Quando a un certo punto, ti accorgi di non sentire più l’odore delle ortiche

Mi ci tuffai dentro, nelle ortiche; avevo otto o nove anni. Quello che mi ricordo fu l’odore acre dell’erba che sapevo distinguere benissimo e che in quell’occasione avvertii troppo tardi; il bruciore arrivò dopo, un bel po’ dopo. Lungo le braccia, sul collo e sulla faccia gli aghetti irritanti cominciarono a farsi sentire; arrivarono le piccole bollicine bianche e le chiazze rosse. Il dolore a tratti davvero profondo e bruciante durò parecchio. Le ortiche secche sono molto più “cattive” delle ortiche fresche, questo posso dirlo con cognizione di causa! E’ che quando si faceva il fieno si tirava su un po’ tutto, perché le vacche si sa, non ne vanno pazze, ma mangiano anche le ortiche.

Quando si andava al pascolo stavo ore ad osservare come le vacche lambiscono con le loro lunghe lingue ruvide gli steli dell’erba; le ortiche alle grandi bocche delle vacche non fanno nulla! Le ruminavano e si sentiva il tipico odore d’ortica. Le ortiche crescono nelle zone vicine ai vecchi ruderi di montagna, vicino alle vecchie stalle abbandonate, o nelle fosse del letame che nessuno usa più. Vogliono suoli grassi e azotati. E le vacche lo sanno, perché le lasciavano per ultime e ci facevano il giro; se erano troppo mature, in effetti le disdegnavano. Mangiavano solo le ortiche fresche, quelle più giovani e poi facevano pure buon latte! Erano cattive solo per la mia pelle, le ortiche, e non mancai di rendermene conto più e più volte nella mia carriera di pastora; quella volta in modo particolare. Avevo questa strana abitudine di buttarmi sui mucchi di fieno fresco e fu così che le ortiche mi accolsero in un abbraccio decisamente scostante, bruciante e pungente.

Io non piangevo mai; esattamente come adesso. A volte un po’, dentro. Soprattutto se il male me lo facevo da sola, perché se mia madre se ne accorgeva, era facile che rincarava la dose con una sberla o un calcio in culo! “Così almeno piangi per un motivo serio!”. Era la frase che diceva in questi casi. Altro che “Telefono azzurro” o “bacino sulla bua”!! In seguito dovetti mio malgrado pure esserle grata per questo trattamento rude, perché mi resi conto che mi temprò non poco. Niente piagnistei, niente autocommiserazione!! Sbagli? Ti rialzi e vai avanti! Questo era il succo “dell’insegnamento”! Vabbeh, probabilmente ci si poteva arrivare anche con altri metodi, ma lei non aveva tempo da perdere!! Aveva un sacco di cose a cui pensare, un mucchio di lavoro pesante da sbrigare e non poteva certo fermarsi per risolvere un ulteriore problema che mi ero creata da sola! Toccava concentrarsi sulle contingenze, non sulle quisquiglie da bambini.

Crescendo lessi da qualche parte che potevo schiarirmi i capelli lavandoli con la camomilla ed asciugandoli al sole; lessi anche che i miei capelli potevano diventare più belli risciacquandoli con l’acqua dove ci venivano cotte le radici delle ortiche. In età adolescenziale, quando ebbi l’impellente esigenza di andare alla ricerca di un modo per rendermi fisicamente più accettabile (soprattutto a me stessa), visti i complessi inevitabili dovuti all’età, mi misi a fare i decotti di radici di ortiche e li usavo per sciacquarmi i capelli tre volte alla settimana. Funzionava. E anche la camomilla funzionava e nei mesi estivi divenni molto più bionda; l’unico neo di queste nuove abitudini nelle mie pratiche di cure estetiche, consisteva nel fatto che pareva che solo io mi rendessi conto del cambiamento. Era già qualcosa, in effetti, ma alla fine dopo un po’ di anni la mia esigenza di auto accettazione sciamò e desistetti. Era un rito che richiedeva tempo e dedizione.

La fase complicata era la preparazione del decotto; la raccolta no, quella mi piaceva. Ero diventata bravissima ad estirpare le ortiche senza farmi male; una tecnica tutta legata a un gioco di polso. E andare per ortiche era un modo per stare da sola nei boschi. Una scusa come un’altra. Nessuno della mia famiglia era molto dedito a prassi con finalità estetiche; non ce n’era il tempo né tantomeno l’interesse e infatti, quando facevo queste cose, non mancavano di dirmi che stavo perdendo tempo! Molte delle cose che facevo erano considerate delle perdite di tempo; compreso leggere o disegnare; figuriamoci andare in cerca di radici d’ortiche!! In effetti, anche questi miei comportamenti mi resi conto nel tempo, probabilmente contribuirono a farmi etichettare come “quella strana”.

