I giorni di passaggio

Nei giorni di passaggio, dove la temperatura è tenue, l’aria satura di luce sfumata, i colori velati dal sentore di un moto latente, non ancora schiuso, ancora tenero e racchiuso in fragili tessuti nuovi, ecco, in questi giorni si annidano i ricordi perpetui, quelli che in un determinato frangente futuro vanno a sfiorare la superficie più interna della coscienza, restituendo il sentore di qualche cosa di dolce che accadde, non si sa bene quando, né dove, né come.

Questi moti di dolcezza sono dell’autunno e della primavera, per quel che ne so io, e accompagnano il tempo infinito che ci è concesso. Non il tempo limitato, cadenzato, coriaceo e invadente che ci siamo costruiti per mettere fretta ai nostri pensieri, per impedire loro di arenarsi, ma anche di espandersi e avere importanza. Parlo del tempo che sfuma nello spazio, divenendo spazio, e luce e forma sottile.

Il tempo infinito che è nato con noi e che continuerà dopo di noi, con noi, anche quando un noi non avrà più modo, né senso d’essere. Il tempo del Mondo, infinitamente più dilatato e paziente e ricco, colmo di variabili incalcolabili per le nostre menti racchiuse in scatole limitate da attimi auto-definiti.

Nei giorni di passaggio questo tempo colmo di dolcezza è più visibile, se così si può dire, e se si smette di avere fretta, accade che questa dolcezza entri dai pori della pelle e arrivi al centro, lasciando una carezza di vita a scorrerci dentro. E se accade che po’ di questo tempo e di questa vita ci sfiorano, poi non li si scorda più.