bisogno di un erede. Appena letta questa lettera mettiti in viaggio e vieni a trovare il tuo caro padrino, il Re d’Inghilterra. Post scriptum: in viaggio guardati bene dall’accompagnarti con un losco, uno zoppo ed un tignoso.

Il giovane disse: – Padre, madre, addio, devo andare a trovare il mio padrino, – e si mise in viaggio. Dopo aver camminato qualche giorno incontrò un viandante che gli disse: – Bel giovane, dove andate?

– In Inghilterra.

– Anch’io: viaggeremo insieme.

Il giovane lo guardò negli occhi; aveva un occhio che guardava levante e uno ponente, ed egli pensò che era il losco da cui doveva guardarsi. Si fermò con un pretesto e cambiò strada.

Trovò un altro viandante seduto su una pietra.

– Andate in Inghilterra? Faremo il viaggio insieme, – 

disse e alzatosi cominciò a zoppicare appoggiandosi al bastone.

“Questo è lo zoppo”, pensò il giovane, e cambiò strada ancora.

Incontrò un altro viaggiatore, che gli occhi li aveva sani, le gambe anche, e quanto a tigna, aveva la più folta e netta testa di capelli neri che si fosse mai vista. Così, siccome era anche lui in via per l’Inghilterra, viaggiarono insieme. A sera si fermarono in una locanda e vi presero alloggio. Ma il giovane, che non si fidava, consegnò la borsa con il suo denaro e la lettera per il Re al locandiere perché gliela custodisse. Nella notte, mentre il giovane dormiva, il compagno si alzò, andò dal locandiere e si fece dare la borsa, la lettera e il cavallo. Al mattino il giovane si trovò solo, senza un soldo, senza lettera e appiedato.

– E’ venuto stanotte il vostro servitore, – gli disse il locandiere, – a prendere tutta la vostra roba. Ed è partito…

Il giovane si mise in strada a piedi. A una svolta, vide il suo cavallo legato a un albero in un prato. Andò per prenderlo ma da dietro all’albero saltò fuori il compagno della sera prima armato di pistola. – Se hai cara la vita, – disse, – devi farmi da servitore e fingere che sia io il figlioccio del Re d’Inghilterra – . E in così dire si tolse la parrucca nera: il suo cranio era tutto ricoperto di tigna.

Partirono, il tignoso a cavallo e il giovane a piedi, e così arrivarono in Inghilterra. Il Re accolse a braccia aperte il tignoso credendolo il suo figlioccio, mentre il vero figlioccio fu assegnato alle scuderie, come mozzo di stalla. Ma il tignoso non vedeva l’ora di disfarsene e un giorno che il re gli disse: – Se potessi liberare mia figlia, prigioniera di un incantesimo in un isola, te la dare in sposa; ma tutti quelli che sono partiti per liberarla sono morti, – lui gli propose: – Provate a mandarci il mio servitore, lui certo sarà capace di liberarla.

Il Re fece chiamare subito il giovane e gli chiese:

– Tu sei capace di liberare mia figlia?

-Vostra figlia? – disse il giovane. – Ditemi dov’è Maestà!

E il Re: – Guarda che se torni senza averla liberata ti taglierò la testa.

Il giovane andò al molo, e guardava le navi partire e non sapeva come raggiungere l’isola della Principessa. Gli si avvicinò un vecchio marinaio con la barba fino ai ginocchi: – Sta’ a sentire, – gli disse, – fatti fare una nave a tre piani.

Il giovane andò dal Re e si fece armare una nave a tre piani. Quando la nave fu in porto pronta a salpare, ricomparve il vecchio marinaio: – Adesso, – disse, – fa’ caricare un piano di croste di formaggio, un altro piano di briciole di pane, e il terzo di carogne putrefatte.

Il giovane fece fare i tre carichi.

– Adesso, – disse il vecchio, – quando il Re ti dirà: “Scegli quanti marinai vuoi” tu di’: “Me ne basta solo uno”, e sceglierai me – .  Così fece e tutta la cittadinanza era a veder salpare la nave con quello strano carico e con un equipaggio composto d’ un solo uomo, e per di più vecchio cadente.

