Il bastimento a tre piani

Da: “Fiabe italiane”di Italo Calvino

C’erano marito e moglie poveri che stavano in campagna. Nacque loro un bambino ma non avevano nessuno nel vicinato che gli facesse da padrino. Andarono in città, ma non conoscevano nessuno e senza padrino non lo potevano far battezzare. Videro un uomo avvolto in un mantello nero sulla porta della chiesa e gli dissero: – Buon uomo, ci fate da padrino a questo figlio? – 

L’uomo disse di sì e il battesimo fu fatto.

Usciti di chiesa, lo sconosciuto disse: – Ora devo fare il regalo al mio figlioccio. Ecco questa borsa; servirà per allevare il bambino e dargli un istruzione. E qui c’è una lettera che gli darete quando saprà leggere -.  Il padre e la madre rimasero stupiti, e prima che trovassero parole per ringraziare l’uomo e per chiedere chi era, egli se n’era digià andato.

La borsa era piena di monete d’oro e servirono a mandar a scuola il bambino. Quando ebbe imparato a leggere, i genitori gli diedero la lettera; ed egli lesse:

Caro figlioccio,

torno a riprendere possesso del mio trono dopo un lungo esilio e ho bisogno di un erede. Appena letta questa lettera mettiti in viaggio e vieni a trovare il tuo caro padrino, il Re d’Inghilterra. Post scriptum: in viaggio guardati bene dall’accompagnarti con un losco, uno zoppo ed un tignoso.

Il giovane disse: – Padre, madre, addio, devo andare a trovare il mio padrino, – e si mise in viaggio. Dopo aver camminato qualche giorno incontrò un viandante che gli disse: – Bel giovane, dove andate?

– In Inghilterra.

– Anch’io: viaggeremo insieme.

Il giovane lo guardò negli occhi; aveva un occhio che guardava levante e uno ponente, ed egli pensò che era il losco da cui doveva guardarsi. Si fermò con un pretesto e cambiò strada.

Trovò un altro viandante seduto su una pietra.

– Andate in Inghilterra? Faremo il viaggio insieme, – 

disse e alzatosi cominciò a zoppicare appoggiandosi al bastone.

“Questo è lo zoppo”, pensò il giovane, e cambiò strada ancora.

Incontrò un altro viaggiatore, che gli occhi li aveva sani, le gambe anche, e quanto a tigna, aveva la più folta e netta testa di capelli neri che si fosse mai vista. Così, siccome era anche lui in via per l’Inghilterra, viaggiarono insieme. A sera si fermarono in una locanda e vi presero alloggio. Ma il giovane, che non si fidava, consegnò la borsa con il suo denaro e la lettera per il Re al locandiere perché gliela custodisse. Nella notte, mentre il giovane dormiva, il compagno si alzò, andò dal locandiere e si fece dare la borsa, la lettera e il cavallo. Al mattino il giovane si trovò solo, senza un soldo, senza lettera e appiedato.

– E’ venuto stanotte il vostro servitore, – gli disse il locandiere, – a prendere tutta la vostra roba. Ed è partito…

Il giovane si mise in strada a piedi. A una svolta, vide il suo cavallo legato a un albero in un prato. Andò per prenderlo ma da dietro all’albero saltò fuori il compagno della sera prima armato di pistola. – Se hai cara la vita, – disse, – devi farmi da servitore e fingere che sia io il figlioccio del Re d’Inghilterra – . E in così dire si tolse la parrucca nera: il suo cranio era tutto ricoperto di tigna.

Partirono, il tignoso a cavallo e il giovane a piedi, e così arrivarono in Inghilterra. Il Re accolse a braccia aperte il tignoso credendolo il suo figlioccio, mentre il vero figlioccio fu assegnato alle scuderie, come mozzo di stalla. Ma il tignoso non vedeva l’ora di disfarsene e un giorno che il re gli disse: – Se potessi liberare mia figlia, prigioniera di un incantesimo in un isola, te la dare in sposa; ma tutti quelli che sono partiti per liberarla sono morti, – lui gli propose: – Provate a mandarci il mio servitore, lui certo sarà capace di liberarla.

Il Re fece chiamare subito il giovane e gli chiese:

– Tu sei capace di liberare mia figlia?

-Vostra figlia? – disse il giovane. – Ditemi dov’è Maestà!

