Il coraggio

Ci vuole molto coraggio per vivere la felicità, quando questa si presenta alla porta e ancora non la si era mai potuta veramente conoscere prima.

Pare abbia un volto terrificante, tanto spaventoso da renderla irriconoscibile; e così c’è chi preferisce tenere la porta chiusa, e rimanere rintanato, al sicuro, entro le solite cupe quattro mura grondanti  di tristezza.

Mentre fuori il sole fa scoppiare le gemme di gioia, e tutto è imprevedibile e meraviglioso… e trovo strano che solo in pochi, di tutta questa gioia, se ne curino.

 

E’ così che dormono i frassini?

Quando si sta a guardare l’acqua di un torrente, e il suo scorrere fra i pani appuntiti di ghiaccio ed i massi levigati, con la schiena appoggiata al tronco sicuro di un frassino, beh, a volte e senza che lo si sappia il cuore si lega; non fa male, però la direzione, inevitabilmente, impercettibilmente si sente che cambia.

Se si àncora il cuore a una linea, dando a questa una direzione sconosciuta, questa, forse, prima o poi approda ad un infinito ignoto, inconoscibile; ma supponiamo che per un qualsiasi frangente di imprevedibile dissesto, gli eventi si spostino di un millesimo di grado… l’ignoto infinito al quale si approda sarebbe forse diverso dall’infinito ignoto al quale si sarebbe approdati qualora tale impercettibile spostamento non fosse mai avvenuto?

E quello spostamento impercettibile, quel millesimo di grado che farebbe variare il percorso nel suo complesso e scostare anche di molto un ipotetico, irrealizzabile punto di approdo perso nell’infinito (è un ossimoro? Sì, forse lo è… l’infinito non ha punti di approdo… a meno che non si intenda l’infinito stesso come un unico, immenso punto d’arrivo… che inevitabilmente coincide con il punto di partenza, quindi…)… si diceva, quell’eventuale spostamento minimo esiste di per se, o ha origine da una causa?

E’ imputabile a un battito un po’ più deciso, come se il cuore prendesse o perdesse quota al variare della velocità con il quale pulsa, o che altro? Come se tutti i nostri cuori si muovessero come fanno gli stormi degli uccelli quando si preparano a migrare.

Sì, insomma, nel caso degli spostamenti impercettibili che interessano gli ancoraggi del cuore, le forze che li determinano, e che di conseguenza determinano la direzione delle nostre esistenze, sono spontanee o vi sono delle leve che ne condizionano, facilitano o ne limitano l’innesco? E se vi sono, quante e quali percepiamo davvero, mentre quante e quali non sappiamo nemmeno che tirano i fili invisibili dei moti dell’animo?

Non so… un po’ come se vi fosse (e forse vi è) l’accumulo di un’energia in un punto indefinito nel profondo ed il conseguente rilascio in concentrazioni variabili in uno o più altri punti indefiniti; un po’ questo, intendo. Una sorta di caotico ordine banalmente e inevitabilmente primordiale.

E se questo avviene ed è percepibile, anche le percezioni sono causa di variazioni ulteriori?

E tutti questi movimenti che somigliano ai caleidoscopi ed ai prismi dove i colori caldi e morbidi si lasciano tagliare nettamente e poi sfumare in colori algidi e spezzettati, e gli stessi giochi d’acqua che sciolgono e rarefanno, per poi definire e sfumare in curve di vortici perfetti, da dove prendono origine? O forse non vi è necessità di un’origine, dato che tutto potrebbe essere l’origine di se stesso?

No, me lo chiedo… perché i frassini a parer mio, è di questo che meditano quando son spogli come adesso, e protesi sui torrenti a gustare il sonno di questi crepuscoli invernali.

O forse sono i nodi sciolti che avvolgono il cuore a confondersi con le liane spoglie e arruffate del luppolo, e così anch’esse si perdono a cercare appigli, dondolando nel blu cobalto che si spegne sullo sfondo del giorno, mentre i frassini, in realtà, placidamente, se la dormono e basta… e io è così che vorrei dormire.

Penso tuttavia che le mie elucubrazioni, inevitabilmente e a prescindere dalla specie botanica sotto la quale o nei pressi della quale i malcapitati lettori può darsi si siano nel frattempo venuti a trovare, al sonno più o meno da frassino, qualcuno, senz’altro lo hanno saputo portare.

