Territorio

La gestione del territorio è fra le attività più importanti e complesse con le quali l’uomo si trova a dover fare i conti quando si deve confrontare con gli elementi naturali.

Esistono diversi modi per gestire un territorio, ma personalmente ritengo di poter fare una classificazione che, forse, apparirà un po’ riduttiva, ma che rende bene l’idea delle esperienze che ho potuto fare in tal senso nel corso degli anni trascorsi lavarando in montagna.

A parer mio l’uomo può gestire il territorio in due modi:

1. in modo stupido e miope

2. in modo intelligente e lungimirante

Il primo modo di gestire un territorio da parte dell’uomo è dettato solitamente dall’ignoranza e/o dalla smania di accumulo in breve tempo e a discapito del contesto che lo ospita.

Sostanzialmente alla stupidità si associa l’egoismo, spesso il menefreghismo per questioni di comodo e questo è un mix esplosivo di atteggiamenti negativi per quanto riguarda gli effetti funesti che in seguito si possono ottenere.

Ecco, io vivo nella civilissima Provincia di Trento e so che volendo fare confronti con realtà anche poco distanti, è sentore comune il fatto che la gestione territoriale delle zone dove vivo, sia fatta in modo intelligente ed oculato. Si applica il metodo numero due, insomma. O almeno così pare.

Non posso esprimermi più di tanto in merito alle gestioni fuori confine, perchè le mie competenze lavorative si sono svolte e concentrate nel tempo solo sul territorio trentino, quindi di quello parlo perchè quello conosco meglio.

Tuttavia se io conosco in maniera diretta entrambi i modi con i quali un territorio può venire gestito, significa che anche qui dove vivo, ogni tanto la stupidità e l’egoismo fanno capolino fra le fila degli amministratori pubblici e locali, causando danni poco evidenti a breve termine, ma che risulteranno molto più importanti e forse irrecuperabili a lungo termine.

Perchè ci si dimentica sempre che la natura prepara il conto e poi lo riscuote quando meno ce lo si aspetta; tuttavia è più che auspicabile che politici e amministratori tengano sempre ben presente questa verità e che crisi o non crisi,  le opere mirate di manutenzione ordinaria e di prevenzione vengano ritenute attività prioritarie per le quali spendere e spendersi.

Ora, io dò atto a chi di dovere che vi sono persone che lavorano con coscienza e con cognizione di causa fra le fila della Pubblica Amministrazione locale e proprio per questo mi trovo a dover pensare spesso che è importante rendere note le mancanze di chi invece il proprio dovere lo fa con pressapochismo, o peggio ancora, con menefreghismo, vanificando così anche il lavoro di chi invece cerca di operare in modo corretto e lungimirante.

E’ vero che viviamo tempi di magra, che le risorse sono scarse e che i fondi pubblici vanno indirizzati là dove le priorità lo richiedono, ma a parer mio, lasciar perdere, ad esempio, la manutenzione di un territorio nelle aree poste in quota e nei pressi di centri abitati per questioni di mancanza di fondi, equivale a dover pagare tali scelte con gli interessi triplicati il giorno in cui l’abbandono creerà problemi tali che si dovranno stanziare fior di quattrini per far rientrare le emergenze inevitabili che si verranno a creare.

Guardare avanti, nel bene e nel male, è una regola fondamentale.

E saranno soldi di tutti anche quelli che si dovranno spendere per tamponare e chissà se domani ce ne saranno di più o di meno di quanti NON ce ne troviamo nelle tasche oggi.

Per non parlare dei costi in termini di vite umane; il rischio è sempre presente e prioritario e non si dovrebbe mai dimenticarlo.

Ora, io credo che la prima cosa che può fare la differenza in tal senso è l’onestà ed il reale e concreto interesse per queste problematiche da parte dei politici e dei dirigenti.

Credo però che in tal senso anche la gente debba ritornare un po’ ad occuparsi di queste cose in prima persona, perché non si può delegare tutto alla gestione pubblica per questioni di comodo e perchè si sa che il politico si muove solo se c’è consenso. Se i cittadini non si occupano del bene pubblico, allora il bene pubblico non viene attivato per occuparsi di loro.

