Il cuculo ha deposto l’uovo… e mi chiedo perché nessuno degli altri uccelli si lamenta

Il titolo del famoso romanzo di Ken Kesey, nonché dell’omonimo film con Jack Nicholson “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, è sbagliato. Il cuculo non ha mai fatto il nido. E di conseguenza nessuno può essere volato sul nido del cuculo. Che Kensey lo abbia fatto apposta? Non lo so.

Ma sta di fatto che accadono queste cose in natura; accade che un uccello deponga il suo uovo in un nido di altri uccelli. E così non ha nemmeno fatto la fatica di costruirsi un nido, ma soprattutto non farà la fatica di crescere la prole. Il cuculo depone un solo uovo, di solito ben più grosso di quelli che già stanno nel nido. Il cuculo qui da me è sempre ben presente. Lo sento cantare e fare i suoi versi un po’ ridicoli nelle fasi primaverili di corteggiamento. Lo sento quando è in esplorazione per decidere quale sarà la casa del suo uovo abusivo. In primavera qui mi sveglio fra il canto delle cince, dei codirossi e del cuculo; ci sono anche le ghiandaie e il picchio verde. Quest’ultimo si fa sentire spesso con la sua risata sguaiata. Meno melodiosa del canto del cuculo, ma a me piace. Mi sta un sacco simpatico il picchio verde, a differenza del cuculo, che mi piace, sì, ma con delle riserve, ecco. E’ che volenti o nolenti siamo tutti pieni di preconcetti, noi umani. A noi piace il picchio verde, perché è un gran lavoratore, e perché non parasitizza i nidi altrui deponendoci uova abusive.

Secondo il metro di valutazione umano, specie alla quale mio malgrado appartengo (lo sottolineo, perché sia mai che me lo dimentico), tutti questi esseri sarebbero definiti “brava gente”…tranne il cuculo. Perché a nostro modo di vedere, il cuculo è un parassita, parliamoci chiaro! Uno di passaggio che si approfitta del buon cuore e dell’ingenuità delle altre specie, deponendo le sue uova nei loro nidi e lasciando che loro provvedano ad alimentare suo figlio, finché questo non sfratterà i fratelli più piccoli e deboli, buttandoli fuori dal nido, per approvvigionarsi di tutto il cibo che i genitori ignari, continuano a portargli con un lavoro di via vai integerrimo e senza sosta. Un po’ come accade per quelli che abbandonano i figli che poi vengono presi in carico dall’assistenza sociale, con la differenza che qui le famiglie d’accoglienza sono sempre molto efficienti e premurose e portano il figlio abbandonato sempre e comunque alla maggiore età e senza fargli mancare nulla. Una cosa così, ma molto più metodica, studiata e ben congeniata, la tattica di riproduzione del cuculo. Il cuculo è un professionista dell’abbandono della prole.

In natura c’è sempre una spiegazione a tutto. Niente accade per caso. Io mi sono chiesta per anni quale fosse la spiegazione per un comportamento di questo tipo e no, non sono ancora riuscita a capire, non sono ancora riuscita a darmela, una spiegazione plausibile. Voglio dire, un uccello come il cuculo non avrebbe problemi di sopravvivenza se anche adottasse i metodi riproduttivi che adottano tutti gli altri uccelli, facendosi un nido e deponendovi le sue uova… eppure, niente: lui fa sta cosa ignobile. E sta cosa comporta la morte di altri uccelli, perché i fratellastri non hanno scampo; vengono inevitabilmente buttati fuori dal nido. Ed è terribile sto fatto che i genitori non ci arrivino, non capiscano e continuino a nutrire un figlio parassita, che non è roba loro.

Insomma, gente; a me sto fatto mi rode. Ed è per questo che non so capirne il senso, perché non so pensarci a mente lucida. Non so vedere la cosa libera da preconcetti. Per me, da qualsiasi lato guardo la situazione, mi pare una roba che non ha scusanti; una cosa inconcepibile, ecco!! Eppure, se la natura ha deciso che sta cosa deve accadere così, un motivo lo avrà avuto, no? E allora mi capita di pensare alla Morte; proprio così. Quante volte di fronte alla Morte abbiamo provato quel senso di impotenza e di smarrimento, dovuto spesso proprio al sentore che la Morte è ingiusta e inclemente? Ecco, più o meno, ci si potrebbe fare su un discorso analogo. Il punto è che in natura accadono cose che noi umani non ci sappiamo spiegare, perché siamo ancora troppo piccoli. Non ci arriviamo perché non ne sappiamo abbastanza della vita, per capire anche la Morte. Se non sappiamo capire le ragioni del cuculo, figuriamoci se sappiamo capire le ragione di madama Morte, mi viene da dire.

Io sono sicura che il giorno che arrivo a capire perché il cuculo si riproduce in questo modo sciagurato, capirò qualcosa di molto importante della vita su questa Terra; e magari sarà il giorno in cui una Signora avanti con l’età e con i capelli candidi raccolti in una crocchia voluminosa, il viso pallido con un sottile naso dritto e gli occhi grigi, e con addosso un bell’abito vittoriano di raso e pizzo nero, verrà a prendermi per portarmi sottobraccio in uno splendido giardino all’inglese. Ci saranno ruscelli d’acqua dolce e molte rose e alberi e cespugli di biancospino fra i quali cinguettano i codirossi, le cinice, i merli ed i passeri che ci avranno già fatto il nido; ci sarà pure il cuculo, che svolazza di qua e di là un po’ inquieto, muovendosi veloce fra i rami dei tigli e delle querce secolari, perché ha l’impellenza di deporre un uovo in qualche nido altrui. E con Lei, con la Signora sottobraccio passeggerò lentamente e sarà la prima volta forse che saprò sorridergli, al cuculo… perché avrò capito finalmente perché lo fa e che senso ha.