 

Gratitudine

Le perle di questi giorni sono le erbe nuove che qui solo ora cominciano a fiorire. Ne bevo i colori con la luce del mattino, che trovo sia la migliore, quella che ha la rugiada ancora aggrappata agli steli, immersa nelle corolle, fresca, perché il sole non l’ha ancora chiamata a farsi nuvole.
Niente che si replichi mai; la meraviglia nasce dal rinnovarsi di cicli perenni eppure sempre diversi, si celebra nel mutevole, nella incontenibile spinta a farsi altro, a nascere ancora e poi ancora e ad essere gloriosa magnificenza a partire dall’invisibile, dal microscopico mutare fino ad arrivare all’esplosione silenziosa e infinita del diverso.
In questi tempi imbevuti di paura, dove imperversa da ogni dove il trattamento implacabile e subdolo del terrore, trovo che le certezze che vengono dal susseguirsi inesorabile delle fasi naturali siano colme di una rassicurante quiete e di un potente antidoto alle ansie diffuse.
Se l’uomo imparasse davvero ad osservare la natura, non saprebbe che cos’è la noia e di certo si farebbe spaventare molto meno dalle cose della vita, perché conoscere annulla le paure.
Penso anche e spesso, ascoltando parlare le persone, e a volte ascoltando me stessa, che se l’esistenza lascia ferite e cicatrici dolorose nell’animo umano, qualche cosa ci spinge a cercare ciò che più sa farci riemergere; è una condizione che sperimentiamo tutti, questa.
Ho scoperto fortunatamente presto, che la natura sa e può lenire, consolare e infine, guarire. Può bastare un frullo d’ali, a volte, l’incontro improvviso con gli occhi sbarrati e curiosi di un cucciolo, il rumore dei passi cauti di un capriolo che si avvicina sull’erba fresca, il canto degli uccelli che piano si risvegliano all’alba;tutto questo può bastare anche nei momenti peggiori, per distrarre il cuore e la mente da pensieri cupi e pesanti e portarci alla bellezza.
Tutto questo e molto di ciò che, visti i limiti che mi sono propri, non so dire come vorrei, può bastare a rendere ogni attimo di ogni giornata degno di essere vissuto.
Da qui il senso di gratitudine che mi accompagna nei miei passi e nelle mie soste in solitaria quassù.

Goldrake e Mazinga coltivavano il dubbio; forse ne sono certa!

Personalmente credo di avere la vocazione dell’ottimista disillusa. Di mio sono sempre stata una che ci crede, ma non troppo, a volte non abbastanza… dopo una certa età forse non ci credo per niente, non davvero…così, per scaramanzia, perché non si sa mai. Crederci troppo è tanto poco saggio come non crederci per niente. Mi barcameno nella via di mezzo, quella che spesso smarrisco addentrandomi nelle selve oscure, ma, in fin dei conti, chi non si perde non sa poi trovare soddisfazione nel ritrovarsi. A me sta bene così. Le certezze mi creano diffidenza, mentre il dubbio mi sta simpatico.

E allora ci sguazzo, nei dubbi, forse troppo, ma cerco di non darlo a vedere, che un minimo di senso di sicurezza è necessario farlo passare al prossimo, altrimenti ti prendono poco sul serio; nel peggiore dei casi potrebbero prendermi per matta. Non che mi creerebbe particolari scompensi se i miei simili mi prendessero per matta; sarebbe la conferma che sono sulla strada giusta, presumo. Tutto ciò che esula dalla regola prestabilita mi ha sempre trasmesso un’innata simpatia. Lo so, c’è un non so che di sovversivo in tutto ciò, ma non ci posso fare niente.

Anche in Natura, per dire, quelli che a noi che La osserviamo sembrano essere degli “errori”, delle dissonanze, degli strappi alla regola, in definitiva, se ben ci si pensa, non sono altro che Natura, e questo è tutto. Ma noi abbiamo un cervello che per funzionare ha bisogno di classificare, di riordinare, di prestabilire dei limiti entro i quali far girare gli impulsi da una sinapsi a un neurone e da un neurone alla sinapsi successiva, e allora, quando ci capita che qualche elemento nel nostro vivere esula dall’ordinato e dall’ordinario, la crisi si affaccia beffarda.