Navigarono tre mesi, e dopo tre mesi, nella notte, videro un faro ed entrarono in un porto. Non si vedeva nulla a riva: case basse basse, un muoversi come di nascosto, e finalmente una voce disse: – Che carico portate?

-Croste di formaggio, – rispose il vecchio marinaio.

-Buono, – dissero da terra, – è quel che fa per noi.

Era l’Isola dei Topi, e tutti i topi erano i suoi abitanti. Dissero: – Compriamo tutto il carico, ma danari per pagare non ne abbiamo. Però ogni volta che avrete bisogno di noi, non avrete che da dire: “Topi, bei topi, aiutatemi voi!” e noi arriveremo subito ad aiutarvi.

Il giovane e il marinaio buttarono la passerella e i topi vennero a scaricare velocissimi le croste di formaggio.

Partiti di là, arrivarono di notte a un’altra isola.

Nel porto non si vedeva nulla, peggio che in quell’altra. Non c’era né casa né albero che s’alzasse da terra. – Che carico avete? – sentirono dire, dal buio.

-Briciole di pane, – disse il marinaio.

-Buono!- risposero. – è quel che fa per noi!

Era l’isola delle formiche, e tutte formiche erano suoi abitanti. Neanche loro avevano denaro per pagare, ma dissero:- Quando avrete bisogno di noi, basta che diciate: “Formiche, belle formiche, aiutatemi voi!” perché noi accorriamo dovunque voi siate.

E si misero a scaricare le briciole di pane, avanti e indietro per le funi dell’ormeggio. Poi la nave ripartì.

Arrivarono a un’ isola tutte rocce altissime che calavano a picco sul porto. – Che carico portate? – gridarono di lassù.

-Carogne putrefatte!

-Buone! – dissero. – è quello che fa per nopi, – e grandi ombre nere calarono sulla nave.

Era l’Isola degli Avvoltoi, abitata da quegli uccelli rapaci. Scaricarono la nave portandosi via le carogne a volo, e in cambio dissero che al richiamo: “Avvoltoi, begli avvoltoi, aiutatemi voi!”, sarebbero sempre accorsi in loro aiuto.

Dopo altri mesi di navigazione, arrivarono all’isola dov’era prigioniera la figlia del Re d’Inghilterra. Sbarcarono, attraversarono una lunga caverna, e sbucarono davanti a un palazzo, in un giardino. Venne loro incontro un nano. – è qui la figlia del Re d’Inghilterra? – domandò il giovane.

-Venite a domandarla alla Fata Sibiana, – disse il nano, e li introdusse nel palazzo dal pavimento d’oro e dalle pareti di cristallo. La fata Sibiana era seduta su un trono di cristallo e d’oro.

-Sono venuti re e principi con tutti i loro eserciti, – disse la Fata Sibiana, – per liberare la Principessa, e tutti sono morti.

-Io ho solo la mia volontà e il mio coraggio, – disse il giovane.

-Ebbene, – disse la Fata, – dovrai passare tre prove. Se non ci riuscirai non farai più ritorno. Vedi questa montagna che mi nasconde il sole? Domattina quando mi sveglio voglio avere il sole in camera. Devi riuscire ad abbattere la montagna entro questa notte. 

Il nano portò un piccone e condusse il giovane ai piedi della montagna. Il giovane diede un colpo di piccone e il ferro si ruppe. “Come faccio a scavare?”,  si disse, e gli vennero in mente i topi dell’isola. – Topi, bei topi, – chiamò, – aiutatemi voi!

Non aveva finito di dirlo che una marea di topi si mise a brulicare sulle pendici della montagna, e la ricoperse tutta fin sulla cima, e tutti scavavano e rodevano e zampettavano via la terra, e la montagna si sfaldava, si sfaldava…

L’indomani la Fata Sibiana si svegliò ai primi raggi del sole che entravano nella sua camera. – Bravo, – disse al giovane, – ma non basta -. E lo condusse nei sotterranei del palazzo. In mezzo al sotterraneo, in una sala alta come una chiesa c’era un immenso mucchio di piselli e lenticchie tutti mischiati. – Bisogna che entro stanotte mi dividi i piselli dalle lenticchie, facendo due mucchi separati. E guai se lasci una lenticchia nel mucchio dei piselli, o un pisello nel mucchio delle lenticchie.

