La pastora – terza parte

Una volta avviata la mandria, si saliva. Le vacche dalle mi parti, una volta uscite dalla stalla, dovevano quasi sempre camminare in salita; questa era la regola insindacabile data dalla conformazione del territorio. A me questa regola non è che piacesse molto e nemmeno alle nostre vacche, notavo. Tuttavia i pascoli si trovavano “sempre un po’ più su” di dove era ubicata la stalla. Il camminare in salita alla mattina e in discesa alla sera era pane quotidiano, per me e anche per le vacche. Per arrivare ai prati, appena usciti dal paese, si dovevano attraversare il più delle volte i boschi; quella era la parte più facile del lavoro, perché le vacche in un bosco di conifere non erano come le capre, che si spostano ovunque se non spinte con insistenza. Le vacche non ci pensavano nemmeno a cambiare direzione e ad uscire dalla mulattiera, se non altro perché camminando su un terreno reso acido e privo di vegetazione dagli aghi degli abeti, gli stimoli per distrarsi dai pascoli d’erba che loro sapevano trovarsi più a monte, per una vacca affamata erano pressoché inesistenti. Il rientro poteva risultare più impegnativo, perché le vacche sazie sono più svogliate e meno propense a rientrare per farsi mettere la catena al collo, ma verso sera sentivano lo stimolo a farsi mungere e questo aiutava. Il compito di spingere la mandria, sia all’andata, sia al ritorno era mio e c’era in tale attività qualche cosa che mi piaceva poco; piuttosto che spingere la mandria, avrei preferito precederla. Tuttavia precedere la mandria era compito del più anziano in grado e nel caso specifico se ne occupava mia sorella, perché per mere questioni di età, il capo incontestabile era lei. Successivamente ebbi modo di capire che questa regola è universalmente riconosciuta in una società tradizionalista, seppure spesso è controproducente per il bene comune. Ma non divaghiamo. C’è da dire che spingere la mandria è un lavoro che ha un che di noioso; un po’ perché ti piacerebbe sempre sapere dov’è arrivata Balin lì davanti, e un po’ perché devi seguire un ritmo imposto, a volte troppo veloce e a volte decisamente troppo lento. Questo fatto che per forza di cose ero costretta ad assecondare una camminata non mia, mi portava ad annoiarmi parecchio e spesso attraversando i boschi, a differenza delle vacche, io mi distraevo. Ora, in un bosco i motivi di distrazione possono essere milioni, forse anche miliardi, perché a parte l’anatomia precisa della parte posteriore di una vacca che segue un’altra vacca, che a sua volta segue un’altra vacca, nonché le valutazioni più o meno attente dei prodotti delle attività fisiologiche che una mandria spinta in salita inevitabilmente produce, all’epoca mi pareva che non ci fosse molto altro che potesse rientrare nelle valutazioni attente del quadro poco complesso di questa parte del lavoro. Tranne la necessità di camminare per non rimanere indietro. Ecco, quest’ultima parte spesso mi sfuggiva e capitava sovente che quando la mandria giungeva al pascolo, io mi trovassi un po’ indietro, a volte parecchio indietro, spesso e forse inconsapevolmente spersa fra gli abeti e intenta in attività che a me sembravano di estremo interesse e di rilevante importanza, ma che a mia madre e soprattutto a mia sorella, non piacevano affatto perché, mi ricordo benissimo, si ostinavano a definirle più o meno come “bighellonaggio ozioso”. Crebbi con un lieve senso di colpa dovuto a queste incresciose incomprensioni, ma sopravvissi. In seguito, quando mia sorella cominciò a lavorare fuori casa, dovetti occuparmi da sola delle vacche ed il problema su chi doveva precedere la mandria non si poneva più; potevo gestirmi la cosa più o meno liberamente e di conseguenza anche i sensi di colpa svanirono. A volte, al rientro, precedevo la mandria facendo la parte di “quella che potrebbe darmi il sale”, altre volte, quando le vacche non volevano proprio saperne di lasciare il pascolo, le spingevo usando un bastone come mero strumento di minaccia. Loro un po’ ci credevano al mio bastone e un po’ no, perché mi conoscevano bene e quando non ci credevano per nulla arrivavo ad appoggiarlo sulle natiche di qualcuna, ma senza farle male; allora rinsavivano all’improvviso e la convinzione prendeva il posto dell’ ostentata incredulità mentre la marcia incerta si faceva decisamente più spedita. Detestavo chi usava il bastone con veemenza e odiavo chi lo usava con violenza su un animale attaccato alla catena. Da bambina ho assistito a scene di questo tipo e l’orrore e la rabbia ed il senso di importanza che mi procurarono queste esperienze covano ancora dentro di me, da qualche parte. Ero inerme e troppo piccola e non potevo farci niente, ma mi ripromisi che appena sarei diventata grande avrei punito chiunque si fosse comportato in quel modo con una vacca o con un animale qualsiasi! In seguito ebbi modo di mantenere la promessa, a mio modo. Per me il bastone doveva essere bello, intagliato, leggero e resistente, utile ad agevolare il cammino e quindi parecchio lungo e soprattutto era uno strumento di contorno nel lavoro, seppure conferiva una certa autorevolezza agli occhi della mandria. In seguito, nel tempo, noi come quasi tutte le altre famiglie vendemmo un po’ alla volta molte delle nostre vacche. Mio padre aveva trovato un buon lavoro in città e faceva il contadino nel tempo libero; nel periodo in cui seguivo la mandria da sola avevamo dalle dieci alle otto vacche, non di più, poi sempre meno e più avanti anche il periodo in cui si facevano pascolare nei prati si ridusse, preferendo tenerle ferme in stalla per occuparsi in prevalenza della coltivazione di campi con piccoli frutti, del taglio del fieno e dell’accumulo della scorta di foraggio per l’inverno. Il prezzo del latte che si spuntava vendendolo al consorzio non valeva la candela e tutti i contadini della mia zona, uno dopo l’altro, furono costretti a vendere il bestiame e a ripiegare su un lavoro in fabbrica fuori paese, o come manovali o altro, lasciando così la loro montagna a sè stessa, divenendo dei pendolari e in molti casi e dopo qualche anno, preferendo lasciare la Valle definitivamente per stabilirsi in città. Io ho assistito e fatto parte di questo esodo e ne ho sofferto, un po’ come tutti quelli che come me sono nati e cresciuti sulle montagne e hanno dovuto lasciarle. Ci fu chi tentò di resistere più a lungo, allevando in tempi più recenti le sue vacche Rendene contro ogni logica di guadagno e di profitto, ma a lungo andare anche gli irriducibili furono costretti ad arrendersi all’evidenza; una piccola azienda posta in zone difficili non poteva competere con le produzioni industriali dei grandi stalloni di fondovalle, specialmente se la realizzazione e la gestione di questi ultimi veniva finanziata dall’ente pubblico, mentre ai piccoli agricoltori zootecnici di montagna che non guadagnavano a sufficienza per mantenere le loro famiglie, non veniva dato un aiuto sufficiente e concreto. La fatica puntellata dalla tenacia e sopportata dai montanari pur di rimanere aggrappati ai posti dove erano nati, venne sostituita gradualmente dalla prospettiva di un’esistenza più comoda e remunerativa da condursi altrove. Fu una scelta sofferta, ma obbligata. Una vita di stenti priva di ritorno economico non aveva più motivo di essere, visto che la città offriva l’alternativa. Dilagò il senso di rinuncia da parte delle vecchie generazioni e l’impellente esigenza di una vita più sicura e comoda da parte dei figli. Credo che nello scambio si sia perso molto in termini di esperienza umana, di conoscenze, di rapporto con il territorio, ma forse la mia è l’ultima generazione che sa rendersene ancora conto, perché è stata quella che ha visto e vissuto il passaggio da uno stile di vita all’altro. Le conseguenze più nefaste sono l’abbandono delle zone un tempo abitate, la mancata manutenzione delle stesse, specie nelle aree più esposte e ripide ed i conseguenti problemi in termini di stabilità idrogeologica che si stanno verificando con sempre maggior frequenza. Tutto questo si ripercuote sulla sicurezza delle aree di fondovalle, esposte a rischi di cedimenti dei versanti, frane e piene dei torrenti e dei grandi fiumi. All’epoca nessuno chiuse la propria azienda e la propria piccola stalla a cuor leggero, nessuno, nemmeno la mia famiglia, ma è così che andò e forse non c’è molto altro da aggiungere, se non che la mia carriera di pastora fu inesorabilmente frenata dagli eventi, trasformandosi in ricordo nostalgico e ormai in una sempre più vecchia storia da raccontare.