La paura; è la paura la prima sensazione che si fa strada quando dobbiamo affrontare qualche cosa che ci è ignoto, che esula dai confini prestabiliti che noi, o qualcun altro per noi, abbiamo predisposto. Non intendo il tipo di paura buono, quella che istintivamente ci mette nelle condizioni per evitare un pericolo incombente e reale. Parlo della paura subdola e strisciante, invisibile; quella che ti fa lavorare di fantasia, elaborando complessissime elucubrazioni (le famose seghe mentali) castrando sul nascere ogni nuova idea o visione delle cose. Se poi si ha la sfiga di incappare in consimili che la paura se la coltivano aggrappandosi alle solite e noiose certezze inconfutabili che hanno sentore di dogmi indiscutibili, allora il pantano si fa davvero profondo, melmoso e soffocante.

Ecco, dopo attenta analisi, agli albori della mia propensione all’incontenibile, problematica e patetica logorrea imbevuta di inestricabili dubbi amletici, ho concluso che questo tipo di paura è  estremamente dannosa per il buon cammino in questa valle da molti ritenuta oscura, ma per me poi nemmeno tanto oscura, da parte della sottoscritta, perché non porta a nessun risultato buono e a nessun risultato cattivo. Intendo dire che limita la crescita, la sperimentazione, che è causa di involuzione, di staticità, di regressione. Tutte ròbe che non mi interessano.

E allora da un po’ di anni ho deciso che sta ròba c’era un solo modo per levarmela di torno. Memore delle innumerevoli puntate delle più blasonate serie di cartoon anni ottanta dove il bene soffre molto e a lungo, ma alla fine sconfigge SEMPRE il male, ad un certo punto, immersa in quello stato di totale e sublime immedesimazione in fiabe, storie, e favole che si sperimenta (purtroppo) solo in quella particolare e meravigliosa età infantile, ho deciso che sarei stata l’eroina della mia esistenza, che mi sarei messa la maschera dell’Uomo Tigre, che mi sarei infilata nella testa di Mazinga Zeta e mi sarei messa ai comandi, che sarei diventata una dea sulla scia delle avventure di Pollon, che mi sarei innamorata di un cane come Spank e che avrei affrontato a neuroni nudi e una volta per tutte l’avversario numero uno, ovvero ME Medesima con tutti i miei limiti e le paure annesse e connesse.

Ok,ok, può sembrare patetico… forse perché siamo adulti e per un adulto lo sembra. Ma se ci si pensa, non è poi così ridicola sta cosa.

Non sto qui a elencare le battaglie perse, i momenti in cui il colpo segreto dell’avversario sembrava proprio avere la meglio, i patimenti e gli sbattimenti per arrivare ad usare le lame rotanti nel modo giusto e al momento giusto, le angherie subite da parte del o della, o dei cattivi, sporchi bastardi di turno. Tutti sanno benissimo in che cosa consiste il peggio di un’esistenza umana, se non altro perché ognuno conosce il suo personalissimo peggio e a tutti pare che a nessuno possa capitare un peggio peggiore del proprio, quindi, onde evitare di cadere nel patetico alla Dolce Remì, sorvoliamo.

Mi interessa invece parlare di quando alla fine di inenarrabili puntate che duravano spesso anche degli anni accumulati ad altri anni durante i quali le disavventure sembravano non avere mai fine, alla fine arrivavo alla vittoria, ovvero alla sconfitta del nemico con la conseguente salvezza del mondo intero… del mio mondo, ovviamente.

A salvare il resto del mondo, quello che ci accoglie tutti, ci vogliono moltissime altre puntate e moltissimi altri sbattimenti, inenarrabili fatiche e patimenti da parte di moltitudini di guerrieri che combattono il buio, ovvero l’ignoranza e la paura. Ecco, per salvare l’umanità da se stessa, ci vorrebbero tutte le storie, tutti i libri e tutti i film che le menti umane hanno prodotto nei secoli (parlo di quelli che valga davvero la pena vedere e leggere); una ròba stile Guerra dei Mondi, per capirci… una ròba alla Tolkyen… ma molto più epica, cruenta, estesa e probabilmente spaventosa e inenarrabile… e forse ancora non basterebbe.

Qualcuno ci sta lavorando e nel mio piccolo, con i limiti che sono propri del mio personaggio, io pure cerco di fare il mio. Salvo il mio mondo dalle certezze inconfutabili per salvare il resto del mondo dalla paura. E’ così che farebbe Goldrake, forse!

Ma quello che davvero volevo dire con questo delirio partito sul serioso, ridicolo andante e sfociato nel nostalgico comix con moto, è che nel momento stesso in cui ho deciso che io dovevo trasformarmi nella super eroina di turno e combattere, oltre ai missili rotanti, mi sono procurata altre armi ed è stato allora che ho cominciato a divertirmi davvero. Tutto il resto è preambolo, e anche piuttosto noioso.

Perché è così che va e Capitan Harlock insegna; se smetti di temere la paura, allora la paura smette di corteggiarti e tu smetti di sbavare litrate di insofferenza sui cuscini gommosi della noia. L’arma migliore in assoluto per garantirsi delle piccole, a volte invisibili, ma non per questo meno significative, vittorie quotidiane è la Conoscenza.

Esistono guerrieri che hanno la vocazione di insegnare in modo efficace e sublime l’arte di questa guerra; lo fanno nel loro modo specialissimo e così sanno sconfiggere il buio e la paura. Io ne ho conosciuti alcuni; sono stati pochi, ma fondamentali. A loro devo la parte più buona del gusto che oggi ha la mia vita. A loro va la mia gratitudine. E un po’ di gratitudine va anche a quelle menti che a suo tempo hanno creato i cartoon anni 80 ed a tutti i creativi che colorano il mondo di intelligenza e Bellezza.

La corsa

La punta dell’iceberg, le primule calpestate, il sentore di voluttà pregnante in ogni respiro, in ogni battito di ciglia. Non aver nulla da perdere per poter arraffare, scalpitare, sgomitare, annaspare, mordere e possibilmente sopraffare. Il calcolo, l’esplosione di ego tronfi, la lanugine di teste ammuffite e infanzie compressa nella carta vetrata dell’ambizione; ammasso neuronale amorfo, virulento, sfatto e friabile come funghi pronti a scoppiare in atomiche di spore sinaptiche infette. Creazioni in 3d di mascheroni infernali e prediche da pulpiti incarnati, piastrelle lucide di ceramiche fini, ammanchi occultati con le carte da parati decorate da arabeschi di menzogne, sfere che comprimono firme e in sostituzione del credo digitale, punte comprovanti e identità rilasciate nei cessi della buona creanza. Terreni asfittici e sterili raspati e arati dai tacchi degli impazienti, dalle forme mostruose delle orme grondanti liquidi organici dispersi nell’etere. Lo scorrere di polpastrelli su schermi a cristalli liquidi, l’affanno delle urla soverchiate da psicofarmaci silenziosi e immersione nella feccia compressa dei social famelici e nei succhi corrosivi di una digestione virtuale che rutta e sporca e lacera esistenze. Datemi un mezzo per potermi allontanare, un po’ di particelle di idrogeno da immergere ad alta quota nell’azzurro del mare capovolto. Immergersi nel pulito del non umano e respirare una prima volta ancora. Fermare la corsa, accasciarsi, morire, putrefarsi e rinascere, vivi, questa volta.

Quando da soli è bello e ragionando è meglio

Passo molte ore della giornata da sola; lo faccio da molti anni ormai. Queste ore le passo nei boschi, ma anche in compagnia dei miei libri, del mio cane, della musica e di sti cazzo di pensieri che, seppur potrebbe sembrare strano a qualcuno che ormai ha perso completamente fiducia nelle mie capacità di discernimento, mi portano a dei conseguenti ragionamenti.

Passando tanto tempo in solitaria, per lo più in compagnia di vegetali, insetti e animali non umani in genere, sono arrivata a formulare delle mie personalissime teorie generiche in merito alle solite tematiche da eremiti.

Sopratutto ad un certo punto mi è venuto spontaneo chiedermi perché  preferisco per lo più la solitudine dei boschi e dei luoghi più impervi delle montagne alla presenza dei miei consimili; intendiamoci, a me non è che danno fastidio le persone, tutt’altro! Mi piace starecon la gente, solo che da sola mi sa che il più delle volte riesco a trovare una dimensione che mi somiglia di più, ecco. E ne ho bisogno sempre più spesso… sarà che sto invecchiando, che vi debbo dire?!

Qualcuno mi biasima e mi ha biasimato per questo e me ne dispiaccio, ma non posso farci molto.

Quando per vari motivi “rientro in società” e vedo le facce di quella bella gente e vedo anche le facce di quell’altra brutta gente, ecco, mi vien da dirmi che pure la razza umana è buona cosa nella sua curiosa diversità e a volte è addirittura piacevole; ma in tutta onestà, se poi faccio un raffronto onesto con le sensazioni che posso trovare nella solitudine dei boschi, beh, a parer mio, il confronto non regge già più.

Voglio dire, son due dimensioni così diverse e distanti che forse risulta addirittura ridicolo fare un confronto e di mio non lo farei nemmeno, ma sapete com’è: io mica sono una scorza di larice, anche se dei larici ho grande rispetto e pure delle loro scorze, e in fin (fin,fin) dei conti io sono pure un essere umano ed è normale che, spinta da stimoli che provengono in parte dai miei consimili, cerco di capire in che termini io mi rapporto con loro.

Stando ad alcune domane che ogni tanto mi vengono rivolte e che, confesso, mi creano un certo imbarazzo, noto una certa curiosità per il fatto che dedico tanto tempo a starmene per i fatti miei.

E così, per amor di chiarezza e anche per quieto viviere, mi par giusto cercare di chiarire sto fatto. Innanzitutto ci tengo a dire che amare la solitudine non equivale a disprezzare il genere umano; se non altro perché non posso permettermelo, perché ne faccio parte e io, malgrado me stessa, un po’ mi voglio bene, così come voglio bene a un mucchio di altri esponenti della mia stessa specie.

Però c’è da dire che amando i boschi e prendendone esempio nei limiti immensi che mi sono propri, negli anni, un bel po’ di senso critico mi è nato nei confronti della specie a cui appartengo, ecco. Mentre non mi son mai pentita di un solo minuto trascorso nei boschi o in cima alle montagne. Nemmeno un minuto, mai!

Voglio dire che sforzandomi a leggere la Natura da vicino, ma proprio da vicinissimo, ho scoperto questa grande cosa che vorrei condividere qui: la Natura non fa errori. Gli errori sono solo umani. E’ così, non c’è niente da fare e sfido qualunque mente umana a confutare questa verità che ho scoperto nelle mie peregrinazioni da una ceppaia a una tronco e da un tronco a un sasso e così via.

In realtà queste mie affermazioni potrebbero esser in un certo qual modo confutate e di seguito spiegherò in che modo. Il fatto che la Natura non fa errori, infatti, dovrebbe rincuorarmi, perchè se è vero che l’essere umano è Natura, allora l’essere umano non è un errore.

Eppure il dubbio a tal proposito mi è nato, tanti anni fa ormai, quando vivevo e frequentavo la mia specie più di quanto faccio ora… e più ho conosciuto una certa parte del genere umano, più il dubbio si è rafforzato. E se così fosse, se così è, mi sa che c’è poco da stare allegri, perchè un’altra cosa che ho scoperto della Natura è questa: Lei mette ripiego da sè ad eventuali “errori” che matura, ed è per questo che in definitiva non fa mai errori.

Significa che se l’essere umano risulterà una “leggerezza”della Natura, allora sarà lei stessa a toglierci di mezzo e noi non potremmo farci proprio nulla.

Perchè anche quelli che qualche mente razionale ed eccelsa ha definito “errori” studiando la Natura con metodo, in realtà non sono errori, sono solo delle modifiche all’ordinario replicarsi di processi, sono delle mutazioni e anche le mutazioni hanno motivo di essere e anzi, sono ciò da cui nasce la diversità, il nuovo.

Insomma, ribadisco: la Natura non fa errori, semmai siamo noi che non siamo pronti a interpretare nel modo giusto i processi naturali e di conseguenza facciamo fatica anche a capire il ruolo che abbiamo noi stessi in tutto questo.

Probabilmente non abbiamo tutta l’ importanza che ci ostiniamo a conferire a noi stessi. Se riuscissimo a vedere davvero l’immesità del Tutto, di questo saremmo tutti ben consapevoli; pare però che da quest’orecchio abbiamo smesso di sentirci ormai da molto tempo.

Noi siamo umani (troppo, troppo…) e siamo pieni di limiti… cioè, non so voi, ma io di limiti ne ho un sacco e se permettete (e spero non la prendiate come una sorta di mania perpetrata all’autocentrismo… anche se potrebbe pure essere…) mi prendo come prototipo; la scelta in realtà è in parte obbligata, vista la scarsità di materiale umano alternativo a me medesima che insiste qui nel contesto che mi sono scelta.

Ora, se è così e se gli errori li facciamo solo noi che siamo umani, mi vien da dire, non è che magari, magari se osserviamo ben bene la Natura, se la studiamo a fondo, con metodo, con passione e dedizione, se ne prendiamo esempio, se la prendiamo come Maestra insomma, non è che riusciamo pure a salvarci da noi stessi, a capire finalmente in che direzione è meglio camminare, lasciando magari le direzioni malsane che ci siamo scelti fino ad oggi?

Può pure darsi che se anche ci “rimettiamo in riga” Lei decide di spazzarci via comunque, questo è da tener presente… ma perchè accelerare questo processo “facendola tanto incazzare”, mi chiedo?! Sta cosa l’avevano capita i nostri vecchi, l’avevano capita pure gli antichi e poi ad un certo punto ce la siamo dimenticata, quasi tutti e in massa.

Bum! Ad un certo punto quando abbiamo imparato a controllare alcuni fenomeni naturali tramite la scienza e la tecnica ci è esploso qualcosa nel cervello e ci siamo sentiti tronfi e potenti… anzi, onnipotenti! Abbiamo preso a sentirci dei super uomini e non abbiamo più smesso. Pessima idea, dimenticarsi della Grande Madre. Pessima, io credo.

E questo è forse l’errore più grande che abbiamo fatto e che continuiamo a fare, fra i tanti. Ammesso che essendo umani e quindi Natura, i nostri siano davvero errori e non semplici processi naturali che, probabilmente, ci porteranno all’autodistruzione… un po’ come in quei film stile Armageddon.

E’ anche un errore ingenuo, parecchio stupido, (da qui la mia scarsa stima per il genere a cui appartengo, lo confesso) perché dimenticarci della Natura, smettere di osservarla e smettere di imparare da Lei, significa dimenticarci di noi stessi, di ciò che siamo e di cui abbiamo realmente bisogno.

Significa dimenticarci che abbiamo bisogno di lei in ogni minimo attimo delle nostre microscopiche esistenze. Noi siamo Natura, anche se ci sentiamo ben altro e molto di più, troppo spesso. Sarà la tecnica che ci sta rincoglionendo, saranno le religioni di massa, non lo so.

Personalmente ho grande rispetto per chi usa scienza e tecnica per conoscere, per migliorarci, ma ho meno rispetto per chi le usa con scarsa umiltà e facendo più o meno consapevolmente danno a se stesso e agli altri.

A volte penso che il genere umano è ancora troppo poco evoluto per assumersi la responsabilità di se stesso; lo penso quando mi guardo attorno o quando mi capita di leggere un quotidiano o ascoltare un telegiornale, tanto per fare l’esempio più banale.

A parer mio, se la gente vuole guarire dalla stupidità dilagante che imperversa famelica nella nostra epoca, come primo gesto sensato e di priorità assoluta, dovrebbe buttare nei cassonetti i televisori che tiene in casa, riposare un po’ la mente e cominciare a farsi una domanda semplice; una domanda del tipo: ma che cazzo sto facendo della mia vita, del poco tempo che mi è concesso?!

Ecco, i boschi mi hanno insegnato a buttare il televisore nel cassonetto e a farmi domande di questo tipo; c’è da dire che da almeno trent’anni non ho mai smesso di cercare delle risposte, perchè ancora non è che io ne abbia trovate molte che mi abbiano, ad oggi, soddisfatto molto, ma perlomeno ci sto lavorando.

E comunque non ho più quella pessima sensazione che avevo in un remoto passato da divanista televisiva durante il quale ho perso parte dela mia esistenza rincoglionendomi davanti a un monitor dal quale, per la maggior parte del tempo, mi si propinava la merda più oscena.

Ho deciso ad un certo punto che potevo scegliere, ed ho scelto; preferisco osservare il mondo per quello che è, provando a filtrarlo attraverso dei ragionamenti che cerco di rendere il meno condizionati possibile (è un lavoraccio e non sempre mi riesce, ma ci provo!) e specialmente se nel mondo che osservo la bellezza che mi ritorna è immensa, e le presenze umane sono rare, ma di qualità, mi vien da dire che in fin dei conti ne è valsa la pena.