Ma non so se potrò dirvi come va a finire.

Quando a un certo punto, ti accorgi di non sentire più l’odore delle ortiche

Mi ci tuffai dentro, nelle ortiche; avevo otto o nove anni. Quello che mi ricordo fu l’odore acre dell’erba che sapevo distinguere benissimo e che in quell’occasione avvertii troppo tardi; il bruciore arrivò dopo, un bel po’ dopo. Lungo le braccia, sul collo e sulla faccia gli aghetti irritanti cominciarono a farsi sentire; arrivarono le piccole bollicine bianche e le chiazze rosse. Il dolore a tratti davvero profondo e bruciante durò parecchio. Le ortiche secche sono molto più “cattive” delle ortiche fresche, questo posso dirlo con cognizione di causa! E’ che quando si faceva il fieno si tirava su un po’ tutto, perché le vacche si sa, non ne vanno pazze, ma mangiano anche le ortiche.

Quando si andava al pascolo stavo ore ad osservare come le vacche lambiscono con le loro lunghe lingue ruvide gli steli dell’erba; le ortiche alle grandi bocche delle vacche non fanno nulla! Le ruminavano e si sentiva il tipico odore d’ortica. Le ortiche crescono nelle zone vicine ai vecchi ruderi di montagna, vicino alle vecchie stalle abbandonate, o nelle fosse del letame che nessuno usa più. Vogliono suoli grassi e azotati. E le vacche lo sanno, perché le lasciavano per ultime e ci facevano il giro; se erano troppo mature, in effetti le disdegnavano. Mangiavano solo le ortiche fresche, quelle più giovani e poi facevano pure buon latte! Erano cattive solo per la mia pelle, le ortiche, e non mancai di rendermene conto più e più volte nella mia carriera di pastora; quella volta in modo particolare. Avevo questa strana abitudine di buttarmi sui mucchi di fieno fresco e fu così che le ortiche mi accolsero in un abbraccio decisamente scostante, bruciante e pungente.

Io non piangevo mai; esattamente come adesso. A volte un po’, dentro. Soprattutto se il male me lo facevo da sola, perché se mia madre se ne accorgeva, era facile che rincarava la dose con una sberla o un calcio in culo! “Così almeno piangi per un motivo serio!”. Era la frase che diceva in questi casi. Altro che “Telefono azzurro” o “bacino sulla bua”!! In seguito dovetti mio malgrado pure esserle grata per questo trattamento rude, perché mi resi conto che mi temprò non poco. Niente piagnistei, niente autocommiserazione!! Sbagli? Ti rialzi e vai avanti! Questo era il succo “dell’insegnamento”! Vabbeh, probabilmente ci si poteva arrivare anche con altri metodi, ma lei non aveva tempo da perdere!! Aveva un sacco di cose a cui pensare, un mucchio di lavoro pesante da sbrigare e non poteva certo fermarsi per risolvere un ulteriore problema che mi ero creata da sola! Toccava concentrarsi sulle contingenze, non sulle quisquiglie da bambini.

Crescendo lessi da qualche parte che potevo schiarirmi i capelli lavandoli con la camomilla ed asciugandoli al sole; lessi anche che i miei capelli potevano diventare più belli risciacquandoli con l’acqua dove ci venivano cotte le radici delle ortiche. In età adolescenziale, quando ebbi l’impellente esigenza di andare alla ricerca di un modo per rendermi fisicamente più accettabile (soprattutto a me stessa), visti i complessi inevitabili dovuti all’età, mi misi a fare i decotti di radici di ortiche e li usavo per sciacquarmi i capelli tre volte alla settimana. Funzionava. E anche la camomilla funzionava e nei mesi estivi divenni molto più bionda; l’unico neo di queste nuove abitudini nelle mie pratiche di cure estetiche, consisteva nel fatto che pareva che solo io mi rendessi conto del cambiamento. Era già qualcosa, in effetti, ma alla fine dopo un po’ di anni la mia esigenza di auto accettazione sciamò e desistetti. Era un rito che richiedeva tempo e dedizione.

La fase complicata era la preparazione del decotto; la raccolta no, quella mi piaceva. Ero diventata bravissima ad estirpare le ortiche senza farmi male; una tecnica tutta legata a un gioco di polso. E andare per ortiche era un modo per stare da sola nei boschi. Una scusa come un’altra. Nessuno della mia famiglia era molto dedito a prassi con finalità estetiche; non ce n’era il tempo né tantomeno l’interesse e infatti, quando facevo queste cose, non mancavano di dirmi che stavo perdendo tempo! Molte delle cose che facevo erano considerate delle perdite di tempo; compreso leggere o disegnare; figuriamoci andare in cerca di radici d’ortiche!! In effetti, anche questi miei comportamenti mi resi conto nel tempo, probabilmente contribuirono a farmi etichettare come “quella strana”.