La pastora – Prima parte

Si dice “pastora”? Si può dire? Non lo so, comunque se anche non si può, io lo dico lo stesso, perché io sono stata una pastora, non un pastore. Avevo otto anni, più o meno. Da aprile a settembre inoltrato ci si alzava presto, troppo presto per i miei gusti. Tuttavia, una volta superato il dramma della levataccia e messo il naso fuori casa, la cosa non mi dispiaceva poi tanto. L’aria del mattino era fresca, quasi fredda e dopo il primo impatto non proprio piacevole dove si potevano osservare benissimo i peli sulle braccia nude che si drizzavano all’improvviso, la sensazione diventava quasi gradevole specie una volta che si cominciava a camminare. Nei prati al mattino c’erano i merli e le cince e altri uccelli e quando io correvo nell’erba bagnata, loro si alzavano in volo, scostandosi appena un po’ e mi davano il buongiorno. Anche le cavallette saltavano a destra e a sinistra al mio passaggio; quelle grandi e verde brillante con le ali lunghe e le zampe posteriori potenti, e quelle più piccole e colorate con le zampette e le ali meno possenti. Era divertente, davvero divertente. Se pioveva fin dal mattino, allora non si andava, si rimaneva a casa, quasi sempre. Nei mesi caldi, la mattina si andava a prendere il pane nel piccolo negozio del paese e ci si comprava un po’ di viveri per la giornata da mettere nello zaino, prima di partire con la mandria delle vacche. Il pane veniva portato con un furgone bianco dal proprietario di un panificio che si trovava nel fondovalle, nel paese di Canezza, a nemmeno venti chilometri di distanza; era un pane buonissimo ed aveva un profumo che una poi non se lo scorda più e va a finire che tutto il pane che mangerà in seguito lo paragonerà con quello, che però sarà inarrivabile per profumo, gusto, croccantezza e sapore. Le persone che si incontravano nel negozietto del paese erano sempre le stesse e avevo la sensazione che sarebbero rimaste le stesse per tutta la vita; sempre con quelle facce e sempre con il loro particolare modo di salutare, di muoversi, di esserci. Non sapevo ancora che il tempo avrebbe cambiato le cose e che soprattutto avrebbe cambiato quelle persone; non potevo ancora rendermene conto. Adesso, quando rivedo queste stesse persone, quelle poche volte che ritorno in paese, mi pervade un senso di affetto sincero nei loro confronti, un senso di rimpianto per il tempo perduto, per il tempo in cui non le ho viste cambiare, invecchiare, diventare quello che sono adesso. Tornata a casa dopo la spesa facevo colazione con tazzone di latte e caffè, uova sbattute con lo zucchero e chilate di pane fresco; un inno al carboidrato, all’esubero di calorie e alla proteina animale! Poi mia sorella preparava lo zaino con il tè, il pane, le solite scatolette di tonno con i fagioli ed i soliti due yogurt alla banana e subito dopo si andava insieme in stalla per liberare le vacche.