Il nano lasciò un lucignolo di candela, e se ne andò con la Fata. Il giovane rimase di fronte al gran mucchio, col lucignolo che stava per spegnersi e mentre si domandava come avrebbe potuto un uomo compiere un lavoro così minuto, gli vennero in mente le formiche dell’isola. – Formiche, belle formiche, – chiamò, – aiutatemi voi!

Appena pronunciate queste parole, tutto l’enorme sotterraneo formicolò di quelle minuscole bestioline, che si disposero attorno al mucchio e, con ordine e pazienza, le une trasportando i piselli, le altre le lenticchie, ammucchiarono due cumuli divisi delle due specie.

-Non sono ancora vinta, – disse la Fata quando vide il lavoro compiuto. – Ora t’aspetta una prova ben più difficile. Entro domani all’alba dovrai portarmi un barile pieno d’acqua di lunga vita. 

La sorgente dell’acqua di lunga vita era in cima a un’altissima montagna, popolata di bestie feroci. Impossibile pensare di salirci, e più impossibile ancora andarci con un barile. Ma il giovane chiamò: – Avvoltoi, begli avvoltoi, aiutatemi voi! – E il cielo fu nero di avvoltoi che scendevano a larghi giri. Il giovane attaccò al collo di ciascuno un’ampolla e gli avvoltoi volarono in lunghissimo stormo fino alla sorgente sull’alta montagna, riempirono ognuno la sua ampolla, e rivolarono fino dal giovane a rovesciare le ampolle nel barile che egli aveva preparato. 

Quando il barile fu riempito, si sentì un galoppo di cavalli: la Fata Sibiana fuggiva e dietro le correvano i suoi nani, e dal palazzo saltò fuori felice la Figlia del Re d’Inghilterra dicendo: – Finalmente sono salva! M’avete liberata!

Con la Figlia del Re ed il barile dell’acqua di lunga vita, il giovane tornò sulla nave dove il vecchio marinaio l’aspettava per levar l’ancora.

Il Re d’Inghilterra scrutava ogni giorno il mare con il cannocchiale, e quando vide avvicinarsi un bastimento con la bandiera inglese, corse al porto tutto contento. Il Tignoso quando vide il giovane sano e salvo con la figlia del Re, per poco non morì di rabbia. E decise di farlo assassinare.

Mentre il Re festeggiava il ritorno della figlia con un grande pranzo, due tristi figuri vennero a chiamare il giovane, dicendo d’una questione urgente. Il giovane senza capire li seguì; giunto nel bosco, i due figuri, che erano sicari del Tignoso, trassero i coltelli e lo scannarono.

Intanto, al pranzo, la figlia del Re stava in pensiero perché il giovane era uscito con quei tristi figuri e non tornava. Andò a cercarlo e, arrivata nel bosco, trovò il suo cadavere pieno di ferite. Ma il vecchio marinaio aveva portato con sé il barile dell’acqua di lunga vita e vi immerse il cadavere del giovane: lo videro saltar fuori più sano di prima, e così bello, che la figlia del Re gli gettò le braccia al collo.

Il Tignoso era verde dalla bile. – Cosa c’è in quel barile? – domandò.

-Olio bollente,- gli rispose il marinaio.

Allora il Tignoso si fece preparare un barile d’olio bollente e disse alla Principessa: – Se non amate me mi uccido – . Si trafisse col pugnale e saltò nell’olio bollente. Restò bruciato, sull’istante, e nel salto gli volò via la parrucca nera e si scoperse la testa tignosa.