Poco male! Ho dei bellissimi ricordi di quei tempi, dei pomeriggi passati a raccogliere erbe e a dedicarmi a trattarle, per poi usarle per me; era un’attenzione che mi dedicavo con affetto. Era un modo per sentire che mi volevo bene, nonostante tutto. Serviva per ricordarmi che mi meritavo l’attenzione del mondo e della natura. Non c’erano molte altre occasioni per ricordarmelo . L’odore di ortica, poi non l’ho più sentito per molti anni. Quest’anno sono andata a cercarle. E le ho trovate e mi sono un po’ spaventata perché sulle prime mi sono resa conto che l’odore non lo sentivo più. Ci sono volute due settimane per riabituare l’olfatto a riconoscerla.

Adesso è tutto a posto; sento l’odore dell’ortica, del sambuco e anche di altre erbe. Non ancora di tutte, ma ci sto lavorando. E’ come imparare di nuovo un linguaggio che avevo dimenticato. Se ci si allontana da un paese straniero e ci torni dopo anni, poi per riprendere dimestichezza con la lingua ci vuole un po’ di tempo. Ebbene, io andavo per boschi, ma non avevo il tempo di fermarmi e riprendermi i profumi dell’erba. Adesso vado per boschi ed il profumo dell’erba è la prima sensazione che mi accoglie, ancor prima del colore delle foglie, dei fiori, della terra! Anche il profumo delle ortiche, con tutti i ricordi che si porta appresso.

Memorie – Sui bronzini e sui campanacci

Dormivo in una stanza rivestita di vecchie assi che profumava di fieno e una piccola finestra guardava sulla Valle. La sera le vacche ruminavano nella stalla al piano di sotto e le sentivo respirare; avvertivo il rumore delle mandibole che si muovevano e che schiacciavano l’erba fra i grandi molari piatti. Ogni sera il suono lento e monotono dei batacchi sul metallo dei campanacci e dei bronzini, dava il ritmo ai riti che preludevano al sonno. Mi mettevo a letto e ascoltavo, fissando le travi del vecchio soffitto. Erano suoni appena accennati che avevano una loro gentilezza. Poi, nel dormiveglia, affiorava lontano nella mente il concerto di tutti i bronzini e campanacci della mandria, proprio come lo sentivo quando le vacche affamate salivano il versante il mattino, e correvano un po’, ma quegli stessi suoni lì nel buio della sera, mi raggiungevano appena, come se fossero portati da lontano con una debole folata di vento. Non ascoltavo con le orecchie, perché era una musica che avevo dentro; un sottofondo costante che mi accompagnava fino a quando il sonno e il silenzio della sera spegnevano i pensieri.

Non era una vera e propria malga, ma più una tipica baita in sassi e legno, quella dove passavo in solitaria tutte le estati, da giugno a settembre; al piano terra la vecchia cucina con il focolare centrale era stata sacrificata per ampliare la stalla, e il fienile al piano di sopra era stato trasformato in un luogo confortevole, seppur piccolo, dove poter dormire e prepararsi un pasto caldo. Rimanevo settimane lassù da sola, senza vedere nessuno, tranne qualche fungaiolo della domenica, che osservavo da lontano, nascondendomi un po’ per timidezza, un po’ perché non avevo voglia di parlare. Per non perdere l’abitudine, però, parlavo con le mie vacche. Loro mi rispondevano a modo loro e ci capivamo benissimo. Ognuna delle mie vacche aveva il suo particolare modo di stare al mondo e da quella più tenace e testarda, a quella più mite e dolce, mi legava a loro un sentimento fatto di rispetto e ammirazione; erano magnifiche le mie vacche!

Balin era una vacca di razza Rendena; la capo mandria. Era rotonda e di taglia piccola. Aveva le corna corte e ricurve, spezzate sulle punte dalle varie lotte con le altre vacche; un ciuffetto biondo rossiccio sulla fronte sormontava un muso scuro, largo e accorciato che le conferiva un po’ l’aria di vacca scaltra che sa il fatto suo. Conosceva tutti i sentieri e le scorciatoie per arrivare ai pascoli, sapeva dove cresceva l’erba migliore e quanto tempo ci voleva per arrivarci. Stava in capo al gruppo negli spostamenti e la mandria la seguiva con cieca fiducia. Aveva il campanaccio più grande, più sonoro e potente, quello che risaltava fra gli altri e si riusciva a sentire a notevole distanza, anche quando la mandria si allontanava troppo.

Hilla invece era una bruna alpina; la comprò mio padre da un allevatore dell’Alto Adige. Le Brune erano preferite da alcuni allevatori della zona, fra i quali anche mio padre, perché facevano più latte, ma molti altri contadini del posto preferivano le vacche di razza Rendena, perché era quella la razza tradizionale autoctona. La sintesi di quest’opposizione all’introduzione delle Brune Alpine in Valle, la espresse un anziano allevatore, il quale si spinse a dichiarare pubblicamente e con forza che: “…le Brune saranno anche buone vacche, ma son svizzere e rimangono delle extracomunitarie!”.

Hilla era dunque una delle tante extracomunitarie altoatesine della nostra mandria e di certo una vacca particolare. Aveva un buon carattere, come la maggior parte delle brune; aveva anche delle lunghissime e grosse corna ricurve all’indietro verso le scapole, che incutevano un po’ di timore. Nessuna delle nostre vacche veniva privata delle corna! Facevano parte della bellezza delle bestie, le corna! Una vacca senza corna è un po’ come una persona alla quale vengono tagliate le orecchie… una cosa che non si può vedere! Oggi alle vacche bruciano le corna quando sono piccole, perché nelle stabulazoni fisse dove vengono rinchiuse come macchine da produzione intensiva, le vacche con le corna potrebbero ferirsi. Una vacca senza corna è meno aggressiva, ma anche molto più triste, a mio parere. Quando Hilla alzava la testa per muggire, le punte delle sue corna arrivavano quasi a toccarle la schiena, mentre lei emetteva un suono stranissimo, dalla tonalità alta e acuta; una specie di fischio sgraziato inframmezzato da un muggito rauco e acuto. Una rarità in fatto di timbro vocale per una vacca, diciamo. Ottima produttrice di latte, Hilla aveva, però una mammella posteriore ricurva verso l’esterno, più corta delle altre, tozza ed estremamente difficile da mungere; probabilmente il frutto di un’incidente di percorso, o di una lotta con qualche altra vacca, chissà… Questa sua particolarità fisica comportava un tempo supplementare da dedicare alla mungitura. Mentre mi ci dedicavo, le cantavo delle canzoni. Secondo la mia visione delle cose, le canzoni un po’ jazz e un po’ pop-rock che improvvisavo per lei, dovevano servire a rendere Hilla collaborativa e fare in modo che rilasciasse più velocemente il latte; tuttavia che la strategia canora servisse nel concreto allo scopo, onestamente non ho mai potuto provarlo.

Fra le giovani c’era Dugo, una delle figlie di Balin; anche lei una Rendena dal manto scuro, più piccola della media. Aveva una testa rotonda e anche in età adulta mantenne il muso accorciato tipico dei cuccioli. Solitamente le manze assumono un carattere meno scapestrato dopo aver partorito il primo vitello, ma questo non valeva per Dugo, che rimase adolescente fino alla fine della sua carriera di vacca. Aveva ereditato delle doti da leader dalla madre, ma le sfruttava in modo riprovevole fomentando rivolte sovversive fra le compagne; quando la mandria si trovava ormai a due ore di cammino dalla stalla, parecchio in alto e a ridosso dei pascoli in quota, Dugo faceva dietro front con noncuranza e prima che io me ne rendessi conto, si dirigeva baldanzosa al trotto verso valle, tirandosi dietro un gruppetto ribelle. Il tutto degenerava in inseguimenti disperati e a scavezzacollo lungo sentieri e boschi in pendenza. In un’occasione il gruppetto capitanato dall’anarchica, non disdegnò di frequentare orti e campi dove le infingarde, non credendo alla fortuna che era loro capitata, fecero man bassa di cavoli, insalata e ortaggi vari nelle proprietà dei paesani, che, neanche a dirlo, furibondi si diressero verso casa mia, per denunciare il delitto compiuto a mia madre. Mia madre, ovviamente, fece bene il suo lavoro di giudice e mi condannò a una punizione corporale che ricordo ancora benissimo. Quell’anno, ricordo di esser stata più che felice di non dover rientrare in famiglia fino a settembre. Io di mio, arrivai sul campo a strage ormai compiuta; il danno fu esoso e irrecuperabile e i rapporti con i proprietari dei fondi invasi dall’orda barbara, irrimediabilmente compromessi.

Quando Dugo decideva che poteva starsene tranquilla, le mie giornate le passavo osservando le cose della natura; oppure scrivevo con una penna biro dei brevi versi sulle cortecce delle betulle e poi, a distanza di tempo, ritornavo per controllare se la pioggia le aveva cancellate. La pioggia fu sempre clemente e cancellò pietosa e con metodo le mie dissertazioni poetiche da bambina quasi adolescente; quindi mi dedicavo a occupazioni più proficue ripulendo le sorgenti dalle erbacce, disponendo degli abbeveratoi lungo i ruscelli, o creando delle pozze con dei massi nelle zone paludose, in modo che gli spostamenti della mandria per la ricerca dell’acqua fossero ridotti al minimo.

Durante le ore più calde le vacche si sdraiavano paciose sull’erba e prendevano a ruminare; io le osservavo da una zona sopraelevata sedendomi sotto un albero. Erano quelli i momenti migliori; i campanacci quasi fermi, il ronzio degli insetti nell’aria, l’odore della terra e dell’erba fresca calpestata dagli zoccoli, e la consapevolezza che il tempo poteva anche fermarsi per lunghe e meravigliose ore di quiete.

Quando il sole si abbassava sulla Valle, si riprendeva la via del ritorno. Le radunavo e le avviavo lungo il sentiero e loro si mettevano in colonna; Balin davanti, seguita da Dugo e alcune delle sue compagne sovversive; dietro le brune più lente, come Zerva, che spesso si fermavano a spiluccare l’erba attorno ai sassi lungo il sentiero.