E il Re: – Guarda che se torni senza averla liberata ti taglierò la testa.

Il giovane andò al molo, e guardava le navi partire e non sapeva come raggiungere l’isola della Principessa. Gli si avvicinò un vecchio marinaio con la barba fino ai ginocchi: – Sta’ a sentire, – gli disse, – fatti fare una nave a tre piani.

Il giovane andò dal Re e si fece armare una nave a tre piani. Quando la nave fu in porto pronta a salpare, ricomparve il vecchio marinaio: – Adesso, – disse, – fa’ caricare un piano di croste di formaggio, un altro piano di briciole di pane, e il terzo di carogne putrefatte.

Il giovane fece fare i tre carichi.

– Adesso, – disse il vecchio, – quando il Re ti dirà: “Scegli quanti marinai vuoi” tu di’: “Me ne basta solo uno”, e sceglierai me – .  Così fece e tutta la cittadinanza era a veder salpare la nave con quello strano carico e con un equipaggio composto d’ un solo uomo, e per di più vecchio cadente.

Navigarono tre mesi, e dopo tre mesi, nella notte, videro un faro ed entrarono in un porto. Non si vedeva nulla a riva: case basse basse, un muoversi come di nascosto, e finalmente una voce disse: – Che carico portate?

-Croste di formaggio, – rispose il vecchio marinaio.

-Buono, – dissero da terra, – è quel che fa per noi.

Era l’Isola dei Topi, e tutti i topi erano i suoi abitanti. Dissero: – Compriamo tutto il carico, ma danari per pagare non ne abbiamo. Però ogni volta che avrete bisogno di noi, non avrete che da dire: “Topi, bei topi, aiutatemi voi!” e noi arriveremo subito ad aiutarvi.

Il giovane e il marinaio buttarono la passerella e i topi vennero a scaricare velocissimi le croste di formaggio.

Partiti di là, arrivarono di notte a un’altra isola.

Nel porto non si vedeva nulla, peggio che in quell’altra. Non c’era né casa né albero che s’alzasse da terra. – Che carico avete? – sentirono dire, dal buio.

-Briciole di pane, – disse il marinaio.

-Buono!- risposero. – è quel che fa per noi!

Era l’isola delle formiche, e tutte formiche erano suoi abitanti. Neanche loro avevano denaro per pagare, ma dissero:- Quando avrete bisogno di noi, basta che diciate: “Formiche, belle formiche, aiutatemi voi!” perché noi accorriamo dovunque voi siate.

E si misero a scaricare le briciole di pane, avanti e indietro per le funi dell’ormeggio. Poi la nave ripartì.

Arrivarono a un’ isola tutte rocce altissime che calavano a picco sul porto. – Che carico portate? – gridarono di lassù.

-Carogne putrefatte!

-Buone! – dissero. – è quello che fa per nopi, – e grandi ombre nere calarono sulla nave.

Era l’Isola degli Avvoltoi, abitata da quegli uccelli rapaci. Scaricarono la nave portandosi via le carogne a volo, e in cambio dissero che al richiamo: “Avvoltoi, begli avvoltoi, aiutatemi voi!”, sarebbero sempre accorsi in loro aiuto.

Dopo altri mesi di navigazione, arrivarono all’isola dov’era prigioniera la figlia del Re d’Inghilterra. Sbarcarono, attraversarono una lunga caverna, e sbucarono davanti a un palazzo, in un giardino. Venne loro incontro un nano. – è qui la figlia del Re d’Inghilterra? – domandò il giovane.

-Venite a domandarla alla Fata Sibiana, – disse il nano, e li introdusse nel palazzo dal pavimento d’oro e dalle pareti di cristallo. La fata Sibiana era seduta su un trono di cristallo e d’oro.

-Sono venuti re e principi con tutti i loro eserciti, – disse la Fata Sibiana, – per liberare la Principessa, e tutti sono morti.

-Io ho solo la mia volontà e il mio coraggio, – disse il giovane.

-Ebbene, – disse la Fata, – dovrai passare tre prove. Se non ci riuscirai non farai più ritorno. Vedi questa montagna che mi nasconde il sole? Domattina quando mi sveglio voglio avere il sole in camera. Devi riuscire ad abbattere la montagna entro questa notte. 