-Ah! Il Tignoso! – disse il Re d’Inghilterra. – Il più crudele dei miei nemici. Finalmente ha trovato la sua fine. E allora tu, valoroso giovane, sei il mio figlioccio! Tu sposerai mia figlia ed erediterai il mio regno! – E così avvenne. 

 

 

 

 

 

 

 

Togliamoceli di mezzo, per cortesia!

Mi chiedo, a volte, perché si tergiversa, si dicono cose che non si pensano e si pensano cose che non sono mai state dette e forse nemmeno mai pensate. Mi viene il dubbio che lo si faccia perché si hanno dei pregiudizi… o perché si ha paura di un giudizio altrui. E’ facile che se si hanno dei pregiudizi si giudichi pesantemente e con una certa facilità… probabilmente si giudica pesantemente in primis se stessi. Tutto ciò genera confusione e nella confusione nascono i malintesi e quindi la sofferenza gratuita. C’è gente che vive nel malinteso, probabilmente un po’ anche nella supponenza. Voglio dire, se c’è una difficoltà nell’interazione umana è quella data da questi due fattori fuorvianti: il giudizio e la paura del giudizio. Se dovessi scrivere un programma politico metterei al primo posto l’impegno per un profondo risanamento da questi due pessimi malcostumi, se così li possiamo chiamare. Provate un po’ a pensare a quanto dànno sanno fare il giudizio e la paura del giudizio; pensateci! Provate a pensare a quanto i nostri pensieri e quindi le nostre esistenze sono condizionati da queste due “pessime abitudini”, talmente radicate in noi da essere praticate inconsapevolmente. Ogni volta che puntiamo il dito, dovremmo sentire una scossa elettrica, come accade con i fili pastore quando si oltrepassa il limite. Accade ad ogni età, in qualsiasi contesto. Tutti lì con il dito puntato! E se non è puntato verso gli altri è puntato verso sè stessi! Pessima abitudine, pessima pratica! Se fossi un premier in carica promulgherei una legge che bandisce entrambi, così, come presupposto per un’attività di governo più serena e costruttiva. Nel frattempo cerco di liberarmene nel mio piccolo, cerco di bonificare la coscienza, di liberarmene. E’ un impegno serio e gravoso, questo, ma anche necessario, vitale.

Che cosa gli orsi ed i lupi possono insegnare all’animale troppo umano.

Sono tornati. Non ce n’erano praticamente più e adesso sono tornati. Un po’ li hanno portati da fuori confine, e un po’ sono arrivati da soli.

Gironzolano nei boschi dove cammino, lungo i sentieri sulle montagne, nei prati… e mi piace pensare che senza che io me ne accorgo, qualcuno di loro mi osserva, ogni tanto, da lontano, o anche da vicino, chissà…

A volte mi sembra di sentirli, senza vederli… ma ne sento la presenza, non so se mi spiego.

E al di là delle polemiche, delle lotte ideologiche e politiche, dei contrasti, dei pro e dei contro, io mi metto un po’ nei loro panni, nei panni degli orsi e dei lupi e di tutti gli altri animali che rendono ricco e meraviglioso questo mondo. In fin dei conti loro seguono la natura che gli è propria, com’è giusto che sia.

Noi dovremmo fare altrettanto? Non lo so; più conosco la natura umana e più mi vien da pensare che seguirla forse non è una buona idea. Magari dovremmo imparare a distinguere, a filtrare il meglio di noi, visto che teoricamente lo sappiamo fare.

E’ che noi umani abbiamo questo pessimo vizio di giudicare, sempre, comunque, anche quando il giudizio è assolutamente fuori luogo. Mi chiedo come si possa mettersi a giudicare un lupo o un orso che si limita ad essere lupo o ad essere orso. E’ folle!! Eppure accade; accade che colpevolizziamo un orso come se si trattasse di un essere umano.

Sto fatto di mettere il senso di colpa ovunque, poi, perdonate il francesismo, ma a me pare una gran stronzata!!

Significa che abbiamo perso completamente il contatto con le cose del Mondo e quindi anche con noi stessi che, fino a prova contraria, del Mondo facciamo parte, così come della Natura, se qualcuno se ne fosse scordato. Significa che la Natura che ci è propria non sappiamo più sentirla, leggerla, capirla. Tutto questo è molto triste.

cedrona sulla neve... bella!!