Zerva era anche lei un’extracomunitaria altoatesina ed era fra le vacche più maestose della mandria; molto alta, perfettamente proporzionata e con magnifiche corna lunghe e simmetriche. Questa vacca aveva uno sguardo dolce ma fiero e un’ indole estremamente docile; tuttavia la sua caratteristica principale agli occhi dei miei genitori, era che produceva più latte di tutte le altre. Venerata da mia madre per questo motivo e fonte di compiacimento per mio padre che l’aveva scelta fra molte extracomunitarie, Zerva fece storia e fu sempre indicata come esempio a tutte le vacche della mandria. Era in sostanza l’esatto opposto di Dugo, che però non se ne fece mai un cruccio, a quanto ne so io.

Producendo tanto latte, Zerva mangiava in continuazione, anche durante il rientro, ed io per accelerare un po’ il passo mi portavo davanti alla mandria e la chiamavo. Attiravo le vacche con il sale grosso, mentre intonavo una specie di litania che, a parer mio e modestamente, era molto meno gradevole delle canzoni pop-rock che cantavo per Hilla durante la mungitura. Tuttavia la tradizione voleva così ed io mi limitavo a ripetere il richiamo che fin da piccolissima avevo sentito usare dai pastori della mia famiglia.

Ora, il sale grosso per una vacca è come la Nutella per noi umani, con la differenza che a noi la Nutella non fa tanto bene, mentre il sale grosso per le vacche è fonte di minerali e ne vanno ghiotte. Per questo motivo, quando una vacca ha il sentore che il pastore ha in mano un po’ di sale grosso, pare che s’innamori di lui di colpo e gli corre incontro finché non raggiunge l’obiettivo, ovvero il pugno di sale.

Zerva non faceva eccezione ma Balin, neanche a dirlo, arrivava sempre per prima e allungava il collo aprendo la grande bocca, mentre io v’infilavo tutta la mano e vi lasciavo cadere il sale, pulendomi poi il palmo sulla lingua ruvida e sui grandi denti piatti. Balin masticava beata guardandomi con enormi occhi scuri pieni di gratitudine; intanto arrivava anche Zerva e trafelata, si prendeva la sua dose di sale. Durante quei rientri mi godevo il miracolo infinito dei tramonti.

Avvenne poi che verso la fine degli anni novanta del secolo scorso, la mia famiglia e molte altre della Valle, scegliessero un altro tipo di attività lavorativa, perché la zootecnia aveva smesso di essere redditizia e implicava sacrifici che non erano ripagati equamente.

In breve tempo tutte le mie vacche furono macellate o vendute; pascoli e baite di montagna furono abbandonati ed io non ho più sentito ripetersi nell’animo e nel cuore, quelle sensazioni di leggerezza e soddisfazione che provavo quando stavo lassù. Rimane il ricordo per una parte di esistenza che mi ha temprato e cresciuta, colmando di bellezza la mia infanzia. Ancora adesso la sera, nel silenzio della mia stanza, ogni tanto da dentro avverto il risuonare dei bronzini e dei campanacci; mi pare di riconoscerli uno a uno e un sorriso triste e colmo di gratitudine mi sale dal cuore.

Le foto di questo articolo sono mie 🙂

Lo Stercorario: una metafora calzante e un esempio virtuoso eccellente

Andiamo, non mi dite che non vi piacciono i Coleotteri! Ma sì, son quegli insetti ricoperti da una solida struttura che spesso han dei colori dai riflessi meravigliosi!

Un esempio classico che conoscono tutti? La coccinella (Coccinella septempunctata), ad esempio. Però fra i coleotteri c’è anche la cetonia (Cetonia dorata) che se magna i fiori dei balconi, la dorifora (Doryphora decemlineata) che se magna le patate , il cervo volante (Lucanus Cervus) che è il Coleottero più grande d’Europa ed il maggiolino (Melolontha melolontha) che nel caso specifico non è l’automobile tedesca protagonista di un famoso film della Disney, ma anche lo scarabeo di cui esistono diverse specie.

Molti quando si dice la parola scarabeo pensano forse all’antico Egitto (ho detto forse… qualcuno potrebbe pensare anche a qualcos’altro, ci mancherebbe…), perchè per gli antichi egizi lo scarabeo era un animale sacro e quando si parla di maledizioni e mummie e di Egitto, spesso si parla pure di scarabei. Però questa è un’altra storia e ne riparlerò.

Nel caso di questo post, invece, si parlerà in prevalenza di un Coleottero che non fa parte della famiglia degli Scarabeidi, ma della famiglia dei Geotrupidi: lo Stercorario.

In realtà l’Ordine dei Coleotteri (Coleoptera – Linnaeus 1758) annovera oltre 35.000 specie suddivise in  20 superfamiglie e in ulteriori 166 famiglie. Quelle citate sono solo alcune fra le più comunemente conosciute alle nostre latitudini. Non vi è nessun altro gruppo di organismi viventi che comprende un numero tanto alto di specie, vegetali inclusi.

Il numero di specie nuove di Coleotteri che si vanno a scoprire ogni anno sono circa un centinaio. Sono diffusi su tutta la Terra, tranne che in Antartide. In Europa vivono circa 8000 specie. Come per tutti gli altri insetti hanno il corpo suddiviso in capo, torace e addome e hanno sei zampe.

Tutti i Coleotteri, quindi anche gli stercorari, hanno in comune alcuni caratteri peculiari che li rendono inconfondibili; innanzitutto la loro struttura “a scudo”, ovvero l’involucro esterno che sembra una vera e propria corazza rigida che ricopre tutto il corpo.

Si pensa che il loro successo evolutivo sia dovuto proprio a questa particolare struttura; se così fosse noi umani che siamo mollicci e morbidosi, abbiamo poco da stare allegri… e se ci pensiamo l’unica parte del nostro corpo che è protetta e dura come la scorza di un cocomero è il cervello… che è anche la parte più evoluta, dicono. Per questo motivo io direi che non è il caso di prendersela quando qualcuno vi dice che avete la testa dura; in termini evolutivi potrebbe essere un gran vantaggio, rendiamoci conto.

I Coleotteri hanno  degli occhi composti e un apparato boccale masticatore.  Le antenne hanno forme e dimensioni molto varie e la stuttura delle zampe è anch’essa variabile in rapporto alla funzione che devono svolgere.

Tuttavia il carattere distintivo per eccellenza dei Coleotteri è la presenza delle elitre da elythron – (involucro). Le elitre sono delle ali sclerificate e non svolgono più la funzione del volo, ma di protezione. Sotto le elitre vi sono le ali vere e proprie. Avete mai osservato il volo di una coccinella? La fate salire su un dito, la alzate in alto e quando lei raggiunge la punta del dito vedrete che lei alza le elitre, spiega le ali sottili e trasparenti che si trovano sotto alle elitre, e poi vola via.

Ora, detto questo, veniamo finalmente allo stercorario. Lo stercorario per me non è solo un bel Coleottero, ma è anche una splendida metafora della vita; ebbene sì, perché lui vive nello e di sterco. La metafora, mi direte, dove sta? Sta nello sterco? Sta nella vita? No, la metafora sta nella vita di sterco, che nel caso dell’animale di specie umana si può pure definire vita di merda, mi si perdoni il francesismo.

Lui, lo stercorario, è nero, lucente con riflessi metallici. Pare un guerriero d’altri tempi, un insetto tutto d’un pezzo, come d’altra parte sono tutti i Coleotteri. C’ha pure le antenne clavate, oltre a delle zampe possenti e robuste.

Passa gran parte della sua esistenza sospingendo delle palle di sterco, delle quali si nutre… e le sospinge verso casa; queste palle sono spesso tre volte, quattro volte più grandi di lui. Vi viene in mente niente? Vi accade di avere una lieve sensazione di immedesimazione, seppur involontaria? Ebbene, non preoccupatevi; è normale. La maggior parte delle esistenze umane, che ci si renda conto o meno, somigliano non poco a quella degli stercorari.

La differenza sta nel fatto che lo stercorario agisce seguendo la sua natura, mentre la specie umana… pure.

In autunno la coppia si dedica alla preparazione del nido. Scavano nel terreno una galleria verticale e poi la femmina predispone delle gallerie laterali orrizzontali che terminano ciascuna con un’ampia camera.

In queste camere vengono immagazzinati gli escrementi che lo stercorario raccoglie per le vie del mondo imbrattato dalla presenza di animali mammiferi e non. In ogni camera lo stercorario lascia libero un piccolo spazio nel quale la femmina depone un uovo.

Dalle uova nasceranno le larve che si nutriranno della scorta di sterco accumulata dai genitori. Le larve ci mettono due anni per svilupparsi e i nuovi adulti escono dalle loro gallerie in luglio. Svernano nelle loro gallerie ed escono solo nella primavera successiva.

Lo stercorario a prima vista, e anche dopo un’osservazione più attenta, fa quindi proprio una vita di sterco; tuttavia è uno di quegli insetti indispensabili e utilissimi, per nulla dannosi o problematici. Come spesso accade anche fra gli umani, chi fa una vita di merda la fa a favore del benessere collettivo.

Lo stercorario si occupa in buona sostanza del riciclaggio di sterco e di materiale in putrefazione. Fa parte della famosa categoria degli “spazzini della natura”. Grande rispetto per lo stercorario, dunque, perché leva di mezzo del materiale che potrebbe originare pericolosi focolai di malattie infettive di tipo epidemico.

Le famiglie di Coleotteri che svolgono questa importantissima funzione oltre alla famiglia dei Geotrupidi sono: Silfidi, Stafilinidi e Scarabeidi. Questi si nutrono di carogne e di materiale organico in putrefazione, ma provvedono anche a seppellire con un lavoro indefesso grandi quantità di piccoli cadaveri e di escrementi.

Gli egizi avevano buoni motivi per ritenere sacro lo scarabeo, dunque. E se ci pensiamo gli antichi avevano spesso ottimi motivi quando decidevano di mostrare concretamente grande rispetto per la Natura. E noi, che ci riteniamo più evoluti, in tal senso ci dimostriamo invece spesso degli emeriti cretini. Voglio dire: abbiamo a disposizione un sapere millenario che non caghiamo più di striscio, mentre continuiamo a commettere sempre gli stessi imperdonabili errori! Ma non divaghiamo…

Altri coleotteri provocano danni immani alle colture agricole, ma io penso sempre più spesso che questo sia dovuto al fatto che l’uomo dalla natura deve imparare ancora molto; innanzitutto dovrebbe imparare l’umiltà della condizione che gli è propria e poi dovrebbe imparare a sfruttare le risorse che la natura gli mette a disposizione con il dovuto rispetto e con maggiore intelligenza.

Certo, per sfruttare le risorse nel modo più efficace e appropriato è necessario conoscerle a fondo, fare un bel po’ di fatica in tal senso, dedicarvisi, magari seguendo strade ostiche e faticose, evitando le scorciatoie dannose che abbiamo preso fin troppo spesso per ottenere una produzione agricola eccessivamente intensiva e fragile.

E se noi esseri umani abbiamo bisogno di buoni esempi in fatto di fatica fatta per far le cose a regola d’arte, ci potremmo rivolgere a uno stercorario qualunque, per dire.

Quando da soli è bello e ragionando è meglio

Passo molte ore della giornata da sola; lo faccio da molti anni ormai. Queste ore le passo nei boschi, ma anche in compagnia dei miei libri, del mio cane, della musica e di sti cazzo di pensieri che, seppur potrebbe sembrare strano a qualcuno che ormai ha perso completamente fiducia nelle mie capacità di discernimento, mi portano a dei conseguenti ragionamenti.

Passando tanto tempo in solitaria, per lo più in compagnia di vegetali, insetti e animali non umani in genere, sono arrivata a formulare delle mie personalissime teorie generiche in merito alle solite tematiche da eremiti.

Sopratutto ad un certo punto mi è venuto spontaneo chiedermi perché  preferisco per lo più la solitudine dei boschi e dei luoghi più impervi delle montagne alla presenza dei miei consimili; intendiamoci, a me non è che danno fastidio le persone, tutt’altro! Mi piace starecon la gente, solo che da sola mi sa che il più delle volte riesco a trovare una dimensione che mi somiglia di più, ecco. E ne ho bisogno sempre più spesso… sarà che sto invecchiando, che vi debbo dire?!

Qualcuno mi biasima e mi ha biasimato per questo e me ne dispiaccio, ma non posso farci molto.

Quando per vari motivi “rientro in società” e vedo le facce di quella bella gente e vedo anche le facce di quell’altra brutta gente, ecco, mi vien da dirmi che pure la razza umana è buona cosa nella sua curiosa diversità e a volte è addirittura piacevole; ma in tutta onestà, se poi faccio un raffronto onesto con le sensazioni che posso trovare nella solitudine dei boschi, beh, a parer mio, il confronto non regge già più.

Voglio dire, son due dimensioni così diverse e distanti che forse risulta addirittura ridicolo fare un confronto e di mio non lo farei nemmeno, ma sapete com’è: io mica sono una scorza di larice, anche se dei larici ho grande rispetto e pure delle loro scorze, e in fin (fin,fin) dei conti io sono pure un essere umano ed è normale che, spinta da stimoli che provengono in parte dai miei consimili, cerco di capire in che termini io mi rapporto con loro.

Stando ad alcune domane che ogni tanto mi vengono rivolte e che, confesso, mi creano un certo imbarazzo, noto una certa curiosità per il fatto che dedico tanto tempo a starmene per i fatti miei.

E così, per amor di chiarezza e anche per quieto viviere, mi par giusto cercare di chiarire sto fatto. Innanzitutto ci tengo a dire che amare la solitudine non equivale a disprezzare il genere umano; se non altro perché non posso permettermelo, perché ne faccio parte e io, malgrado me stessa, un po’ mi voglio bene, così come voglio bene a un mucchio di altri esponenti della mia stessa specie.

Però c’è da dire che amando i boschi e prendendone esempio nei limiti immensi che mi sono propri, negli anni, un bel po’ di senso critico mi è nato nei confronti della specie a cui appartengo, ecco. Mentre non mi son mai pentita di un solo minuto trascorso nei boschi o in cima alle montagne. Nemmeno un minuto, mai!

Voglio dire che sforzandomi a leggere la Natura da vicino, ma proprio da vicinissimo, ho scoperto questa grande cosa che vorrei condividere qui: la Natura non fa errori. Gli errori sono solo umani. E’ così, non c’è niente da fare e sfido qualunque mente umana a confutare questa verità che ho scoperto nelle mie peregrinazioni da una ceppaia a una tronco e da un tronco a un sasso e così via.

In realtà queste mie affermazioni potrebbero esser in un certo qual modo confutate e di seguito spiegherò in che modo. Il fatto che la Natura non fa errori, infatti, dovrebbe rincuorarmi, perchè se è vero che l’essere umano è Natura, allora l’essere umano non è un errore.

Eppure il dubbio a tal proposito mi è nato, tanti anni fa ormai, quando vivevo e frequentavo la mia specie più di quanto faccio ora… e più ho conosciuto una certa parte del genere umano, più il dubbio si è rafforzato. E se così fosse, se così è, mi sa che c’è poco da stare allegri, perchè un’altra cosa che ho scoperto della Natura è questa: Lei mette ripiego da sè ad eventuali “errori” che matura, ed è per questo che in definitiva non fa mai errori.

Significa che se l’essere umano risulterà una “leggerezza”della Natura, allora sarà lei stessa a toglierci di mezzo e noi non potremmo farci proprio nulla.

Perchè anche quelli che qualche mente razionale ed eccelsa ha definito “errori” studiando la Natura con metodo, in realtà non sono errori, sono solo delle modifiche all’ordinario replicarsi di processi, sono delle mutazioni e anche le mutazioni hanno motivo di essere e anzi, sono ciò da cui nasce la diversità, il nuovo.

Insomma, ribadisco: la Natura non fa errori, semmai siamo noi che non siamo pronti a interpretare nel modo giusto i processi naturali e di conseguenza facciamo fatica anche a capire il ruolo che abbiamo noi stessi in tutto questo.

Probabilmente non abbiamo tutta l’ importanza che ci ostiniamo a conferire a noi stessi. Se riuscissimo a vedere davvero l’immesità del Tutto, di questo saremmo tutti ben consapevoli; pare però che da quest’orecchio abbiamo smesso di sentirci ormai da molto tempo.

Noi siamo umani (troppo, troppo…) e siamo pieni di limiti… cioè, non so voi, ma io di limiti ne ho un sacco e se permettete (e spero non la prendiate come una sorta di mania perpetrata all’autocentrismo… anche se potrebbe pure essere…) mi prendo come prototipo; la scelta in realtà è in parte obbligata, vista la scarsità di materiale umano alternativo a me medesima che insiste qui nel contesto che mi sono scelta.

Ora, se è così e se gli errori li facciamo solo noi che siamo umani, mi vien da dire, non è che magari, magari se osserviamo ben bene la Natura, se la studiamo a fondo, con metodo, con passione e dedizione, se ne prendiamo esempio, se la prendiamo come Maestra insomma, non è che riusciamo pure a salvarci da noi stessi, a capire finalmente in che direzione è meglio camminare, lasciando magari le direzioni malsane che ci siamo scelti fino ad oggi?

Può pure darsi che se anche ci “rimettiamo in riga” Lei decide di spazzarci via comunque, questo è da tener presente… ma perchè accelerare questo processo “facendola tanto incazzare”, mi chiedo?! Sta cosa l’avevano capita i nostri vecchi, l’avevano capita pure gli antichi e poi ad un certo punto ce la siamo dimenticata, quasi tutti e in massa.

Bum! Ad un certo punto quando abbiamo imparato a controllare alcuni fenomeni naturali tramite la scienza e la tecnica ci è esploso qualcosa nel cervello e ci siamo sentiti tronfi e potenti… anzi, onnipotenti! Abbiamo preso a sentirci dei super uomini e non abbiamo più smesso. Pessima idea, dimenticarsi della Grande Madre. Pessima, io credo.

E questo è forse l’errore più grande che abbiamo fatto e che continuiamo a fare, fra i tanti. Ammesso che essendo umani e quindi Natura, i nostri siano davvero errori e non semplici processi naturali che, probabilmente, ci porteranno all’autodistruzione… un po’ come in quei film stile Armageddon.

E’ anche un errore ingenuo, parecchio stupido, (da qui la mia scarsa stima per il genere a cui appartengo, lo confesso) perché dimenticarci della Natura, smettere di osservarla e smettere di imparare da Lei, significa dimenticarci di noi stessi, di ciò che siamo e di cui abbiamo realmente bisogno.

Significa dimenticarci che abbiamo bisogno di lei in ogni minimo attimo delle nostre microscopiche esistenze. Noi siamo Natura, anche se ci sentiamo ben altro e molto di più, troppo spesso. Sarà la tecnica che ci sta rincoglionendo, saranno le religioni di massa, non lo so.

Personalmente ho grande rispetto per chi usa scienza e tecnica per conoscere, per migliorarci, ma ho meno rispetto per chi le usa con scarsa umiltà e facendo più o meno consapevolmente danno a se stesso e agli altri.

A volte penso che il genere umano è ancora troppo poco evoluto per assumersi la responsabilità di se stesso; lo penso quando mi guardo attorno o quando mi capita di leggere un quotidiano o ascoltare un telegiornale, tanto per fare l’esempio più banale.

A parer mio, se la gente vuole guarire dalla stupidità dilagante che imperversa famelica nella nostra epoca, come primo gesto sensato e di priorità assoluta, dovrebbe buttare nei cassonetti i televisori che tiene in casa, riposare un po’ la mente e cominciare a farsi una domanda semplice; una domanda del tipo: ma che cazzo sto facendo della mia vita, del poco tempo che mi è concesso?!

Ecco, i boschi mi hanno insegnato a buttare il televisore nel cassonetto e a farmi domande di questo tipo; c’è da dire che da almeno trent’anni non ho mai smesso di cercare delle risposte, perchè ancora non è che io ne abbia trovate molte che mi abbiano, ad oggi, soddisfatto molto, ma perlomeno ci sto lavorando.

E comunque non ho più quella pessima sensazione che avevo in un remoto passato da divanista televisiva durante il quale ho perso parte dela mia esistenza rincoglionendomi davanti a un monitor dal quale, per la maggior parte del tempo, mi si propinava la merda più oscena.

Ho deciso ad un certo punto che potevo scegliere, ed ho scelto; preferisco osservare il mondo per quello che è, provando a filtrarlo attraverso dei ragionamenti che cerco di rendere il meno condizionati possibile (è un lavoraccio e non sempre mi riesce, ma ci provo!) e specialmente se nel mondo che osservo la bellezza che mi ritorna è immensa, e le presenze umane sono rare, ma di qualità, mi vien da dire che in fin dei conti ne è valsa la pena.