Gratitudine

Le perle di questi giorni sono le erbe nuove che qui solo ora cominciano a fiorire. Ne bevo i colori con la luce del mattino, che trovo sia la migliore, quella che ha la rugiada ancora aggrappata agli steli, immersa nelle corolle, fresca, perché il sole non l’ha ancora chiamata a farsi nuvole.
Niente che si replichi mai; la meraviglia nasce dal rinnovarsi di cicli perenni eppure sempre diversi, si celebra nel mutevole, nella incontenibile spinta a farsi altro, a nascere ancora e poi ancora e ad essere gloriosa magnificenza a partire dall’invisibile, dal microscopico mutare fino ad arrivare all’esplosione silenziosa e infinita del diverso.
In questi tempi imbevuti di paura, dove imperversa da ogni dove il trattamento implacabile e subdolo del terrore, trovo che le certezze che vengono dal susseguirsi inesorabile delle fasi naturali siano colme di una rassicurante quiete e di un potente antidoto alle ansie diffuse.
Se l’uomo imparasse davvero ad osservare la natura, non saprebbe che cos’è la noia e di certo si farebbe spaventare molto meno dalle cose della vita, perché conoscere annulla le paure.
Penso anche e spesso, ascoltando parlare le persone, e a volte ascoltando me stessa, che se l’esistenza lascia ferite e cicatrici dolorose nell’animo umano, qualche cosa ci spinge a cercare ciò che più sa farci riemergere; è una condizione che sperimentiamo tutti, questa.
Ho scoperto fortunatamente presto, che la natura sa e può lenire, consolare e infine, guarire. Può bastare un frullo d’ali, a volte, l’incontro improvviso con gli occhi sbarrati e curiosi di un cucciolo, il rumore dei passi cauti di un capriolo che si avvicina sull’erba fresca, il canto degli uccelli che piano si risvegliano all’alba;tutto questo può bastare anche nei momenti peggiori, per distrarre il cuore e la mente da pensieri cupi e pesanti e portarci alla bellezza.
Tutto questo e molto di ciò che, visti i limiti che mi sono propri, non so dire come vorrei, può bastare a rendere ogni attimo di ogni giornata degno di essere vissuto.
Da qui il senso di gratitudine che mi accompagna nei miei passi e nelle mie soste in solitaria quassù.

La salamandra pezzata

A me piace! Mi è sempre piaciuto questo essere bello e colorato. Proprio mi ispira simpatia! Il perché non lo so spiegare di preciso, fatto sta che ho deciso di darle la priorità e parlarne per prima qui in questo spazio dedicato a tutti gli animali che, per un motivo o per l’altro, mi incuriosiscono e mi affascinano.

Il suo nome scientifico è Salamandra salamandra

Appartiene all’ordine degli Urodeli o Caudati

Fa parte della famiglia delle Salamandridi

La si vede presente in Europa, Asia Minore, Africa settentrionale

E’ lunga dai 18 ai 32 centimetri Il suo nome comune è Salamandra pezzata o Salamandra gialla e nera. In Italia si trova sui rilievi collinari prealpini e alpini, nei boschi di latifoglie o misti a conifere e latifoglie, solitamente fino ai 1000 metri di quota, ma è stata avvistata anche a 1800 metri. Vive sopratutto nelle boscaglie e nelle vallette umide e ombrose; durante il giorno si può osservare solo dopo la pioggia, perché altrimenti preferisce rimanere nell’umidità del terreno, fra l’humus e le radici.

E’ bella perchè ha una pelle di una sgargiante colorazione a macchie gialle distribuite in maniera irregolare su un lucido sfondo nero. La pelle è ruvida, ma non squamosa, gli occhi sono sporgenti e la coda ha sezione circolare.

E’ molto vorace e si nutre di vermi, insetti, larve, crostacei, molluschi e girini. La femmina fecondata conserva gli speramtozoi del maschio durante parte del letargo invernale, portandosi poi agli inizi di primavera nei pressi di piccoli corsi d’acqua dove depone alcune decine di larve sviluppatesi nel frattempo nel suo corpo. Questo processo si chiama ovoviviparità. Le larve presentano le zampine ben sviluppate e le branchie assai evidenti. La metamorfosi ha luogo a metà estate, quando le larve hanno raggiunto una lunghezza di 5 cm. Da questo momento la piccola salamandra adotta un’esistenza terrestre, ma dovranno passare ben 4 anni prima che raggiunga la taglia di un adulto e la maturità sessuale.

Sulle Alpi e nella zona trentina dove vivo ci sono anche la Salamandra nera ed il Tritone alpino, ma ne parlerò in due post a loro dedicati.

CREDENZE POPOLARI SULLA SALAMANDRA PEZZATA

In merito alle salamandre esistono innumerevoli leggende difuse in tutta Europa. Secondo alcune il “soffio” della salamandra ucciderebbe le vacche; ora, io posso testimoniare senza ombra di dubbi che questa non solo è una leggenda, ma è anche una palese falsità, perché ne ho le prove. Quando andavo al pascolo con le vacche e le portavo nei pressi delle zone umide per abbeverarle, specialmente nelle giornate uggiose non era raro incontrare una salamandra fra le foglie della boscaglia. Ebbene, in tanti anni di attività da pastora, non ho mai visto morire una vacca a causa del soffio di una salamandra e, a dir la verità, non ho mai visto una salamandra che soffiava in direzione di una vacca. Questo lo dico ad onor di cronaca e per amor di chiarezza, ce ne fosse bisogno.

Un’altra leggenda è quella che sostiene la velenosità della salamandra; si diceva che il solo toccarla provocasse la formazione di vesciche e piaghe e nei casi peggiori, addirittura la morte. Ebbene, anche in questo caso mi tocca confutare queste dicerie, riportando la mia personalissima esperienza; è vero che le ghiandole cutanee della salmandra secernono una sostanza irritante per le mucose della bocca di eventuali predatori, ma all’uomo questa sostanza può dare fastidio solo se, adottando un comportamento sistematicamente masochistico, dopo aver accarezzato una salmandra si porta le mani agli occhi senza essersele prima lavate. In tal caso potrebbe verificarsi una certa irritazione, ma tale eventuale comportamento masochistico da parte dell’uomo non porta certo alla morte.

Si dice che la salamandra era anche un ingrediente indispensabile per alcune pozioni terapeutiche o magiche. Il decotto fatto con le sue carni pare che lenisse gli effetti dell’asma, mentre le streghe pare la usassero con altri ingredienti animali per creare pozioni da consumare nel corso dei loro banchetti infernali.

Con le salmandre avevano medesimo destino i tritoni che, come nel Machbet di Shakespeare, venivano usati dalle streghe come ingredienti per preparare un filtro che donava la preveggenza.

Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia riferisce la credenza popolare che la salamandra avesse il potere di spegnere il fuoco, perché era della sua stessa natura e quindi capace di dominarlo. Plinio era consapevole della falsità di queste dicerie supersitiziose, ma non riuscì a debellarle. Tant’è che in epoca romana, ma anche pre-romana, la salmandra pezzata era venduta sui banchetti come talismano per debellare gli incendi domestici.

Anche gli Arabi e nell’Europa medievale si incontrava la credenza della salamandra come spirito elementaredel fuoco, animale di origine divina proveniente dal cielo. La sua virtù si esprimeva da un lato come energia utile e benefica e dall’altro come forzadistruttrice, negativa, portatrice di malanni.

La salamandra è entrata sepesso a contatto  con il mondo umano anche come simbolo di potere; Francesco I di Francia la volle disegnata nel proprio stemma nobiliare come personificazione di una forza naturale non domabile dall’uomo (il fuoco).

Nel linguaggio moderno le proprietà “ignifughe” di questo piccolo animale sono richiamate dalla denominazione dei tecnici muniti di tute d’amianto che trivellano il suolo in cerca di gas naturali; questi venogno infatti chiamati “salamandre”.

Per scrivere questo post mi sono buttata anima e corpo su: Atlante illustrato del regno animale – De Agostini – Rettili e anfibi – pagg. 178, 180,182,184,186 e 187.

La foto è stata presa dal web sul sito http://www.crax.ch