Poco male! Ho dei bellissimi ricordi di quei tempi, dei pomeriggi passati a raccogliere erbe e a dedicarmi a trattarle, per poi usarle per me; era un’attenzione che mi dedicavo con affetto. Era un modo per sentire che mi volevo bene, nonostante tutto. Serviva per ricordarmi che mi meritavo l’attenzione del mondo e della natura. Non c’erano molte altre occasioni per ricordarmelo . L’odore di ortica, poi non l’ho più sentito per molti anni. Quest’anno sono andata a cercarle. E le ho trovate e mi sono un po’ spaventata perché sulle prime mi sono resa conto che l’odore non lo sentivo più. Ci sono volute due settimane per riabituare l’olfatto a riconoscerla.

Adesso è tutto a posto; sento l’odore dell’ortica, del sambuco e anche di altre erbe. Non ancora di tutte, ma ci sto lavorando. E’ come imparare di nuovo un linguaggio che avevo dimenticato. Se ci si allontana da un paese straniero e ci torni dopo anni, poi per riprendere dimestichezza con la lingua ci vuole un po’ di tempo. Ebbene, io andavo per boschi, ma non avevo il tempo di fermarmi e riprendermi i profumi dell’erba. Adesso vado per boschi ed il profumo dell’erba è la prima sensazione che mi accoglie, ancor prima del colore delle foglie, dei fiori, della terra! Anche il profumo delle ortiche, con tutti i ricordi che si porta appresso.

I ricordi migliori

Fra i ricordi migliori, gli odori.

Quello dei cortili dove il sole capitava come per caso nelle albe di settembre, mentre tutti dormivano e accendeva i canti dei galli, e smuoveva il cicaleccio fra gli alberi prima che i frulli d’ali scendessero a rovistare fra i cumuli di letame maturo, e intanto giù al torrente i germani portavano i pulcini a tuffarsi fra le alghe ed i muschi dei fondali.

E c’era l’aria dolce dell’erba calpestata dalle mandrie che salivano alle malghe in aprile, le resine piangenti che gorgogliavano cristalline dai tronchi feriti, i petali dei martagoni sotto le pareti verticali e l’aria che sapeva d’acqua, e di stami di foglie aperti ai pollini dei mughi prostrati, e poi l’odore che si sollevava dalle stelle gialle dei prati esplosi in costellazioni, adagiate sotto i mantelli dei faggi  dalle foglie nuove.

E fra i ricordi di adesso quegli odori ci sono ancora, ora, qui.

Fra i ricordi migliori c’è la luce, e poi i colori.

Ci sono sempre stati i colori fra i ricordi migliori e non sono mai stati gli stessi.

Quelli che immaginavo guardando attraverso i veli di nebbie distese sul lago, quelli della pelle vellutata dei lamponi e delle more selvatiche, maturi, aggrappati gli uni agli altri, fra il colore tenero del loro abbraccio estivo; i colori delle albe di carta velina che si scaldavano troppo lenti nelle mattinate di novembre, ed i larici dalle fronde di fuoco quando l’aria si faceva fredda, il velluto dei muschi durante i temporali, l’erba morente e smossa dal vento di ottobre.

I colori che non so dire, quelli sono fra i ricordi migliori.

E poi fra i ricordi migliori ci sono le pergamene di betulla, le gemme masticate prima che nascessero, il ridere chiaro delle piccole foglie a sonagli.

E fra i ricordi migliori, fra i ricordi di adesso c’è il sapore delle fragole selvatiche, della fibra di festuca, dello zucchero che sgorga dalla linfa dell’erba piegata dai venti, e l’acre degli aghi dei pini masticati a ciuffi di tre, e poi le acque di sorgente filtrata dai succhi della terra, i balzi degli animali selvatici in fuga che entrano nel palato lungo i pendii, e poi scendono come lacrime con la saliva quando senti la fatica, e bevi il tuo stesso sale.

I ricordi migliori di adesso, quelli da preservare lasciano le cortecce dei larici sotto i polpastrelli, le piume nere e morbide a scorrere sulla pelle, i cuscini di licheni e muschi sul palmo, la freschezza che lenisce dei sassi raccolti dalla terra fredda e appoggiati sulla puntura di una vespa, il pettine di dita che scorre fra le spighe d’erba, l’aria che scivola fra le ciglia di sole, i cristalli di brina che sostano sui capelli, la pioggia tiepida che sorprende e la neve che si fa acqua e gioco sui sorrisi dei bambini.

I ricordi migliori in una vita sola non ci stanno tutti, ma alcuni possono essere suonati e fatti vibrare all’infinito, finché di ricordare fra un ricordo e l’altro ci si mette a viverne di nuovi, e più forti, e immensi ancora.

Fra i ricordi migliori, quelli di adesso c’è anche questo: