Per chi odia la lentezza

Non amo chi corre! Non ho mai sopportato chi fa le cose di fretta e personalmente vado con la dovuta calma in tutto ciò che faccio, perché trovo che il mondo è pieno zeppo di cose da guardare, da capire e di cui rendersi conto. Mi hanno sempre detto che la mia lentezza assomiglia a una forma latente di pigrizia; non è vero! La mia lentezza è paragonabile a uno studio costante, assiduo e attento di tutto ciò che mi accade attorno. Io non sono lenta, io osservo. Ma questo è poco produttivo e non è accettato dal sistema e da chi reputa la produttività direttamente proporzionale alla quantità di lavoro prodotto, omettendo di valutarne la qualità. In famiglia i benpensanti mi hanno biasimata per anni perché non provo il minimo senso di colpa a causa della mia lentezza. E se è per questo mi hanno biasimata per anni anche perché non ho mai provato il minimo senso di colpa per niente in particolare. Ci hanno provato, per anni e in gruppo, ma a me proprio sto fatto del senso di colpa non mi andava di assimilarlo, perché capivo che era uno strumento di manipolazione. A me non è mai piaciuto farmi insegnare come devo sentirmi e come devo pensare. Quindi niente senso di colpa perché mi prendo il giusto tempo per vivere, spiacente. Eppure lo sanno tutti che correre in continuazione ha qualche cosa di malato! lo sanno, perché poi si fanno di ansiolitici, di tranquillanti e di altra porcheria rincoglionente. Si fanno di pillole perché non ce la fanno a correre in continuazione! E non ce la fanno perché correre in continuazione non è a misura d’uomo! E’ come chiedere a un leone di mangiare l’insalata, o come chiedere a una macchina che va a benzina di bruciare gasolio! Ci puoi mettere tutti gli additivi che vuoi, ma prima o poi si ferma. Io di gente scoppiata ne ho vista tanta, non so voi… e prima di scoppiare non è che facevano una gran bella vita; Tutt’altro! Se volessi essere cinica fino in fondo, potrei dire che chi deve sentirsi in colpa perché non rispetta se stesso e la vita che gli appartiene, preservandola in buona salute con dei ritmi umani, non sono io, ma chi corre fino a scoppiare!!!

Accadeva in quei giorni di primavera inoltrata…

Eh no, non vi racconto delle storie d’amore giovanili e delle spensieratezze con sentor di romanticismo, tutt’altro! Mi ricordo di quando per me la primavera era fonte di costante ansia e preoccupazione; io ero placidissima e molto grata ai mesi invernali e già da fine settembre e inizio ottobre cominciavo a ringraziare il ciclo stagionale, perché mi portava verso la quiete e la calma, ma la Primavera no, non mi piaceva per niente!! Intendiamoci, non sto parlando delle bellezze della natura, questo è ovvio! Su questo fronte la Primavera è una meraviglia e come tutte le altre stagioni ha le sue particolari meraviglie! No, no; io parlo del lavoro in campagna, dell’agitazione che piano piano si sentiva crescere in casa, quando mia madre si alzava prestissimo per andare a mungere le vacche e già era di cattivo umore perché pensava che doveva andare a ripulire i prati dalle ramaglie prima che l’erba crescesse troppo, per dirne una.

Il suo pessimo umore non era un segreto per nessuno; lei ce lo spiegava nei dettagli qual era il motivo e io l’ho memorizzato bene, da un’anno all’altro, per molti anni, finché ho vissuto nella casa dei miei. Il motivo era questo: perché lei poi doveva anche occuparsi di quattro figli e di dieci vacche e le manze e di andare a prendere il pane, portare il latte al casello per venderlo, dar da mangiare ai cani e alle galline, occuparsi un po’ della casa, del pranzo e insomma…. tutti quei prati da pulire e una serie di altre cose che non sto qui a raccontarvi, la rendevano davvero sempre perennemente di pessimo umore! E mia madre quando era di pessimo umore, non era rassicurante, ma proprio per nulla, ve lo assicuro!

Questo fatto era fonte di un’ansia riflessa ed è rimasta tale, come se fosse una specie di imprinting che affiora ogni anno. Non sono mai riuscita a liberarmene davvero e in Primavera divento guardinga e mi scatta la tensione tipica delle bestie in allerta. Niente di romantico nella mia visione delle bucoliche giornate primaverili, dunque; per me in primavera comincia la caccia, e io faccio la parte della lepre.