Senza volermi erigere a giudice (farei ridere), una valutazione su come gestiamo le risorse naturali però la posso fare, visto l’impatto che inevitabilmente le nostre azioni supportate da una tecnologia sempre più impattante hanno sull’ ambiente che ci ospita; le nostre azioni possono essere costruttive e rispettose, ma anche miopi, stupide e a volte addirittura devastanti.

In tal senso temo la stupidità umana molto più di quanto temo orsi e lupi che, confesso, sopratutto se paragonati a certi elementi della nostra specie, mi ispirano un amore incondizionato e mi stanno estremamente simpatici.

E comunque sia, una volta valutate tutte le critiche e le varie posizioni di cacciatori e ambientalisti e animalisti e indifferenti, arrivo sempre alla stessa conclusione: senza di loro, senza gli animali, tutti gli animali, i nostri boschi, le nostre montagne sarebbero più spenti, poveri, vuoti e privi di equilibrio.

Per gestirli al meglio forse il modo giusto sarebbe quello di avere l’umiltà necessaria nei confronti della Vita; è la stessa umiltà che loro, gli animali, ci insegnano sapendo preservare la natura che gli è propria. Noi dimentichiamo troppo spesso qual’è la vera natura umana, oppure riusciamo a ricordarci troppo spesso della natura peggiore che ci è propria. Sprechiamo il meglio di noi stessi perché non ci chiediamo che cosa potrebbe essere questo “meglio” che ci appartiene, che abbiamo dentro, da qualche parte.

lupi

Gli animali sono l’esempio, sono la forza invincibile di questo mondo meraviglioso fatto di aria, acqua, terra, luce, e cuori pulsanti; alcuni sono cuori minuscoli, altri più grandi, ma tutti sono potenza, energia vitale.

E allora, anche se a qualcuno verrà la puzza sotto al naso e vorrà tirarsene fuori, pure noi siamo animali; solo dovremmo dimostrare che ciò che ci contraddistingue dalle altre specie non è la stupidità coltivata nell’ignoranza e nell’egoismo, ecco.

Chissà se il cuore di un orso pesa molto di più di un cuore di un uomo… chissà!?

Forse il cuore di un lupo pesa un po’ meno di un cuore di un uomo… o forse no, non lo so.

Forse il pulsare di un cuore di un orso, di un cuore di un uomo e di un cuore di un lupo fanno parte della forza pulsante dell’Universo, semplicemente. E in tal senso, tutti hanno il medesimo diritto di pulsare, ognuno a modo loro.

Ci sono molte cose che non so, che non sappiamo della Natura. Dovremmo conoscerle, invece, per capirle e per sapere qual’è il modo giusto di viverle, gestirle.

Istintivamente mi viene da pensare a una parola: Rispetto.

GUFO

Per capire il significato di questa parola mi dedico, ad esempio, alla lettura di testi che parlano degli indiani d’America. Loro sapevano vivere la Natura, lo sapevano fare. E infatti li hanno tolti di mezzo; nemmeno gli indiani sono sopravvissuti alla stupidità umana

Qualcuno mi chiede se i grandi predatori non mi fanno paura. Hmm… no, semmai mi incutono Rispetto, appunto, e mi insegnano a muovermi con prudenza.

La paura la provo solo se e quando serve. Nella maggior parte dei casi la paura è superflua, mentre la prudenza è indispensabile, sempre quando si cammina in montagna e nei boschi o quando si ha a che fare con ciò che non si conosce bene. Questo l’ho sperimentato sulla mia pelle, come sarà capitato a molti fin da piccoli, presumo. La paura, quella vera, l’ho provata rare volte in contesti urbani, dove di lupi e orsi non se ne vedono, ma dove a volte si incontrano bestie umane dalle quali è decisamente meglio tenersi lontani.

Loro lo sanno, i lupi, gli orsi, i cedroni, i camosci… e tutti gli altri animali, sanno che è necessario essere prudenti, sopratutto perché  vivono accanto a noi e un po’ ci conoscono, ma anche perché la vita è preziosa e va difesa, sempre. Specialmente la vita dei cuccioli. Gli animali avrebbero molto da insegnarci in tal senso, se solo li osservassimo un po’ meglio, li ascoltassimo. I nostri cuccioli umani sono il nostro futuro e dovremmo averne maggior rispetto, proteggerli meglio, amarli meglio.

piccoli

E gli animali sono prudenti perché ne va della loro vita, della loro specie, e lo sanno, istintivamente lo sanno. Noi un po’ ce lo siamo dimenticati; dovremmo ricordarcelo e dovremo ritornare a pensarci un po’ più umili e meno egoisti quando ci muoviamo nei boschi, ma forse anche quando ci muoviamo nella vita in generale, credo.

Forse il ritorno dei lupi e degli orsi può aiutarci a ragionare un po’ anche su questo. Io me lo auguro.

Tutte le foto di questo post sono state reperite dal web.

Dell’insondabile e incerto ponderare fra le nebbie

Oggi ho avuto il sentore che dalle nebbie sulle creste delle montagne e fra i muschi dei sottoboschi nelle giornate di pioggia, nascono le favole e forse i miti più belli e intramontabili. E mi pare sempre, camminando fra le nebbie che scendono repentine dai versanti, che l’indefinito delle forme mi rassicura e mi calma, perché nell’incertezza del visibile che muta, si nasconde la possibilità per gli elementi di essere ogni volta altro per i nostri sensi.

E sto fatto mi conferma quanto sia vero che ciò che noi riteniamo essere reale, non è altro che una proiezione che la nostra coscienza ci rimanda di ciò che viviamo.

Quando non vi sono certezze, a molti nasce e cresce l’ansia, mentre a qualcun altro, come accade a me, vien da sorridere, perchè nell’incertezza, nelle sfumature di quei grigi azzurri saturi d’acqua sottile, si nasconde l’imponderabile, la magia dell’inconoscibile, delle possibilità di fantasie e percezioni infinite.

Credo che le favole più belle ed i miti intramontabili debbano molto alle nebbie, ai veli d’incertezza, alle coltri grondanti di insondabili verità. O forse è al non precludersi nessun tipo di spiegazione quando si è messi di fronte alla magnificenza dei fenomeni più inspiegabili di cui la Natura, spesso, ci fa dono, che dobbiamo la nascita dei racconti più avvincenti che hanno resistito nei secoli.

Certo, conoscere il sentiero e la direzione garantisce una certa tranquillità d’animo che altrimenti sarebbe ben difficile preservare, mi rendo conto. Nel caso specifico sapevo dove mi trovavo e dove stavo andando, quindi potevo abbandonarmi ad elucubrazioni distanti dalle contingenze più pratiche, come potrebbe essere quella di evitare di finire in un crepaccio, per dirne una.

Non lo so, però a me piace immaginarmi il mondo che da lassù si intravede fra un banco di nebbia e una nuvola pesante d’acqua, quando capitano giornate come questa. Le nebbie stimolano l’immaginazione. Penso sia un fattore tipicamente umano, quello di voler dare un contorno definito alla realtà quando questa sfugge ai sensi, intendo.

Solo che da un po’ di tempo trovo questi tentativi di istintiva razionalizzazione un po’ fuorvianti, perché non son mica tanto sicura che ciò che la mia mente completa in autonomia con un processo di definizione automatica produca effettivamente la realtà. Forse ne produce una delle tante possibili…

Va da sé che se il gioco delle correnti all’improvviso solleva il sipario, assisto il più delle volte alla famosa situazione che vede la realtà superare in magnificenza, e di gran lunga, la fantasia.

Credo che se mai un giorno arriveremo a dare delle risposte alle solite domande fondamentali che ci poniamo dall’alba dei tempi, dovremo prepararci a qualche cosa di simile,  a qualcosa che ci lascerà senza fiato… letteralmente. 😆