Purtroppo nel tempo molte persone hanno perso il contatto con il territorio in cui abitano, proprio perchè il tipo di attività lavorative che si conducono oggi sono piuttosto distanti da quel rapporto diretto con la terra che era tipico dei lavori di un tempo. Oggi quasi tutti si recano nei vicini centri urbani per svolgere lavori che con la terra hanno ben poco a che fare.

I contadini ed i pastori sono sempre meno ed anche queste categorie hanno subito delle modificazioni nel tipo di mansioni che svolgono date dall’industrializzazione delle attività agricole e zootecniche.

Un contadino che oggi vuole allevare con profitto del bestiame, come minimo deve avere una stalla di almeno 50 vacche, organizzata in modo da ottenere una produzione quantitativa e qualitativa tale da permettergli di ammortizzare le spese; questo significa fare produzione su scala industriale.

Una stalla organizzata in questo modo probabilmente acquisterà buona parte del foraggio in pianura e lo integrerà con mangimi che aiutino ad aumentare la produzione. Produrrà reflui in quantitativi tali da dover richiedere degli impianti di smaltimento che però non sempre sono sostenibili per il territorio in cui ricadono.

Lo stesso vale per il tipo di produzione agricola; basti pensare alla ricca Valle di Non per capire che i metodi e le finalità do oggi sono completamente diversi rispetto a quelli di cinquanta anni fa. L’equilibrio si è rotto.

Tutto questo non ha nulla a che vedere con il tipo di zootecnia e agricoltura che si faceva un tempo, gestendo piccole stalle mantenute a quote diverse nei diversi periodi dell’anno, permettendo lo sfalcio anche delle zone più impervie e la produzione di prodotti di qualità, ma in scala quantitativa decisamente più ridotta.

Certo, mi si dirà, un tempo si sfruttava il territorio in tutte le sue forme, però si faceva la fame ed i boschi venivano decimati in nome di un mercato fiorente; unica risorsa veramente importante. Tutto verissimo; ma se abbiamo ben chiare queste cose, allora bisogna trovare la giusta via di mezzo.

Non si può passare da uno sfruttamento indiscriminato all’abbandono più totale. Non si può passare da una situazione di scarsità di risosrse a una produzione intensiva e dannosa per la salute.

Bisogna cercare di trovare il lato buono delle cose e preservarlo; la gestione di cinquant’anni fa consentiva la presenza costante dell’uomo sui versanti delle montagne e la conseguente costante manutenzione degli stessi. E’ ciò che avviene tutt’ora nei famosi masi chiusi della zona altoatesina, tanto per fare un esempio non distante, di diversa gestione del territorio.

La pulizia dei torrenti, l’incanalamento dei flussi d’acqua durante i periodi piovosi, lo sfalcio dei prati, il mantenimento dei margini delle zone boscate, dei muretti a secco che stabilizzano (stabilizzavano) le zone più ripide, la pulizia delle aree a bosco, dei sentieri, delle vie di accesso per le attività di coltivazione dei prati e dei campi, la manutezione di malghe, stalle, e baite; tutte queste attività oggi vengono svolte in maniera marginale per un motivo semplice: la gente in montagna oggi ci va in prevalenza per svagarsi, per togliersi di dosso la tensione data dalla vita nelle zone urbane, ma non certo per lavorare nella manutenzione del territorio.

Quindi questo lavoro importantissimo chi lo fa oggi? Nessuno, e questo stato di abbandono (permettetemi di dirlo rischiando di passare per una che gufa, ma a me i gufi stanno simpatici, quindi lo dico lo stesso) non può portare a nulla di buono.

Il bosco avanza ovunque a ritmi sostenuti e questo pare faccia molto piacere agli ecologisti meno informati, che confido si informeranno meglio in futuro.

Al di là di questo la cosa dovrebbe invece preoccupare gli amministratori locali; l’incremento delle aree boscate possono essere cosa utile quando si deve affrontare un’emergenza data da vaste aree disboscate per cause antropiche o naturali, ma l’incremento del bosco in concomitanza con l’abbandono dei versanti non è una cosa utile e può anzi presentare degli aspetti molto pericolosi, sopratutto per i centri abitati di fondovalle.

Perchè dico questo? Perché un versante è sicuro non quando è completamente rimboschito, questo non basta; un versante è sicuro quando viene manutentato con un lavoro costante di regimazione delle acque e di consolidamento.

E’ questo che un tempo facevano i contadini di montagna.

E’ per questo motivo che le opere di regimazione preventive e di contenimento dei torrenti sono di fondamentale importanza, così come lo sono le attività di ordinaria manutenzione delle strade forestali, delle frane e degli smottamenti che inevitabilmente sui pendii ripidi e più o meno esposti si vengono a verificare.

Il lavoro costante ed il dispendio mirato delle risorse nel perseguire la stabilità dei versanti è l’unica garanzia utile per la sicurezza delle aree abitate del fondovalle.

Lasciare il bosco a se stesso significa doversi aspettare il peggio negli anni a venire. Il bosco non va manutentato solo per fini economici e la crisi dei mercati del legname non ne giustifica l’abbandono. Alla natura non gli frega niente della crisi economica e nemeno del mercato del legname. Se vogliamo continuare a conviverci dobbiamo cambiare le logiche di gestione.

Questo è quello a cui si dovrebbe pensare un po’ tutti quando vediamo aree boscate molto belle perchè selvagge e lasciate ad un’evoluzione naturale, ma per certi versi pericolose proprio perchè non consolidate.

Ci possono stare entrambe le cose, purché si valuti bene dove si può evitare di intervenire preservando la naturalità dei luoghi e dove invece non è una grande idea lasciare che “la natura faccia il suo corso”.

Di contro si continuano ad esboscare in maniera indiscriminata fasce di bosco per realizzare sempre più costosi e inutili impianti di risalita, creando caroselli invernali per il turista cittadino annoiato; e mi chiedo come faccia a non continuare ad annoiarsi facendo su e giù sempre nello stesso posto per una settimana e più. Ròbe da paranoia! L’unico diversivo potrebbe essere la rottura di un menisco a causa del sovraffollamento delle piste o perchè ha bevuto troppa birra in voliera; sai che divertimento!!

Il Servizio Foreste della Provincia di Trento non assume più operai forestali; quelli che stanno per andare in pensione, o sono già andati in pensione, non vengono e non verranno sostituiti. Il fatto non è dovuto solo al blocco delle assunzioni per via della crisi; l’Ente Pubblico non si prende più l’onere e la responsabilità della manutenzione del territorio e questa è un scelta politica.

Il tutto, a parer mio, è legato non solo agli oneri dati dalla spesa in termini economici, ma anche in termini di responsabilità personale da parte dei direttori e dirigenti nella gestione degli operai stessi.

Ora, le conseguenze di tutto ciò, se solo riuscissimo a vederle, le abbiamo sotto gli occhi quotidianamente; personalmente assisto da almeno cinque anni ad uno stato di abbandono che è spaventoso. La natura ci mette pochissimo a riperendersi il terreno perso. Mi si dice che non ci si può fare niente, che è così che si è deciso ai vertici e che non c’è possibilità di invertire la rotta.

Ok, prendiamo atto: stiamo preparando un bel futuro alle generazioni che verranno; speriamo che la rotta la sapranno invertire almeno loro quando le situazioni in termini di sicurezza territoriale si faranno insostenibili, ammesso che ci sia ancora tempo per farlo.

L’importanza di conoscere a fondo e di interessarsi in prima persona a queste problematiche, anche se sembrano troppo lontane dal nostro quotidiano, è fondamentale per garantire un futuro sicuro a noi stessi e a quanti verranno dopo di noi.

Credo che in merito a queste questioni, come in merito a tutte le questioni che richiedono una coscienza civile per essere affrontate, nessuno può permettersi il lusso di tirarsene fuori, perchè ci riguarda tutti, fino all’ultimo cittadino dell’ultimo rione delle grandi metropoli. Perchè il fango arriva anche lì.

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