E intendiamoci, io la temevo, ma la capivo anche benissimo mia madre; la capivo e mi agitavo anch’io, perché i lavori li conoscevo, capivo la sua stanchezza, il nervosismo, il tempo che non bastava mai! Perché noi mica avevamo chi ci aiutava! Noi si faceva tutto da soli; anche noi bambini dovevamo fare la nostra parte di lavoro e no, non era divertente. Io cominciavo a sentirmi ansiosa già nel mese di febbraio, quando la luce cominciava a cambiare, le giornate si allungavano per davvero ed i pascoli cominciavano ad affiorare da sotto la neve; osservavo mia madre di nascosto e mi chiedevo quando sarebbe ricominciata la giostra infernale, le urla e le imprecazioni che volavano un po’ ovunque quando la stanchezza non permetteva più di ragionare…. me lo chiedevo con un senso di preoccupazione crescente e inevitabilmente, anch’io diventavo cupa, forse più di lei.

Non so se anche voi avete davanti agli occhi il volto di vostra madre quando ci si trovava in mezzo alla gente e vi guardava con uno sguardo truce di avvertimento, come a dire:” Occhio a come ti comporti, perché se fai un passo falso poi facciamo i conti a casa!!” Ecco, io quando penso a mia madre, rivedo sempre quello sguardo; una specie di accusa preventiva, giusto per farti capire che aria tira, anche se ancora non hai fatto nulla di male. La sensazione, anche adesso, è di reverenziale timore che a tratti sfocia in concreta e reale paura.

E in primavera, quello era lo sguardo di mia madre, e se lo teneva sulla faccia per tutta l’estate, fino ad autunno inoltrato, quando si spargeva il letame nei prati, con la forca, a mano, lungo i pendii irti e facendo fatica a stare in piedi. Io me la ricordo che portava il letame sulle spalle in salita, in una gerla rossa di plastica; me la ricordo e mi ricordo il suo fiato corto, gli occhi fissi a terra, il sudore che le imperlava la fronte ed il solito sguardo di accusa sulla faccia quando capitava che gli occhi si incrociassero. Io capivo che per essere un po’ più utile avrei dovuto essere un po’ più come lei, ma proprio non ce la facevo, e sapevo di non essere come lei, sapevo che non sarei mai stata all’altezza della situazione.

Io ero quella strana, l’ultima rompicoglioni nata femmina e molto probabilmente per sbaglio, dopo altre due figlie femmine e un solo maschio, capirai!! Una zavorra ai fini della produttività lavorativa, praticamente… perché non ero nemmeno tanto efficiente nei lavori, visto che ero la più piccola e anche la più lenta, la più “pigra”, come mi definivano un po’ tutti in famiglia. Ed è vero: io sono sempre stata troppo lenta, in tutto quello che facevo; camminavo troppo lentamente, mi fermavo a pensare troppo a lungo quando non ce n’era assolutamente alcun bisogno, dormivo troppo e troppo a lungo, non mi arrabbiavo abbastanza, non mi scomponevo abbastanza, non ero all’altezza di un gioco di gruppo perché preferivo giocare da sola, e per i miei fratelli ero quella “da mettere da parte”, fino all’ultimo; anche adesso, non è cambiato nulla. Ad un certo punto è una questione di “meriti”. Qualcuno potrebbe dire che è ingiusto tutto questo; in realtà io non l’ho mai pensato. Ho sempre pensato che se gli altri mi trattavano in questo modo, certamente avevano le loro buone ragioni, solo che io non ho mai capito quali sono, quindi il limite è comunque mio, non loro. Anche perché l’atteggiamento non era sporadico, era diffuso e questo mi dava la conferma che in me c’è necessariamente qualcosa di “strano”. E allora va bene così; tutti abbiamo dei limiti e ci conviviamo meglio se ce ne facciamo una ragione. Io me ne sono fatta una ragione quando ero molto piccola, tutto qui. Non è mai stata una bella sensazione, il senso di inadeguatezza voglio dire, ma ad un certo punto ha cominciato a far parte della mia vita come qualcosa di scontato. Ma poi le cose sono cambiate.

Ad un certo punto, proprio in una giornata di primavera, mi è venuta la curiosità di capire il perché mi è successo e mi succede tutto questo; mi sono chiesta perché preferisco vivere nel mio personalissimo mondo, mentre il mondo che interessa a tutti, per me spesso non riveste alcun punto di attrazione. Mi sono chiesta perché ho delle reazioni che agli altri appaiono incomprensibili e perché in molti casi, non sopporto situazioni e stimoli ambientali che per i più non solo sono neutri o indifferenti, ma a volte addirittura piacevoli.

Per rendere qui le cose più chiare, riporto le domande più generali che mi sono fatta in unagiornata di primavera:

1. Mi sono chiesta perché non sopporto i rumori forti e improvvisi, non sopporto il rumore degli pneumatici sulla ghiaia o di una sirena , anche se in lontananza, il rumore di un elicottero; mi sono chiesta perché ho sempre odiato la musica tecno, anche quando io adolescente negli anni 80 andavo in discoteca e uscivo dopo venti minuti per vomitare, ma non perché bevevo, ma perché il rumore assordante mi faceva venire la nausea.

2. Mi sono chiesta perché non sopporto le luci al neon o qualsiasi luce troppo forte.

3. MI sono chiesta perché non sopporto le persone che parlano a voce troppo alta e tutti insieme e troppo velocemente; o perché non sopporto quando mi interrompono nel bel mezzo di una riflessione o perché non so gestire bene una conversazione con più di una persona per volta. Intendiamoci, io so recitare benissimo la parte e nessuno si accorgerebbe mai che sto usando frasi fatte o luoghi comuni per riempire i vuoti.

4. Mi sono chiesta perché non sopporto i luoghi affollati e ovviamente detesto i centri commerciali e tutto ciò che ci assomiglia! Un centro commerciale è un concentrato di rumori forti, di luoghi chiusi e affollati, di luci assurde! capirai! Di conseguenza mi sono chiesta perché odio fare shopping e perché i camerini mi mettono un’ansia fobica essendo senza finestre con grandi specchi al neon e perché odio tutti i luoghi chiusi senza finestre in generale.

5. Mi sono chiesta perché detesto che la gente parli mentre sto pensando e perché di conseguenza amo stare beatamente settimane da sola e senza parlare, immersa nei miei pensieri, nei miei boschi e nei mie libri; mi sono chiesta perché preferisco leggere e scrivere anziché parlare e ascoltare chi parla. Mi sono chiesta perché sono incapace di capire esternazioni di sarcasmo (questo sconosciuto) e perché spesso mi dicono che sono una “povera ingenua”. Mi sono chiesta perché in una conversazione spesso mi sfugge il senso, perché fatico a leggere un’espressione di un volto, ma spesso mi salvo perché recepisco perfettamente la minima modulazione di voce e, non so come, so interpretarla e costruirci una logica. A volte non ci azzecco e allora mi guardano con quell’espressione che oramai fa parte dell’archivio sotto il nome di “sconcerto”. Beh, a fronte di tutto ciò, alla fine mi sono chiesta perché l’unico rumore che mi fa stare veramente bene è quello delle montagne deserte e dei boschi isolati.

6. Mi sono chiesta perché capisco perfettamente qualsiasi animale, compresi i rettili, da come si muovono, da come mi guardano o da come stanno fermi; mi sono chiesta perché a volte li sento addirittura “parlare nella mia testa” e perché li trovo molto più sensati e intelligenti di tante persone che conosco.

7. Mi sono chiesta perché trovo utile scrivere mentre penso, o viceversa, in modo da mettere ordine nelle mie idee e perché questa cosa non mi viene altrettanto bene parlando con qualcuno; mi sono chiesta perché quando esco da una qualsiasi conversazione con qualcuno, sono molto più confusa e poi ci metto ore a “sistemare tutto nei cassetti giusti”.

8. Mi sono chiesta perché preferisco di gran lunga fare le cose da sola e perché non mi sento mai minimamente in colpa per questo (spesso mi hanno spiegato che dovrei sentirmi in colpa per svariati motivi, ma io non li capisco e non li ho mai capiti questi motivi, quindi non sono mai riuscita a sentirmi veramente in colpa, anche se recitavo bene la parte per fare stare meglio chi mi diceva che dovevo sentirmi in colpa). Mi sono chiesta perché mille volte mi sono sentita dire che “non dovevo dire tutto quello che pensavo”. E invece io ho sempre pensato che se penso qualcosa, non vedo perché non posso anche dirla, visto che è quello che penso.

9. Mi sono chiesta perché sono così lenta nei movimenti e molto, molto goffa rispetto alla media delle persone; un po’ come se i miei pensieri vanno avanti con tutte le ottime intenzioni, ma il mio corpo non riesce a starci dietro. Io nella mia testa sono agilissima e molto molto elegante, ma nella realtà delle cose ho solo molta forza fisica, ma nessuna eleganza, nessuna dote atletica e quel che è peggio, non ho neanche interesse ad averne. Lo dico perché anche per questa cosa qualcuno mi ha detto che dovrei sentirmi in colpa, perché non faccio nulla per cambiare (o per migliorarmi, come dicono loro).

10. Mi sono chiesta perché sono molto, molto, molto testarda! Nel senso che non riesco a smettere di fare una cosa finché non è finita; ma non deve essere finita e basta! no, deve essere finita come dico io, esattamente come dico io! Io so stare ore su un lavoro, a volte giorni, senza smettere; ci sto finché non è finito come dico io. E non è che posso scegliere: è così e basta. E anche qui, mi spiace, ma devo dire che non mi sento in colpa per questo.

Potrei continuare, ma rischio di andare oltre, come faccio spesso e qui sì, so che devo limitarmi.

Il punto è che in primavera, quando riaffiora l’ansia e si comincia a invecchiare, ci si fanno delle domande che nelle primavere precedenti si tende a mettere da parte, perché si pensa che magari “il tempo prima o poi darà le sue risposte”. Il problema è che se tu non le cerchi le risposte, il tempo se ne frega e va per la sua strada ostinandosi a non cagarti di striscio. Non è molto importante, in realtà. Non lo è più, perché io sto benissimo, e adesso che so cosa mi piace e cosa non mi piace, a parte le piccole ansie primaverili, per tutto il resto ho trovato delle soluzioni semplicissime. Io faccio solo quello che mi va di fare e nel modo in cui mi va di farlo. E me ne frego se questo mio modo è “diverso” da come mi è sempre stato detto che dovrebbe essere. Fregomene!!! Ma la curiosità è rimasta e allora le risposte alle domande di cui sopra, sono andata a cercarmele da sola.

Non lo so se le risposte le ho trovate per davvero, ma un giorno di qualche anno fa, leggendo uno dei soliti articoli che non interessano a nessuno e che a me invece interessano sempre moltissimo, ho scoperto che esiste una cosa chiamata “Sindrome di Aspergher”. Ho cominciato a leggere attentamente di cosa si tratta. Avendo in famiglia dei casi di autismo grave, mi sono sempre documentata su argomenti analoghi, ma non mi ha mai sfiorato l’idea che uno di questi aspetti potesse riguardarmi in prima persona. In realtà la Sindrome di Asperghr non rientra nemmeno più nello spettro autistico, ma all’epoca la scienzah ce lo faceva rientrare di prepotenza!

Beh, dopo aver letto questo articolo, che mi ricordo rimandava ad un libro che parlava dell’argomento, la mia curiosità pian piano ha cominciato a diventare sconcerto, perché leggendo la lunga lista delle caratteristiche più comuni nelle “persone Aspergher”, confesso che dovevo dire:” ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho…”. E così mi sono detta:” Oh, guarda, gli incasellatori di caratteristiche umane hanno dato un nome alla mia condizione di “persona strana”. Tuttavia il dubbio permaneva (il dubbio è una delle tante caratteristiche che contraddistinguono la mia personale condizione e anche per questo fatto ho avuto spesso molti problemi) e così mi sono informata e mi sono detta che forse c’era un modo per capire se tale incasellamento aveva davvero un fondamento scientifico. Alla gente piace un sacco mettere etichette ovunque; se poi si tratta di “tare psicologiche” non vedono l’ora, perché così possono creare dei farmaci per “normalizzare le anomalie” e farci un mucchio di soldi. Mica solo con i farmaci, ma pure con le sedute da analisti specializzati, pediatri, psicoterapeuti e addetti ai lavori. Se sei incasellato è normale; ti consigliano subito di sottoporti a una terapia. Come lo so? Perché ho fatto la prova e mi è stata diagnosticata questa cosa da “esperti del settore”! Ma questo post è diventato anche troppo lungo e se il seguito di questa storia interessa a qualcuno, beh, ve lo racconto volentieri, ma un’altra volta.

Adesso vado a godermi un po’ questa bella giornata di sole; è primavera e sono un po’ in ansia, ma la mia regola personale dice che non posso esimermi dalla mia razione quotidiana di vitamina D; “quelli incasellati come me” sapranno capire.