Il nano portò un piccone e condusse il giovane ai piedi della montagna. Il giovane diede un colpo di piccone e il ferro si ruppe. “Come faccio a scavare?”,  si disse, e gli vennero in mente i topi dell’isola. – Topi, bei topi, – chiamò, – aiutatemi voi!

Non aveva finito di dirlo che una marea di topi si mise a brulicare sulle pendici della montagna, e la ricoperse tutta fin sulla cima, e tutti scavavano e rodevano e zampettavano via la terra, e la montagna si sfaldava, si sfaldava…

L’indomani la Fata Sibiana si svegliò ai primi raggi del sole che entravano nella sua camera. – Bravo, – disse al giovane, – ma non basta -. E lo condusse nei sotterranei del palazzo. In mezzo al sotterraneo, in una sala alta come una chiesa c’era un immenso mucchio di piselli e lenticchie tutti mischiati. – Bisogna che entro stanotte mi dividi i piselli dalle lenticchie, facendo due mucchi separati. E guai se lasci una lenticchia nel mucchio dei piselli, o un pisello nel mucchio delle lenticchie.

Il nano lasciò un lucignolo di candela, e se ne andò con la Fata. Il giovane rimase di fronte al gran mucchio, col lucignolo che stava per spegnersi e mentre si domandava come avrebbe potuto un uomo compiere un lavoro così minuto, gli vennero in mente le formiche dell’isola. – Formiche, belle formiche, – chiamò, – aiutatemi voi!

Appena pronunciate queste parole, tutto l’enorme sotterraneo formicolò di quelle minuscole bestioline, che si disposero attorno al mucchio e, con ordine e pazienza, le une trasportando i piselli, le altre le lenticchie, ammucchiarono due cumuli divisi delle due specie.

-Non sono ancora vinta, – disse la Fata quando vide il lavoro compiuto. – Ora t’aspetta una prova ben più difficile. Entro domani all’alba dovrai portarmi un barile pieno d’acqua di lunga vita. 

La sorgente dell’acqua di lunga vita era in cima a un’altissima montagna, popolata di bestie feroci. Impossibile pensare di salirci, e più impossibile ancora andarci con un barile. Ma il giovane chiamò: – Avvoltoi, begli avvoltoi, aiutatemi voi! – E il cielo fu nero di avvoltoi che scendevano a larghi giri. Il giovane attaccò al collo di ciascuno un’ampolla e gli avvoltoi volarono in lunghissimo stormo fino alla sorgente sull’alta montagna, riempirono ognuno la sua ampolla, e rivolarono fino dal giovane a rovesciare le ampolle nel barile che egli aveva preparato. 

Quando il barile fu riempito, si sentì un galoppo di cavalli: la Fata Sibiana fuggiva e dietro le correvano i suoi nani, e dal palazzo saltò fuori felice la Figlia del Re d’Inghilterra dicendo: – Finalmente sono salva! M’avete liberata!

Con la Figlia del Re ed il barile dell’acqua di lunga vita, il giovane tornò sulla nave dove il vecchio marinaio l’aspettava per levar l’ancora.

Il Re d’Inghilterra scrutava ogni giorno il mare con il cannocchiale, e quando vide avvicinarsi un bastimento con la bandiera inglese, corse al porto tutto contento. Il Tignoso quando vide il giovane sano e salvo con la figlia del Re, per poco non morì di rabbia. E decise di farlo assassinare.

Mentre il Re festeggiava il ritorno della figlia con un grande pranzo, due tristi figuri vennero a chiamare il giovane, dicendo d’una questione urgente. Il giovane senza capire li seguì; giunto nel bosco, i due figuri, che erano sicari del Tignoso, trassero i coltelli e lo scannarono.

Intanto, al pranzo, la figlia del Re stava in pensiero perché il giovane era uscito con quei tristi figuri e non tornava. Andò a cercarlo e, arrivata nel bosco, trovò il suo cadavere pieno di ferite. Ma il vecchio marinaio aveva portato con sé il barile dell’acqua di lunga vita e vi immerse il cadavere del giovane: lo videro saltar fuori più sano di prima, e così bello, che la figlia del Re gli gettò le braccia al collo.

Il Tignoso era verde dalla bile. – Cosa c’è in quel barile? – domandò.

-Olio bollente,- gli rispose il marinaio.

Allora il Tignoso si fece preparare un barile d’olio bollente e disse alla Principessa: – Se non amate me mi uccido – . Si trafisse col pugnale e saltò nell’olio bollente. Restò bruciato, sull’istante, e nel salto gli volò via la parrucca nera e si scoperse la testa tignosa.

-Ah! Il Tignoso! – disse il Re d’Inghilterra. – Il più crudele dei miei nemici. Finalmente ha trovato la sua fine. E allora tu, valoroso giovane, sei il mio figlioccio! Tu sposerai mia figlia ed erediterai il mio regno! – E così avvenne. 

 

 

 

 

 

 

 

Dell’insondabile e incerto ponderare fra le nebbie

Oggi ho avuto il sentore che dalle nebbie sulle creste delle montagne e fra i muschi dei sottoboschi nelle giornate di pioggia, nascono le favole e forse i miti più belli e intramontabili. E mi pare sempre, camminando fra le nebbie che scendono repentine dai versanti, che l’indefinito delle forme mi rassicura e mi calma, perché nell’incertezza del visibile che muta, si nasconde la possibilità per gli elementi di essere ogni volta altro per i nostri sensi.

E sto fatto mi conferma quanto sia vero che ciò che noi riteniamo essere reale, non è altro che una proiezione che la nostra coscienza ci rimanda di ciò che viviamo.

Quando non vi sono certezze, a molti nasce e cresce l’ansia, mentre a qualcun altro, come accade a me, vien da sorridere, perchè nell’incertezza, nelle sfumature di quei grigi azzurri saturi d’acqua sottile, si nasconde l’imponderabile, la magia dell’inconoscibile, delle possibilità di fantasie e percezioni infinite.

Credo che le favole più belle ed i miti intramontabili debbano molto alle nebbie, ai veli d’incertezza, alle coltri grondanti di insondabili verità. O forse è al non precludersi nessun tipo di spiegazione quando si è messi di fronte alla magnificenza dei fenomeni più inspiegabili di cui la Natura, spesso, ci fa dono, che dobbiamo la nascita dei racconti più avvincenti che hanno resistito nei secoli.

Certo, conoscere il sentiero e la direzione garantisce una certa tranquillità d’animo che altrimenti sarebbe ben difficile preservare, mi rendo conto. Nel caso specifico sapevo dove mi trovavo e dove stavo andando, quindi potevo abbandonarmi ad elucubrazioni distanti dalle contingenze più pratiche, come potrebbe essere quella di evitare di finire in un crepaccio, per dirne una.

Non lo so, però a me piace immaginarmi il mondo che da lassù si intravede fra un banco di nebbia e una nuvola pesante d’acqua, quando capitano giornate come questa. Le nebbie stimolano l’immaginazione. Penso sia un fattore tipicamente umano, quello di voler dare un contorno definito alla realtà quando questa sfugge ai sensi, intendo.

Solo che da un po’ di tempo trovo questi tentativi di istintiva razionalizzazione un po’ fuorvianti, perché non son mica tanto sicura che ciò che la mia mente completa in autonomia con un processo di definizione automatica produca effettivamente la realtà. Forse ne produce una delle tante possibili…

Va da sé che se il gioco delle correnti all’improvviso solleva il sipario, assisto il più delle volte alla famosa situazione che vede la realtà superare in magnificenza, e di gran lunga, la fantasia.

Credo che se mai un giorno arriveremo a dare delle risposte alle solite domande fondamentali che ci poniamo dall’alba dei tempi, dovremo prepararci a qualche cosa di simile,  a qualcosa che ci lascerà senza fiato… letteralmente. 😆

Ho saputo da voci straniere…

Ho saputo che da qualche parte, in un tempo remoto, la nebbia planava ogni sera e avvolgeva le cose; quieta, lenta, morbida come l’abbraccio dei petali chiusi.

Mi hanno detto che avveniva all’ora del crepuscolo, quando gli uccelli piano smettono il canto della sera ed i silenzi prendono sotto braccio le ombre, accompagnandosi verso i sogni della notte.

Ho saputo, poi, che con la nebbia, alle case con le imposte chiuse, si avvicinavano gli spiriti dei boschi e sussurravano il canto dei venti freschi e leggeri che scendevano dalle montagne, per poi salire in alto lungo i pendii dei pascoli fra refoli di veli candidi e spuma di pulviscolo d’acqua.

Mi hanno detto che quando questo accadeva i bambini sentivano quei canti e si stringevano l’un l’altro, mentre qualcuno accanto al fuoco, raccontava loro di terre lontane e di maghi e folletti che popolavano il mondo.

Mi hanno detto che in quel tempo la pelle delle donne profumava di aria fresca quando rientravano nelle loro case dai campi alla sera, e le mani degli uomini erano felici della terra e delle resine dei boschi.

Ho saputo queste cose da delle voci che venivano dal silenzio e che mi parvero straniere quando mi vennero a trovare, e ho pensato di lasciarle dette qui, queste cose, prima che svaniscano ancora e di nuovo, come fanno le nebbie quando si allungano al mattino sugli specchi d’acqua, per poi dileguarsi sui bordi, lungo le vallecole in ombra.

L’uomo verde d’alghe

Da: Fiabe italiane di Italo Calvino

Un Re fece fare le grida nelle piazze che a chi avesse riportato la sua figlia sparita gli avrebbe dato una fortuna. Ma la grida non aveva effetto perché nessuno sapeva dove poteva esser andata a finire questa ragazza: l’avevano rapita una notte e non c’era posto sulla terra che non avessero frugato per cercarla.

A un capitano di lungo corso venne l’idea che se non si trovava in terra si poteva trovare in mare, e armò una nave apposta per partire alla ricerca. Ma quando volle ingaggiare l’equipaggio, non trovava marinai: perché nessuno aveva voglia di partire per un viaggio pericoloso, che non si sapeva quando sarebbe finito.

Il capitano era sul molo e aspettava, e nessuno s’avvicinava alla sua nave, nessuno osava salire per il primo. Sul molo c’era anche Baciccin Tribordo che era conosciuto come un vagabondo e un uomo da bicchieri, e nessuno lo prendeva sulle navi. – Dì, ci vuoi venire tu, sulla mia nave? – gli fece il capitano.

– Io sì che voglio.

– Allora sali, – e Baciccin Tribordo salì per primo.

Così anche gli altri si fecero coraggio e salirono a bordo.

Sulla nave Baciccin Tribordo se ne stava sempre con le mani in tasca a rimpiangere le osterie, e tutti brontolavano contro di lui perchè il viaggio non si sapeva quando sarebbe finito, i viveri erano scarsi e dovevano tenere a bordo un fa-niente come lui. Il capitano decise di sbarazzarsene. – Vedi quell’isolotto? – gli disse, indicandogli uno scoglio isolato in mezzo al mare.

– Scendi nella scialuppa e va’ a esplorarlo. Noi incrociamo qui intorno.

Baciccin Tribordo scese nella scialuppa e la nave andò via a tutte vele e lo lasciò solo in mezzo al mare. Baccicin si avvicinò allo scoglio. Nello scoglio c’era una caverna e lui entrò. In fondo alla caverna c’era legata una bellissima ragazza, ed era la figlia del Re. – Come avete fatto a trovarmi? – disse a Baciccin Tribordo.

– Andavo a pesca di polpi, – disse Baciccin.

– E’ un polpo enorme che m’ha rapita e mi tiene prigioniera, – disse la figlia del Re. – Fuggite, prima che arrivi! Ma dovete sapere, che questo polpo per tre ore al giorno si trasforma in triglia, allora è facile pescarla, ma bisogna ammazzarla subito perché altrimenti si trasforma in gabbiano e vola via.

Baciccin Tribordo si nascose sullo scoglio, lui e la barca. Dal mare uscì il polpo, ed era enorme e con ogni branca poteva fare il giro dell’isola, e s’agitava con tutte le sue ventose perché aveva sentito che c’era un uomo sullo scoglio. Ma venne l’ora in cui doveva trasformarsi in pesce e tutt’ad un tratto diventò triglia e sparì in mare. Allora Baciccin Tribordo gettò le reti e ogni volta che le tirava c’eran dentro muggini, storioni, dentici e alla fine apparve, tutta sussultante, anche la triglia. Baccicin levò subito un remo per darle un colpo da ammazzarla, ma invece della triglia colpì il gabbiano che si era levato a volo dalla rete, e la triglia non c’era più. Il gabbiano non poteva volare perché il remo gli aveva rotto un’ala, allora si ritrasformò in polpo, ma aveva le branche tutte piene di ferite e buttava fuori un sangue nero. Baciccin gli fu sopra e lo finì a colpi di remo. La figlia del Re gli diede un anello con diamante in segno di perpetua gratitudine.

– Vieni, che ti porto da tuo padre, – disse lui, e la fece salire nella barca. Ma la barca era piccola ed erano in mezzo al mare. Remarono, remarono, e videro lontano un bastimento. Baccicin alzò in cima a un remo la veste della figlia del Re. Dalla nave li videro e li presero a bordo. Era la stessa nave da cui Baciccin era stato abbandonato. A vederlo tornare con la figlia del Re il capitano cominciò a dire: – O povero Baciccin Tribordo! E noi che ti credevamo perduto, t’abbiamo tanto cercato! E tu hai trovato la figlia del Re! Beviamo, festeggiamo la tua vittoria! – A Baciccin Tribordo non sembrava vero, tanto tempo era rimasto senza assaggiare un goccio di vino.

Erano già quasi in vista del porto da cui erano partiti. Il capitano fece bere Baciccin, e lui bevve, bevve fino a che non cascò giù ubriaco morto. Allora il capitano disse alla figlia del Re: – Non direte mica a vostro padre che chi v’ha liberato è quell’ubriacone! Dovete dirgli che vi ho liberato io, perché io sono il capitano della nave, e quello là è un mio uomo che ho comandato io di fare quel che ha fatto.

La figlia del Re non disse né sì né no. – So io quel che dirò, – rispondeva. E il capitano allora pensò di farla finita una volta per tutte con Baciccin Tribordo. Quella stessa notte lo presero, ubriaco com’era e lo buttarono in mare. All’alba il bastimento arrivò in vista del porto; fecero segnali con le bandiere che portavano la figlia de Re sana e salva, e sul molo c’era la banda che suonava e il Re con tutta la Corte.

Furono fissate le nozze della figlia del Re col capitano. Il giorno delle nozze nel porto i marinai vedono uscire dall’acqua un uomo coperto d’alghe verdi dalla testa ai piedi, con pesci e granchiolini che gli uscivano dalle tasche e dagli strappi del vestito. Era Baciccin Tribordo. Sale a riva, e tutto parato d’alghe che gli coprono la testa e il corpo e strascicano per terra, cammina per la città. Proprio in quel momento avanza il corteo nuziale, e si trova davanti l’uomo verde d’alghe. Il corteo si ferma. – Chi è costui? – Chiede il Re. – Arrestatelo! – S’avanzano le guardie, ma Baciccin Tribordo alzò una mano e il diamante dell’anello scintillò al sole.

– L’anello di mia figlia! – disse il Re.

– Sì, e questo è il mio salvatore, – disse la figlia, – è questo il mio sposo.

Baciccin Tribordo raccontò la sua storia; il capitano fu arrestato. Verde d’alghe com’era si mise vicino alla sposa vestita di bianco e fu unito a lei in matrimonio.

(Riviera ligure di ponente)

E’ questa una delle fiabe di Calvino che più mi hanno affascinato perchè in un certo senso hanno richiamato in me il ricordo di un poema che ho letto qualche tempo fa, ovvero La saga di Gilgamesh.

Forse le connessioni che mentalmente ho fatto in merito possono risultare un po’ fuori luogo, di primo acchito un po’ forzate, eppure è stata una reazione istintiva, la mia; come se fra le righe di questa fiaba vi fosse lo stesso “sapore”, un fascino analogo a quello che ho vissuto leggendo l’epopea di Gilgamesh.

Ma tutte le fiabe ed i miti hanno degli elementi che inevitabilmente li accomunano.

Mi diverto a trovare i nessi, forse perché è un modo come un altro per andare oltre al testo. Certo in apparenza non c’è nulla di più dissimile del protagonista nella fiaba riportata da Calvino ed il protagonista dell’ Epopea di Gilgamesh; l’uno è in buona sostanza un uomo che vive ai margini della società, un derelitto che si attacca alla bottiglia ad ogni occasione, mentre l’altro è un re, un essere in parte divino.

Però poi ci ho pensato e mi son detta che seppure in modo molto distante, entrambi sono connotati da degli elementi che li rendono “diversi” dal contesto umano in cui vivono. Mi è acaduto di pensare a Baciccin Tribordo come a un individuo in cerca di qualche cosa che possa cambiargli l’esistenza; lui infatti aspetta di potersi imbarcare su una nave, prendere il largo e avventurarsi in mare aperto.

Tuttavia la sua diversità, il suo vivere ai margini è l’elemento che non gli permette di realizzare quest’aspirazione, finchè un giorno la situazione si capovolge e proprio questa sua condizione di “marinaio sempre in attesa del viaggio” gli offre l’occasione che cerca; è lui il primo ad imbarcarsi per l’impresa impossibile propostagli dal capitano.

Baciccin dà l’esempio agli altri; ha il coraggio di affrontare i pericoli di un viaggio che non si saprà come e quando finirà ed è l’unico che lo fa con lo spirito dell’avventuriero che non si muove per qualche interesse particolare, ma solo perché ha la voglia di conoscere che cosa accadrà nel corso del viaggio. 

Ora,  a me pare che quello di Baciccin Tribordo è un po’ lo spirito che spinge tutti gli eroi dei poemi epici a muoversi, Ulisse compreso. Il viaggio in mare di Baciccin Tribordo ha un sapore forte di iniziazione, di prova di coraggio e seppure viene descritto come l’ubriacone di bordo, una volta lasciato solo sullo scoglio, lui dimostra di essere in grado di affrontare la situazione, di far fronte ai pericoli che gli si presentano.

Non viene abbandonato su un’isola, ma su uno scoglio; gli scogli nei racconti di navigazione, come ad esempio l’Odissea, rappresentano una vera e propria ossessione. Sono causa di timore e vengono spesso paragonati a mostri marini. Sono i nemici implacabili sulla via di ogni destino e psicologicamente possono rapresentare la chiusura della coscienza in un atteggiamento di ostilità, la stagnazione nella via del progresso spirituale; è una sorta di simbolo della “pietrificazione”, del mito della regressione.

Baciccin si avvicina allo scoglio e lo affronta e in esso trova una caverna. La caverna è anche il luogo di accoglienza di forme simbolico-rituali, quali l’iniziazione e la rinascita a un livello superiore di esistenza, è l’archetipo dell’utero femminile, ma anche l’antro dal quale emergono i mostri.

Anche Gilgamesh durante il suo viaggio alla ricerca dell’immortalità giunge al monte Masu e dopo che i due esseri metà scorpione e metà umani lo fecero passare, in virtù della sua natura in parte divina, attraversò le tenebre della montagna. Baciccin in fondo alla caverna trova la figlia del Re, mentre Gilgamesh trova il giardino degli dei ed in seguito Siduri, la donna della vigna.

Quest’ultima indicherà a Gilgamesh la via da seguire per arrivare all’isola felice di Dilmun, rendendogli noti i pericoli che dovrà affrontare, mentre la figlia del Re redarguisce Baciccin sui pericoli ai quali andrà incontro dovendo affrontare il grande polipo che l’ha rapita.

Quando Baciccin pesca la triglia si trova a dover fronteggiare il mostro mentre assume diverse sembianze e alla fine riesce a sconfiggerlo. la figlia del Re dona a Baciccin un anello, simbolo di un’unione libera ormai già avvenuta, ma anche, come avvenne per il Re Salomone, il simbolo della saggezza e del potere sugli altri esseri; nel caso di Baciccin, sul mostro che ha saputo sconfiggere.

Ma le prove per Baciccin non erano ancora finite: una volta risalito sulla nave riprende a bere e nuovamente viene gettato in mare su ordine del capitano. Ma proprio quando la fiaba pare volgere al fine con il solito matrimonio e la frase di rito “e vissero felici e contenti”, Baciccin riappare emergendo dal mare, coperto d’alghe e in possesso dell’anello che lo avrebbe fatto riconoscere come vero salvatore della figlia del Re.

E anche in questo caso ho ripensato a Gilgamesh che si immerge sul fondo del mare per prendere la pianta dell’Irrequietezza che gli avrebbe permesso di riavere la gioventù perduta. La pianta raccolta con tanta fatica gli verrà poi rubata da un serpente e Gilgamesh dovrà rassegnarsi alla consapevolezza di dover un giorno morire.

Entrambi riemergono dall’acqua portando con sè l’uno le alghe che gli ricoprono il corpo e l’altro la pianta cercata come fossero i simboli di una conoscenza ormai acquisita.

In entrambi i casi le esperienze fatte hanno fatto in modo che maturassero una consapevolezza tale da renderli pronti a vivere nel migliore dei modi e di conseguenza anche a morire con altrettanta serenità.                    

Per analizzare questa fiaba ho consultato: